• on ottobre 28, 2021

Verso la Cop26. Card. Hollerich (Comece): “Non esiste un pianeta B. Bisogna agire ora o sarà troppo tardi”

“La situazione è preoccupante. Anche in Europa stiamo assistendo alle conseguenze del cambiamento climatico con inondazioni e incendi sempre più frequenti e devastanti. La situazione negli altri Paesi è molto più allarmante. Le Nazioni Unite hanno avvertito: con le misure attuali non è possibile garantire la soglia globale di riscaldamento di 1,5°C. Superarla sarebbe una catastrofe, soprattutto per i paesi poveri. Dobbiamo reagire, dobbiamo farlo subito, con responsabilità”. Così il presidente della Comece, il card. Jean-Claude Hollerich, spiega al sir le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere una lettera a tutti i leader delle istituzioni europee che parteciperanno alla prossima Conferenza Onu sul clima, Cop26.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Quale responsabilità ha l’Europa sullo stato attuale del pianeta?

Viviamo come se fossimo noi i padroni di questa terra e non riusciamo a capire i limiti del nostro stile di vita. Facciamo parte di quelle economie che approfittano degli altri continenti per arricchirsi. Abbiamo una responsabilità chiara. Ma abbiamo anche i mezzi per fare qualcosa. Abbiamo soltanto un pianeta. Se lo distruggiamo, non esistono pianeti B. La Dottrina sociale della Chiese ha messo al centro del suo pensiero l’azione per il bene comune e anche l’Europa ha accettato questi ideali e ha fatto suoi i valori della solidarietà. Ora è il momento che la solidarietà si traduca in politiche concrete, di agire contro questa catastrofe climatica che si sta preparando.

Una delle conseguenze della crisi climatica è l’aumento di migranti che fuggono da terre devastate da siccità e inondazioni. Eppure, l’Europa rimane insensibile al dramma di questi uomini e donne. Cosa vorrebbe dire ai leader Ue che parteciperanno alla Conferenza di Glasgow?

Vorrei dire due cose: la prima è chiedere di accogliere i migranti e di accoglierli con la dignità umana che è loro dovuta. Non possiamo lasciare la gente morire alla frontiera esterna dell’Unione Europea. Sarebbe contro tutti i valori che l’Europa invoca da sempre. D’altra parte, è anche vero che non è possibile che l’Europa accolga tutta la popolazione del mondo. Dobbiamo – ed è questa la seconda considerazione – avviare politiche che consentano alle persone di rimanere nella loro terra, con le loro famiglie. Per farlo occorre investire con un aiuto economico molto forte. Ma una delle condizioni perché le persone possano rimanere nei loro paesi è prendersi cura del clima e dell’ambiente. Siamo solo all’inizio: sono ancora pochi i rifugiati costretti a fuggire per ragioni climatiche. Ma saranno molti di più in futuro. È soltanto l’inizio di un grande movimento. Bisogna agire ora, altrimenti sarà troppo tardi.

Periodicamente torna il concetto dei muri come soluzione ai flussi migratori.

I muri non sono mai una soluzione. È un’idea molto triste. Siamo il continente che ha fatto esperienza sulla sua terra di muri. Il muro di Berlino, i muri che hanno diviso l’Europa orientale dall’Europa occidentale. Sappiamo quanto dolore e quante ingiustizie hanno provocato. Ora siamo noi ad erigere nuovi muri oggi. E’ una cosa folle. Privo di ogni umanesimo. Il mondo è uno e noi lo vogliamo dividere per garantirci sicurezza. Non è possibile.

In questi giorni con i vescovi delegati degli episcopati dell’Ue, riuniti in plenaria a Bruxelles, discuterete della Conferenza sul futuro dell’Europa. L’Europa sembra trovarsi di fronte ad un bivio: quale strada percorrere e quale invece da evitare a tutti i costi?

Questa Conferenza sul futuro dell’Europa è molto importante perché i politici dell’Unione hanno sentito che c’è una distanza molto grande tra le istituzioni e i cittadini di questa Europa. Mi domando se basta quello che si fa oggi e quello che ci si propone di fare. Mi chiedo se non dobbiamo fare di più per costruire l’Europa dei cittadini. La democrazia ha bisogno di dialogo e ascolto. Abbiamo avuto il cuore duro. Abbiamo invocato valori che non sono stati osservati. Ci siamo riempiti la bocca di solidarietà ma non siamo riusciti a metterla in pratica. L’Europa vive di un’idea: se questa idea muore, se questa idea non diventa azione comune, se si inseguono solo gli interessi economici e si scartano i più poveri e i più deboli, il progetto europeo è destinato al fallimento.