• on settembre 3, 2021

Venezia78: è il giorno di “Spencer” di Larrain e del kolossal “Dune” firmato Villeneuve

Finalmente svelati alcuni dei titoli più attesi della 78ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Anzitutto “Spencer” del regista cileno Pablo Larraín, racconto tra realtà e fiaba triste sulla principessa Diana, colta nel momento in cui matura la decisione di allontanarsi dalla Casa Reale. Nel ruolo un’intensa e convincente Kristen Stewart, che si incammina con decisione verso una possibile Coppa Volpi (e non solo). Ancora, al Lido sbarca il kolossal d’autore “Dune” firmato dal canadese Denis Villeneuve, che porta il suo sguardo ricercato sul mondo fantascientifico ideato negli anni ’60 da Frank Herbert. Nel cast tanta Hollywood a cominciare da Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac e Zendaya. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra di venerdì 3 settembre.

“Spencer”

Anche se il soggetto è noto, la vita di Lady Diana, in verità nel film “Spencer” siamo lontani dal già visto o da soluzioni narrative superficiali. Il regista cileno Pablo Larraín (suoi sono “No. I giorni dell’arcobaleno” del 2012 e “Jackie” del 2016), muovendosi su sceneggiatura di Steven Knight, decide di raccontare la storia della “principessa del popolo” muovendosi tra realtà e fantasia, provando a ricostruire i giorni critici nella residenza reale di Sandringham, dove tutta Casa Windsor è riunita per festeggiare il Natale. Lì, in quella manciata di giorni, vanno in scena le fragilità, il delirio, la ribellione di una donna che riesce a trovare in ultimo il coraggio di respingere la corona e (ri)prendersi la libertà perduta, senza però rinunciare in alcun modo al ruolo di madre. Le istantanee con i figli tra i passaggi più luminosi e marcati da tenerezza. Larraín dichiara da subito il perimetro dell’azione, mettendo in scena una favola capovolta; componendo un quadro visivo elegante e meticoloso, aderendo così al binario tipico della messa in scena inglese, focalizza l’attenzione sugli stati d’animo di Diana. Il regista dà sostanza alle sue ossessioni, ai suoi incubi e paure più profonde come quella di non essere amata, compresa o ascoltata. La sua Lady Diana sembra sprofondare in una vertigine angosciante all’interno di un palazzo dorato; si sente un cappio al collo, simboleggiato da una collana di perle donatale dal principe Carlo (la stessa che si trova probabilmente anche sul collo della rivale Camilla). Alla fine Diana, nonostante le tante giravolte emotive, trova la forza di ribellarsi a sé e alla prigione in cui si sente chiusa. Strappa via le perle e sogna un domani fatto di normalità.
Oltre a una regia presente e solida, quella appunto di Larraín, a imprimere forza al film è l’interpretazione di Kristen Stewart, che mette in campo una varietà di leve emotive, soprattutto con lo sguardo. A tratti struggente. L’attrice si candida con forza per la Coppa Volpi, ma anche per entrare nel giro dei più noti premi hollywoodiani; a ben vedere questo ruolo le offre soprattutto il pass di ingresso per una maturità artistica. Su “Spencer” dichiara Massimo Giraldi, presidente della Commissione film Cei nonché giurato Signis al Festival: “Dopo aver costruito con ‘Jackie’ il ritratto forte e intenso della moglie di J.F. Kennedy, Larraín prosegue nel suo cinema affrontando il ritratto di una donna altrettanto ‘ribelle’ e iconica, che ha lottato per l’affermazione della sua identità. Nel complesso il film ‘Spencer’, oltre all’ottima performance della Stewart, rimane nella mente dello spettatore per una regia controllata, sicura e attenta alla valorizzazione simbolica di ogni dettaglio. Larraín dà vita a una regia grintosa che sa essere anche un inno alla libertà”. Dal punto di vista pastorale il film “Spencer” è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

 “Dune”

Non serve cercare paragoni con l’opera di David Lynch del 1984. Il nuovo adattamento di “Dune”,  dalla penna di Frank Herbert, porta impressa la marca autorale di Denis Villeneuve, un regista che con i titoli all’attivo – tra questi si ricordano “Sicario” (2015), “Arrival” (2016) e “Blade Runner 2049” (2017) – si è costruito un acclamato percorso che coniuga grandi produzioni con uno sguardo visionario denso di stile. Il nuovo “Dune” ci parla sempre di un domani distopico, segnato da violenze e aggressioni, da una ricerca della speranza verso un “salvatore” capace di ricondurre le esistenze di più pianeti a nuova pace. Se la storia è nota, quello che interessa di più riguarda le scelte di regia di Villeneuve. Diciamo subito che il regista sta al gioco senza timore, senza soggezione verso Lynch o Herbert; prova comporre un universo visivo originale e ricercato, persino raffinato, dove l’azione è ben bilanciata da introspezione dei personaggi. E tra gli strumenti che funzionano meglio nella sua orchestrata troviamo Timothée Chalamet, che dimostra di essere cresciuto artisticamente, e non poco, come pure il solido Oscar Isaac o l’espressiva Rebecca Ferguson. Sul film “Dune” sottolinea sempre Giraldi: “Il regista Villeneuve prova a riaprire i giochi di una saga cinematografica, che in passato forse non è riuscita a dire tutto quello che era necessario. Un po’ appesantito da una certa lentezza descrittiva e con un impianto narrativo fin troppo meditato, che impedisce un rapido decollo dell’azione, nel complesso il ‘Dune’ di Villeneuve riesce a trovare comunque senso e originalità, offrendo richiami filosofici al nostro possibile domani. Tale seducente mix va inevitabilmente a caccia di vecchi e nuovi spettatori, orfani di saghe come quella di “Star Wars”. Dal punto di vista pastorale “Dune” può essere valutato come consigliabile e problematico.