• on settembre 7, 2021

Venezia78: in gara “Qui rido io” di Martone su Scarpetta. Fuori concorso “La scuola cattolica” di Mordini

Settimo giorno alla 78a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Sul tappeto rosso c’è Mario Martone che presenta “Qui rido io” – terzo film italiano a passare in concorso –, commedia amara che racconta tra luci e ombre il genio di Eduardo Scarpetta, uno dei padri della tradizione teatrale napoletana (e non solo). A impersonare il capocomico è un trascinante Toni Servillo da applausi. Ha chiuso invece la giornata di lunedì 6 settembre “La scuola cattolica” di Stefano Mordini, opera fuori concorso che affronta il delitto del Circeo del 1975 attraverso le memorie dello scrittore Edoardo Albinati. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra, martedì 7 settembre.

“Qui rido io”
Diciamolo subito, insieme a “Il giovane favoloso” (2014), “Qui rido io” è probabilmente uno dei film più belli e convincenti diretti da Mario Martone nell’ultimo decennio. Nell’opera il regista è infatti in grado di annodare i fili della sua solida esperienza teatrale e cinematografica con la memoria culturale della sua città, Napoli, offrendo un ritratto in chiaroscuro del grande interprete, capocomico e autore di memorabili commedie Eduardo Scarpetta (1853-1925). In particolare Martone, insieme alla sceneggiatrice Ippolita di Majo, isola un episodio della maturità professionale dell’uomo, accaduto nel 1904.

La storia: Eduardo Scarpetta riempie i teatri di Napoli con i suoi spettacoli, soprattutto con la maschera di Felice Sciosciammocca, che è diventata più popolare persino di quella di Pulcinella. All’apice del successo decide di confrontarsi con la parodia di una tragedia di Gabriele D’Annunzio, “La figlia di Iorio”. La sera della prima si levano però dei fischi inaspettati in platea e subito dopo parte una causa per plagio avviata dal noto poeta. In ballo oltre al nome di Scarpetta c’è anche la libertà di espressione della commedia…

Mostra grande compattezza e raffinatezza il copione di “Qui rido io”, un’opera che permette di entrare nelle pieghe della storia del teatro tra fine XIX e inizio XX secolo, scoprendo le origini non solo delle più fortunate maschere napoletane ma anche la genesi delle famiglie più note di capocomici. E proprio qui c’è forse l’aspetto meno conosciuto per il grande pubblico, ossia il legame familiare che univa gli Scarpetta ai De Filippo (Titina, Eduardo e Peppino). Padre di tutti, non solo a livello artistico ma anche biologico, era proprio Eduardo Scarpetta. In famiglia era noto e persino la moglie del capocomico sapeva, permettendo che il marito si dividesse con più donne purché tutelasse i suoi tre figli avuti nel matrimonio dandogli il cognome.

“Qui rido io” è un’opera che convince e affascina, e molto, per il suo essere così stratificata e insieme leggera, tutta giocata su battute brillanti e pungenti, snodandosi sui sentieri dell’arte, del teatro, dei sentimenti e rapporti familiari per arrivare sino ai temi centrali della società italiana (di ieri ma anche di oggi). Uno spartito di grande intensità e armonia, impreziosito dalla performance puntuale di Toni Servillo come pure di Maria Nazionale, Iaia Forte, Gianfelice Imparato, Antonia Truppo e Cristiana Dell’Anna.

Così dichiara Massimo Giraldi, presidente della Commissione film Cei e giurato del premio Signis alla Mostra: “Bisogna riconoscere a Mario Martone la capacità di comporre un quadro dinamico e sfaccettato di un periodo storico di grande vivacità, dentro il quale trovano posto anche situazioni inedite per il Paese come quella del diritto d’autore e della libertà di espressione accordata all’arte. Il contenzioso tra scrittori, autori comici e giornalisti esplode in maniera vigorosa e rumorosa, spostando alla fine la scena nelle aule di tribunale dove uno straordinario Scarpetta/Servillo si muove agilmente come sulle assi di un teatro. E a ben vedere proprio il teatro è un altro grande protagonista dell’opera, che viene esaltato per la sua rigogliosità tra il genio di Scarpetta e i discendenti De Filippo, in testa Eduardo”.
“Qui rido io” è da valutare come consigliabile, problematico e per dibattiti.  

“La scuola cattolica”
Nel 2020 Stefano Mordini, regista classe 1968, ha avuto l’onore di chiudere ufficialmente la Mostra con il thriller psicologico “Lasciami andare”. A distanza di un anno torna al Lido, fuori competizione, con l’adattamento del romanzo “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega nel 2016. Al di là della complessità di ridurre in sceneggiatura un romanzo corposo di oltre mille pagine, la vera difficoltà dell’operazione riguarda il confronto con una delle pagine di più sofferte e buie dell’Italia degli anni ’70: l’efferato delitto del Circeo, avvenuto tra il 29 e il 30 settembre 1975.

Voce narrante del film è proprio Albinati, compagno di scuola in un noto istituto cattolico privato della Capitale dei colpevoli delle feroci violenze. Entriamo così attraverso il suo sguardo nelle vite di quei ragazzi e delle loro famiglie alcune settimane che precedono la tragedia. Assieme al futuro scrittore, si esplorano il tessuto relazionale di quei giovani, le paure, le angosce e i desideri, come pure il contesto educativo tra casa e scuola.

La pellicola cerca di mettere a tema una frattura del nostro passato recente, con l’intento sia di fare memoria dell’orrore sia di rintracciare la genesi del Male, le falle del sistema che hanno permesso che ciò accadesse. Ma proprio su quest’ultimo punto, probabilmente, risiede anche una delle debolezze più insidiose dell’opera di Mordini. Sul banco degli imputati, infatti, insieme ai carnefici, finiscono tanto i padri biologici, ritratti come i grandi assenti (e in generale le famiglie poco solide), quanto i padri-educatori, i docenti religiosi che guidano il percorso formativo dei ragazzi. Il carico di colpe viene pertanto ripartito tra i figli “predatori” e l’orizzonte educativo tutto. E questo senza appello. Sorge però la domanda su dove siano nel film la cornice politica e sociale di quegli anni, così fortemente instabili e pericolosi.

Sull’opera ha sottolineato sempre Massimo Giraldi: “Pur presentando non pochi punti di pregio, a partire dalla messa in scena, dalla recitazione degli attori tutti, dai più noti come Valeria Golino e Fabrizio Gifuni ai giovani in ascesa come Benedetta Porcaroli, il film ‘La scuola cattolica’ si muove in maniera non del tutto compatta. In particolare, si denota un certa discontinuità tra una lunga anticamera della tragedia e il frettoloso passaggio chiave finale. Sia chiaro, non perché bisognava stare in maniera insistita sul male (anzi!), ma perché mancano dei collegamenti narrativi con il deflagrare del crimine. Non tutto è a fuoco. Buone dunque le intenzioni, ottimi gli interpreti, ma il saldo finale non è pienamente convincente”.
Dal punto di vista pastorale il film “La scuola cattolica” è complesso, problematico e per dibattiti, adatto per le immagini a un pubblico di adulti o di adolescenti accompagnati.