• on Novembre 24, 2022

Vescovi venezuelani e colombiani in visita “nell’inferno del Darién”. Azuaje (Caritas America Latina), “giungla piena di pericoli, lì per aiutare i migranti in transito”

Lo chiamano “l’inferno del Darién” e di fatto lo è. I migranti irregolari venezuelani, ecuadoriani, haitiani, cubani, colombiani, indiani e di una trentina di altri Paesi americani, africani e asiatici attraversano la pericolosa giungla lunga 160 chilometri e larga 50 alla frontiera tra Colombia e Panama per cercare di entrare negli Stati Uniti. Si affidano ai trafficanti locali, i famigerati coyotes legati alla criminalità locale, pagando cifre che vanno dai 3000 ai 5000 dollari. Vanno incontro a rischi terribili e violazioni dei diritti umani, documentati dalle organizzazioni umanitarie: violenze sessuali, furti, abusi di ogni tipo, malattie e morte. Quelli che perdono la vita durante il viaggio restano lì, nella selva. Quest’anno c’è stato un record assoluto di passaggi, oltre 200.000 tra gennaio ed ottobre. Ad ottobre sono stati 59.000, di cui almeno 10.000 bambini e adolescenti. Le cifre in continuo aumento – il 70% sono migranti dal Venezuela in fuga dalla crisi economica e politica – sono ora in diminuzione perché gli Stati Uniti hanno annunciato il 12 ottobre l’espulsione in Messico di tutti quelli che arrivano nel Paese dopo aver attraversato il confine di Panama o del Messico. Così molte persone, tra cui intere famiglie, si ritrovano bloccate alle frontiere.

La selva del Darién

Per vedere con i propri occhi questa situazione il 21 e 22 novembre una delegazione di vescovi di Colombia e Venezuela sono andati a Necoclì, Uraba, diocesi di Apartado, in Colombia. Si tratta del secondo incontro delle due Conferenze episcopali sul tema delle migrazioni.

(foto: Conferenza episcopale venezuelana)

 I vescovi hanno rilasciato il 22 novembre una dichiarazione in cui descrivono i racconti di chi ha affrontato tutte le vicissitudini del pericolo viaggio nella selva del Darién.  E hanno lanciato un appello perché “si rispetti il diritto alla mobilità umana, si accolga il forestiero, si superi ogni forma di nazionalismo chiuso e violento, ponendo freno ad ogni attitudine xenofoba, al disprezzo e al maltrattamento degli stranieri”. In particolare chiedono alle istituzioni che si accompagnino i migranti in tutti i modi “per evitare la tratta di persone, la violenza di genere, lo sfruttamento lavorativo e sessuale di bambine, bambini e adolescenti”, con “opportunità per integrare le persone e le famiglie” e promuovendo “canali sicuri di transito, ordinati, informati, regolati, che rispettino i diritti umani”. Ne abbiamo parlato con monsignor José Luis Azuaje, arcivescovo di Maracaibo in Venezuela e presidente della Caritas America Latina e Caraibi, in questi giorni a Roma per partecipare ad un incontro di Caritas internationalis.

Monsignor José Luis Azuaje – foto: SIR

Perché i vescovi venezuelani e colombiani sono andati alle porte del Darién?

Sono andati per capire quali sono i meccanismi ingiusti dietro al viaggio di queste persone, per ascoltarli e prendere decisioni su come strutturare un migliore servizio da parte della Chiesa, attraverso le Conferenze episcopali e le Caritas di Colombia, Venezuela e Panama. Gli Stati Uniti di recente hanno messo delle restrizioni perché c’è un enorme afflusso di migranti venezuelani, oltre a quelli di altri Paesi centroamericani. Così c’è molta gente che rimane fuori, nella selva. I coyotes li guidano nei sentieri e li aiutano a passare la frontiera in cambio di denaro, con cifre che variano dai  3000 ai 5000 dollari, a seconda della tratta.

E’ una situazione di grande ingiustizia, perché la giungla è piena di pericoli e se qualcuno muore lo lasciano lì. Ci sono famiglie e anche tanti bambini in fuga.

Cosa fa in concreto la Chiesa per aiutare le persone che tentano il viaggio della speranza?

La Chiesa cerca di sensibilizzare le persone per far capire che questo non è il modo migliore per uscire dal Paese.

Pagare qualcuno non dà garanzie, perché dietro c’è una sorta di mafia,  si corrono dei rischi terribili. Le foto e le testimonianze che ci arrivano sono veramente disumane. Purtroppo la situazione venezuelana produce tutto ciò, c’è molta gente che vuole andare via dal Paese e non valuta i pericoli che può incontrare pur di garantire la sopravvivenza della famiglia. Noi cerchiamo di facilitare loro la vita: sappiamo quali sono i corridoi migratori verso gli Stati Uniti e verso il sud (Perù, Cile, Argentina).

Con la rete Caritas e le Chiese locali in ogni Paese apriamo una casa de paso, una casa di passaggio per i migranti in transito,

dove possono mangiare, dormire, lavarsi, avere cure mediche, aiuto per i documenti e altri servizi. La maggioranza dei venezuelani resta in Colombia. Sono state aperte casas de paso anche in Ecuador, a Maracaibo in Venezuela, in Messico e alla frontiera con il Paraguay. La rete Caritas è sempre presente e fornisce aiuti umanitari senza clamore. Ad esempio se sappiamo che un gruppo di venezuelani è in viaggio avvisiamo la Caritas dell’Honduras che si prepara a riceverli e a dare loro un aiuto e una accoglienza dignitosa.

Nella delegazione c’erano: mons. Jesús González de Zárate, arcivescovo di Cumaná e presidente della Conferenza episcopale venezuelana (Cev); mons. Mario Moronta, vescovo di San Cristóbal e primo vicepresidente Cev; mons. Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Bogotá e presidente della Conferenza episcopale della Colombia (Cec); mons. Omar Alberto Sánchez, arcivescovo di Popayán e vicepresidente della Cec; mons. Luis Manuel Ali, vescovo ausiliare di Bogotá e segretario della Cec; mons. Juan Carlos Barreto, vescovo di Soacha e presidente della Commissione episcopale per la pastorale sociale. (foto: Conferenza episcopale venezuelana)