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PRESENTAZIONE DELLA LETTERA PASTORALE: PER AMORE DEL MIO POPOLO 02/02/12

Presentazione della Lettera Pastorale
Per amore del mio popolo
Ci ritroviamo per assimilare insieme lo spirito che traspare dalla Lettera Pastorale per la chiusura del Giubileo.
Entrare nell’anima di questa lettera vuol dire essere un’unica cosa con lo Spirito che ha seminato la Speranza lungo tutto il percorso Giubilare, in questa Città, definita dalla lettera, un «capolavoro che Dio ha posto nelle mani dell’uomo». p.28
Interessante è guardare al come è iniziato questo Giubileo !
Si legge nella lettera: «La Speranza di Napoli si è trovata ad un tratto non solo assopita ma devastata. E sotto i nostri occhi è apparsa una Città allo sbando e non più riconoscibile». pp. 5-6
“C’è stato chi non ha sopportato la visione ed ha voltato le spalle; chi è stato preso dalla rassegnazione, chi ha continuato nelle analisi senza sbocchi, chi è rimasto in silenzio, chi è caduto nelle mani assassine della violenza..”
Ma “ La Chiesa non ha voltato le spalle, perché non ha il cuore di pietra, né può tradire se stessa e la propria missione”.
Il nostro Vescovo, allora, non si è fermato di fronte alla situazione, alle varie analisi, alla constatazione delle colpe altrui, ma, incominciando proprio dal chiedere il perdono per i peccati di omissione della nostra Chiesa, con passo deciso e coraggioso, è andato con un ardore sempre più nuovo, incontro a tutti, particolarmente incontro agli uomini e alle donne che, ogni giorno, costruiscono, dal vivo, la trama di una vita quotidiana intessuta di una profonda umanità ricca di valori. E, in particolare, ha camminato “sintonizzandosi con il passo e il cuore dei nostri giovani, interlocutori privilegiati della speranza”. (p.4)
Il nostro Arcivescovo si è fatto prossimo e si è calato lì dove bisognava intervenire, aiutare, guarire, consolare.
Si legge nella Lettera: «Attraversando la Città da una parte all’altra, l’abbiamo rivisitata e resa ancora più nostra». p. 3
E proprio Il gesto profetico del “calarsi”, facendosi prossimo, ha suscitato attenzione e ha risvegliato in tanti cristiani, ma soprattutto, nelle varie fasi del Giubileo, in tanti laici, anche non credenti, quella profonda aspirazione all’impegno, presente in tutti gli uomini di buona volontà. Le forze si univano, le proposte emergevano generosamente, i progetti sorgevano da cuori che si aprivano sempre di più all’amore verso il prossimo, tante iniziative venivano portate a compimento con il timbro squisito della gratuità.
È parso, cioè, come se tutti aspettassero finalmente che qualcuno incominciasse !
«Con il Giubileo, si legge nella lettera, la Chiesa di Napoli ha voluto rinvigorire e dare il giusto senso a quella Speranza della quale la Città e ognuno dei suoi abitanti, non può fare a meno. Il Giubileo è andato a bussare alla porta delle loro coscienze assopite ed è stato un richiamo, anche forte, contro l’individualismo e l’indifferenza».
Il Giubileo per Napoli, inoltre, è stato un evento che ha arricchito da un punto di vista sociale e pastorale il cammino della nostra Chiesa.
Tale evento, però, deve diventare, ora, vita ordinaria perché se esso non si incarna nella ordinarietà rimane isolato, così come la pastorale ordinaria, se non si rinnova diventa sterile gestione dell’esistente, del già fatto. Perciò evento e vita ordinaria non vanno posti in contrapposizione ma in continuità.
Se proviamo a fare una rapida scorsa di tutti i momenti che hanno caratterizzato il Giubileo, ci si rende conto che questi non sono stati vissuti in maniera isolata ma sono stati l’espressione di quel nuovo volto di Chiesa delineato nel Concilio e nel Piano Pastorale diocesano.
La domanda di fondo dunque rimane: come incarnare l’evento giubilare nel suo vero spirito, nella sua intenzionalità.
L’Arcivescovo, nella Lettera pastorale, risponde che è necessario dare «un nuovo orientamento alle attività della pastorale ordinaria per riqualificarla e rifinalizzarla su un obiettivo comune e preciso». Si parte dai Documenti conciliari, dagli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana, dal XXX Sinodo, dal Convegno delle Chiese del sud, dal progetto culturale della Chiesa italiana, dalle Linee pastorali del nostro Arcivescovo per dare una connotazione missionaria alla vita ordinaria delle comunità.
