• on aprile 22, 2020

Relazione tenuta nella parrocchia dello Spirito Santo in Torre del Greco (giugno 2002)

               (per la conclusione del cammino  interparrocchiale dei fidanzati)      

La famiglia, oggi, vive in un habitat sociale profondamente mutato. Si sono modificati il sistema di vita e di lavoro, i rapporti sociali, con notevoli ripercussioni anche sul vissuto religioso. Tutto ciò richiede un urgente e attento discernimento evangelico. Qualcuno ha parlato della fine della famiglia ma la Chiesa ha sempre pensato e insegnato  che la “crisi della famiglia” non significa la fine di essa ma la ricerca di nuovo slancio che le consenta di riassumere nella società e nella Chiesa e, con maggiore vigore, il suo  ruolo.

Ripercorriamo, stasera, guidati dall’Evangelista Luca, il cammino di quell’uomo che da Gerusalemme andava a Gerico. Tale avventura può farci cogliere le tante tensioni che oggi vive la famiglia ma anche aiutarci a riscoprire il progetto che Dio ha su di essa. Vogliamo leggere in tale cammino quello ideale della famiglia cristiana.

Rileggendo il brano  di S. Luca, al cap. 10, vv. 25-37, vi scorgiamo la famiglia cristiana alla riscoperta della sua identità.

Da Gerusalemme la famiglia scendeva a Gerico. Stava camminando  per le vie tortuose della storia quando incontrò i “tempi odierni”. Non erano peggiori degli altri periodi della storia ma si accanirono contro la famiglia per toglierle la pace e farle perdere la sua identità. La derubarono prima della fede, poi la spogliarono della unità, della fedeltà, della fecondità  e della gioia dei figli e infine finirono col toglierle la serenità del dialogo all’interno di essa, la solidarietà con il vicinato, l’ospitalità, l’apertura agli altri. La lasciarono, così, semiviva sulla strada  e se ne andarono.

Passò per quella strada un sociologo che, vedendo  la famiglia così ridotta, sentenziò: “ormai è morta” e passò oltre. Poi passò un prete che, vedendola,  si mise a rimproverarla: “dovevi opporti, perché non hai combattuto ? ” e andò via.  Poi le venne accanto uno psicologo che sentenziò: “ l’istituto familiare era oppressivo, meglio così ! ”. Alla fine passò Dio. Si chinò sulla famiglia e ne curò le ferite, vi versò su di esse l’olio della tenerezza e il vino della consolazione. Poi se la caricò sulle spalle e la portò fino alla Chiesa più vicina.

Quando si riebbe, la famiglia ripensò al volto di Dio chino su di essa, assaporò la gioia di quell’amore mostratole e si chiese come ricambiarlo. Una volta guarita, decise  di ritornare sulle strade del mondo per guarire le ferite delle altre famiglie. Si sarebbe fermata accanto ai malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è un amore che salva, un amore che si ferma accanto a chi è disprezzato, a chi si disprezza avendo perduta la propria dignità. Alla finestra, poi,  avrebbe messo una lampada accesa come richiamo per gli sbandati e la sua porta sarebbe rimasta sempre aperta per gli amici, per gli sconosciuti per chiunque, scoraggiato e triste, avesse avuto fame, sete, bisogno di compagnia e soprattutto di amore.

 

Sac. Raffaele Ponte

Direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale familiare