• on settembre 2, 2021

Venezia78. In concorso alla Mostra Paolo Sorrentino con “È stata la mano di Dio” e Jane Campion con “The Power of the Dog”

Primo giorno di gara alla 78a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia con due titoli che battono bandiera Netflix.

Anzitutto “È stata la mano di Dio” scritto e diretto da Paolo Sorrentino – il primo dei cinque autori italiani del Concorso –, opera che ci riporta alla Napoli dei primi anni ’80, colta nell’entusiasmo quasi incontenibile per l’arrivo del campione Diego Armando Maradona; un racconto di formazione dai non pochi echi felliniani. E ancora, il western esistenziale “The Power of the Dog” firmato dalla regista neozelandese Jane Campion, che torna in gara al Lido dopo vent’anni. Protagonista è un magnetico Benedict Cumberbatch. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra sulle proiezioni di giovedì 2 settembre.

“È stata la mano di Dio”

“La macchina da presa compie un passo indietro per far parlare la vita di quegli anni, come li ricordo io, come li ho vissuti, sentiti”. Così il regista Paolo Sorrentino chiarisce subito il perimetro del racconto, lo sguardo con cui ha ideato e sviluppato “È stata la mano di Dio”. Non un film su Maradona, che in verità troneggia sullo sfondo della vicenda e ne rappresenta il filo rosso, bensì un omaggio brillante e dolente alla città di Napoli, alla propria terra, raccontata sul fiorire degli anni ’80. Sorrentino mostra la città con i suoi occhi, mescolando ricordi a scene oniriche, istantanee impietose dai contorni grotteschi a lampi di raffinata poesia visiva.

La storia: Fabio, detto da tutti Fabietto (Filippo Scotti), è sul crinale tra l’adolescenza e la vita adulta. Vive in una famiglia media napoletana segnata da amore, tanto amore, come pure allegrezza. Nonostante gli immancabili contrasti, il bilancio familiare è comunque positivo. La vita del giovane cambia con l’arrivo di Maradona, che coincide anche con una forte frattura nel tessuto familiare…

Diciamolo subito,

“È stata la mano di Dio” è un film riuscito ed emozionante.

Il regista, quasi in maniera spiazzante, regala un’opera che mescola leggerezza, raccordi brillanti, con inquietudini esistenziali di forte intensità. Al centro dell’opera c’è il viaggio di un giovane nelle praterie della vita adulta, un racconto di formazione che passa dai toni scanzonati tipici dell’estate ai chiaroscuri del mondo adulto.

Sorrentino ci racconta una storia circoscritta che sembra sconfinare anche nel proprio personale, nella propria autobiografia; il tutto però alla maniera di Sorrentino, con quel suo stile visivo che tanto richiama la poetica di Fellini. Non a caso nel film troviamo disseminate molte istantanee felliniane: dall’erotismo onirico delle figure femminili alle riflessioni sul sacro, fino all’esplicito omaggio al finale dei “I vitelloni” (1953).

“E proprio il tema del viaggio felliniano si intreccia con l’opera e la biografia di Sorrentino” – sottolinea Massimo Giraldi, presidente della Commissione film della Cei e giurato Signis al Festival – “Fellini ha infatti raccontato in più di un’occasione la sua venuta a Roma, la scelta di fare cinema nella Capitale, conservando però la memoria delle sue radici. E così fa Sorrentino, tratteggiando la storia di Fabietto che si aggrappa al cinema per sopravvivere; sceglie di andare a Roma in cerca di futuro, ma sente sempre gli echi di Napoli nell’animo. Nel raccontare questa metamorfosi il regista mette in atto uno stile dalla potenza visiva forte e incisiva, quasi innovativa rispetto al suo passato, dando modo di intendere che il suo è un cinema capace di continui cambiamenti e innovazioni”.

“È stata la mano di Dio” è un film che mostra grande atmosfera e intensità, così come raccordi da commedia brillante di matrice eduardiana, impreziosito da una carrellata di attori partenopei di primo piano: Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Renato Carpentieri, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo ed Enzo Decaro.
Bello, coinvolgente, a tratti struggente, “È stata la mano di Dio” dal punto di vista pastorale è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“The Power of the Dog”
Il punto più alto della carriera di Jane Campion risiede tra “Lezioni di piano” (1993) e “Ritratto di signora” (1996). Dopo aver sperimentato con successo anche la serialità tv con “Top of the Lake” (2017), la regista neozelandese torna al cinema adattando il romanzo di Thomas Savage, “The Power of the Dog”, un western esistenziale che si tinge di giallo.

La storia: Stati Uniti 1925, i fratelli Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons) sono allevatori nel Montana; conducono una vita solitaria e di non poche fatiche. Un giorno George incontra Rose (Kirsten Dunst), una vedova con figlio adolescente, e se ne innamora. Una volta sposati, l’uomo la conduce nella propria tenuta e il fratello Phil guarda con sospetto il cambiamento…

THE POWER OF THE DOG: BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK in THE POWER OF THE DOG. Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Punto di forza dell’opera della Campion è senza dubbio la presenza, la recitazione, di Benedict Cumberbatch: l’attore britannico tratteggia con grande accuratezza e stratificazione il personaggio di Phil, assolutamente spigoloso e problematico, che però nasconde sottotraccia una solitudine bruciante e i ricordi di un affetto mai dimenticato. Per quanto sia bravo Cumberbatch, l’attore purtroppo non riesce a portare a casa da solo il film. “The Power of the Dog”, seppure marcato da pulizia visiva e da una fotografia di grande fascino, sembra infatti appesantito da una mancata compattezza e completezza. Certo, non si discute il talento della Campion, ma qui il suo controllo della narrazione sembra latitare, prosciugando l’elevato pathos iniziale della storia. In più, la soluzione su cui si avvita nell’epilogo appare frettolosa e poco motivata, al punto da innescare più amarezza che soddisfazione.

“The Power of the Dog” – indica sempre Massimo Giraldi – “ha un inizio che lascia intuire la possibilità di mettere in scena un western moderno di grande suggestione e caratterizzazione. Nel corso della narrazione, però, la regia della Campion incorre in qualche carenza e depistaggio, spingendo l’opera lungo il binario dell’irrisolto. Se da un lato Cumberbatch funziona in maniera indiscutibile, dall’altro i suoi comprimari, nello specifico la Dunst e Plemons, non sembrano tenere il passo in maniera adeguata. Al di là di ricorrenti momenti di valore, soprattutto in chiave estetico-visiva, raccordi dove esce fuori con vigore il mestiere della Campion, ciò purtroppo non basta a risolvere l’opera”.
Dal punto di vista pastorale il film “The Power of the Dog” è complesso, problematico e per dibattiti.