Tutto ciò, però, non vuol dire “fare di più” ma imparare a “fare meglio”!
E “Fare meglio” significa innanzitutto “fare insieme”, (tessendo relazioni interpersonali valide che portino ad operatività adeguate all’oggi), per dare un nuovo orientamento alle attività della pastorale ordinaria, passando da una pastorale di conservazione ad una pastorale di missione permanente. Occorre uscire dalle nostre mura e andare nelle strade per condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei più poveri. Una pastorale davvero profetica, infatti, non può essere espressa solo all’interno del tempio. Il Giubileo, attraverso il simbolo della Porta, segna la strada. La Porta va spalancata per indicare il cammino e proiettare le nostre comunità nel mare aperto del territorio, ma anche per raccogliere i richiami che ad essa vengono dal vivo della realtà quotidiana.
Il Giubileo, inoltre, vuole rilanciare e promuovere anzitutto una autentica spiritualità di comunione nei decanati e una più assidua formazione permanente dei presbiteri e degli operatori pastorali. Pertanto si richiede l’impegno di tutte le strutture (parrocchie, decanato e uffici di Curia) e degli organismi di comunione e di partecipazione per elaborare una linea di impegno comune e una azione pastorale che sia sempre più inculturata nella realtà napoletana per la realizzazione di una pastorale integrale che, allargandone la prospettiva, coinvolga maggiormente l’individuo anche con l’ausilio delle scienze umane e raggiunga più profondamente il credente rafforzandone l’identità e la capacità di impegno.
Il Giubileo ci ha aperto la strada per essere più vicini al ns popolo, per una più incisiva formazione della nostra comunità avendo come obiettivo la corresponsabilità di tutti per realizzare il bene comune e ricostituire le basi di una pastorale rinnovata e adeguata alle esigenze della città.
E educare al bene comune significa innanzitutto educare all’impegno e al senso di responsabilità perché si realizzi il bene di tutti.
Bisogna ammettere che gli attuali scenari sociali rendono più complessa l’individuazione del bene comune e certamente la sua realizzazione non è facile, anzi, come ci ricorda il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, è “arduo da raggiungere perché richiede la capacità e la ricerca del bene altrui come se fosse proprio”.
Nella sua accezione più vasta, il bene degli altri diventa accoglienza gratuita del prossimo, sostegno per chiunque abbia bisogno, senza discriminazione di etnie, culture, classi sociali, religioni.
Noi, durante questo anno giubilare, abbiamo vissuto eventi che hanno dato un senso più profondo ai nostri programmi ordinari, orientandoli in modo nuovo proprio verso l’educazione all’impegno e al senso di responsabilità per il bene comune.
Occorre ora non farsi mancare il coraggio della novità e uscire il più possibile da una pastorale di “routine” ad una pastorale più vicina alla vita delle persone, meno affannata e complessa, meno dispersiva e più unitaria.
In questi anni che seguono non dobbiamo disperdere o sciupare tutto ciò che è venuto da questo tempo di grazia, ma investirlo in una quotidianità da vivere in modo nuovo, cioè nella logica del “fare meglio” piuttosto che “fare di più”.
La Lettera del Cardinale parla poi di pastorale “incarnata”, di catechesi “incarnata” e di quella “carità operosa” così bene espressa nella tela del Caravaggio.
E pastorale “incarnata” significa, soprattutto per i sacerdoti, anche vivere uno stile di povertà come i discepoli del Maestro, i quali hanno lasciato tutto per seguirlo. “La vita, specialmente del presbitero, sia perciò sobria ed esemplare così da non scandalizzare i poveri e ricordare ai ricchi le loro responsabilità nei riguardi dei poveri. Il ministero ordinato esige anche che noi per primi pratichiamo giustizia e trasparenza nella gestione dei beni della chiesa, trattandoli non come patrimonio personale ma, appunto, come beni dei quali dobbiamo rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai più poveri. In tale contesto e in un clima di reale e convinta fraternità sacerdotale, sento, come pastore che presiede la comunione, di dare alcune indicazioni concrete in grado di aiutare tutta la chiesa locale a percorrere un nuovo cammino pastorale”. p.21
Per realizzare ciò, un primo passo é stato l’istituzione di un Fondo di solidarietà tra le parrocchie con il concorso di partecipazione di quote della diocesi (il 2 % dato dalle parr. alla consegna del bilancio servirà per alimentare il fondo comune). pp 21-22
Un’altra iniziativa: “liberalizzazione delle offerte”, “che nessuno esca dalle nostra Chiese….p.23 A tutti dobbiamo offrire il volto di una chiesa animata dal solo desiderio di servire, senza nulla pretendere!
Abbiamo vissuto un anno straordinario. Le porte del Giubileo si sono aperte al passaggio del nostro pellegrinaggio, ma l’immagine più vera è forse quella di una chiesa che ha spalancato le sue porte e si è riversata nelle strade per essere più vicina alla sua gente. In quest’anno giubilare sono state sperimentate tante iniziative, che hanno messo insieme le forze della città e della diocesi, suscitando molteplici attese. Ora abbiamo il dovere di dare continuità a questa mobilitazione perché non ci è consentito di mettere il punto a un discorso che è stato positivamente aperto e che può portare lontano. È necessario, perciò, che questo “spirito giubilare” continui e si realizzi tra tutto il popolo di Dio e, soprattutto, nelle parrocchie e nei decanati. Si tratta di trasferire, nel modo più adeguato, lo “spirito del Giubileo” tra le case e le strade del territorio parrocchiale e decanale, coinvolgendo tutte le strutture che vi sono presenti: scuole, ospedali, istituti educativi, associazioni sportive e del tempo libero. Nella continuità del Giubileo, nessuno deve sentirsi estraneo di fronte a un evento che, seppure formalmente concluso, non può coniugarsi con i verbi al passato. “La Chiesa di Napoli non può che porre la sua tenda là dove la sua gente vive e soffre, ama e spera”.
In questo anno giubilare “ci siamo avvicinati alle case della nostra gente, con fiducia certo, ma anche con il timore di invadere campi che non sono nostri, ma che ugualmente ci appartengono perché riguardano la vita dei nostri fratelli e delle loro famiglie… Vedere ancora più da vicino le sofferenze, condividere ancora più a fondo le attese e le angosce della nostra gente, toccare con mano e con cuore le mille piaghe di questa nostra bella e amata città fa crescere il nostro amore”.
“Con il Giubileo la Chiesa di Napoli ha voluto rinvigorire e dare il giusto senso a quella speranza della quale ognuno dei suoi abitanti non può fare a meno”. Possiamo ora dire che niente sarà come prima, perché il Giubileo è andato a bussare alla porta di coscienze assopite ed è stato un richiamo – anche forte – contro l’individualismo e l’indifferenza. A questo richiamo molti hanno risposto con coraggio e generosità facendosi parte attiva e responsabile di un riscatto sociale ed etico della nostra città. Possiamo dire che il Giubileo ci ha insegnato un modo nuovo di essere nel mondo, di parlare al cuore della nostra gente, ricca di calore, generosità ed entusiasmo, ma anche di fede, nonostante i segni di una secolarizzazione che avanza. Il cammino avviato non si ferma anzi continuerà sull’intero territorio diocesano, sollecitando gli uomini e le donne di buona volontà a camminare insieme nella certezza che, con il contributo di tutti, riusciremo a far risplendere il volto bello e luminoso di questa terra benedetta da Dio.
Dal Messaggio di Benedetto XVI
“Cari amici di Napoli, il cielo è aperto sopra di voi! E voi potete camminare con rinnovato entusiasmo e affrontare con la forza della fede, della speranza e della carità i molti e complessi problemi che si incontrano nella vita quotidiana”
“questo speciale anno giubilare è stato, infatti, per la Chiesa che è in Napoli un tempo di immersione nel mistero di Dio, e perciò un anno di grazia. Si può paragonarlo ad un “battesimo”, perché, in un certo senso, il Giubileo ha aperto il cielo su di voi e ha fatto discendere sulla vostra vita e sulla vostra comunità la forza dello Spirito Santo, similmente a quando discese sui discepoli nel cenacolo, a Pentecoste. E’ proprio lo Spirito Santo che ha reso belli e significativi i diversi momenti del vostro Giubileo, e ha suscitato in voi propositi santi, progetti generosi, e soprattutto un rinnovato desiderio di infiammare la vostra Città con il fuoco del Vangelo”.
“Come gli Apostoli, dopo la Pentecoste, si misero ad annunciare con coraggio la Buona Novella, anche voi, dopo questo Giubileo, rinnovate la speranza, lasciatevi guidare dalla forza dello Spirito Santo e collaborate con rinnovato slancio alla missione della Chiesa. Ciascuno mettendo a frutto i doni ricevuti, ponendoli al servizio degli altri e della edificazione dell’intera comunità, senza personalismi né rivalità, ma in spirito di sincera umiltà e in gioiosa fraternità. Abbiate sempre, come già fate, speciale cura dei fratelli più piccoli e fragili, dei più poveri e svantaggiati”.