• on settembre 9, 2021

Venezia78: È il giorno dei fratelli D’Innocenzo con “America Latina” e di Jan Matuszynski con “Leave no Traces”

Svelato anche l’ultimo film italiano in gara alla 78a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Nel nono giorno di Festival ci sono i fratelli D’Innocenzo con “America Latina” con Elio Germano. Forti del riconoscimento al Festival di Berlino con “Favolacce” (2020), i due registi romani presentano al Lido uno sguardo livido e impietoso sulla periferia italiana, sul tessuto familiare. Si tratta invece di un film denuncia, quasi un legal thriller, “Leave no Traces” del regista Jan P. Matuszynski, che mette in racconto la storia vera del diciottenne Grzegorz Przemyk, ucciso dalle percosse della polizia nella nella Polonia degli ’80. Una ferita ancora aperta. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra, giovedì 9 settembre.

“America Latina”
Classe 1988, i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo firmano il loro terzo lungometraggio dopo l’esordio con “La terra dell’abbastanza” (2018) e “Favolacce” (2020), vincitore dell’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura al Festival Berlino. Con “America Latina” tornano dunque a indagare le periferie dell’umano e del Paese, componendo un racconto di grande tensione e sofferenza, che attinge alle pagine più tristi e feroci della cronaca contemporanea.

La storia: Latina oggi, Massimo Sisti (Elio Germano) è un dentista quarantenne con una solida attività e una buona posizione economica; ha una grande casa dove vive con la moglie Alessandra (Astrid Casali) e le due figlie. Una cartolina apparentemente felice. Qualcosa però non va: un giorno Massimo scende in cantina e trova una ragazza segregata. Tra sconcerto e paura, l’uomo prova a fare chiarezza sull’accaduto…

L’orizzonte sociale e umano del film si tinge dei colori più lividi e dolenti. I fratelli D’Innocenzo compongono un’istantanea sulla famiglia cupa, cupissima, persino delirante. Lo spettatore segue l’incedere di Massimo/Germano, un uomo che vive un’esistenza di discreto benessere, legato alla sua famiglia, che piomba improvvisamente in una vertigine di angoscia soffocante. Chi è stato a rapire la giovane? Come è stato possibile? E perché si trova in casa sua? Tutte domande che si pone e cui cerca di dare risposta passando in rassegna in primis i componenti della sua famiglia, poi gli amici e legami più prossimi fino ad arrivare a indagare se stesso, i suoi inspiegabili vuoti di memoria.

Con un registro stilistico-narrativo di certo sperimentale e in cerca di un cinema vigoroso e non accomodante, i D’Innocenzo seguitano con i loro ritratti sociali ad alto tasso di violenza e turbamento; i due autori sembrano prediligere sguardi indagatori negli angoli più nascosti dell’essere umano, là dove dimorano fragilità, insicurezze e ossessioni. Un cinema senza dubbio coraggioso che però rischia di ripetersi e regalare suggestioni alla lunga monocolore. Ci si interroga, infatti, sul senso di questo guardare l’uomo deragliare nel Male, uno sguardo dove non trovano posto sentimenti o lampi di speranza.

Sul film dichiara Massimo Giraldi, presidente della Commissione film Cei e giurato Signis alla Mostra: “Riconoscendo ancora una volta il notevole talento interpretativo di Elio Germano, che si cala nuovamente in un personaggio sfaccettato ed estremo, non si può non registrare nel film un andamento un po’ claudicante. La sceneggiatura dei D’Innocenzo è volutamente sfumata ed enigmatica, per suscitare pathos crescente e diffuso; il problema è che non giunge solo il pathos ma emergono anche i momenti irrisolti del racconto, in un certo senso le incongruenze, che tolgono alla fine compattezza all’opera. Da lodare è la fotografia, così seducente nelle sue atmosfere fosche, algide. I due registi dimostrano una precisa idea di cinema, che però deve ancora trovare gli orizzonti della piena maturità”.
Dal punto di vista pastorale “America Latina” è complesso, problematico e per dibattiti.

“Leave no Traces”
Come i fratelli D’Innocenzo, Jan P. Matuszynski è un regista polacco trentenne (classe 1984) con pochi titoli all’attivo ma una visione cinematografica chiara. Con “Leave no Traces” si presenta in gara alla Mostra raccontando una drammatica storia vera nella Polonia dei primi anni ’80, quella segnata ancora dalla stretta del regime e  dalle spinte rinnovatrici di Solidarnosc. Un film dall’andamento serrato che tocca le corde del legal drama.

La vicenda: 12 maggio 1983, Grzegorz Przemyk è uno studente diciottenne che insieme al coetaneo Jurek decide di concedersi un’uscita di pomeriggio in centro città, a Varsavia. Per un equivoco viene arrestato dalle forze di polizia e portato in commissariato per accertamenti. Lì la tensione scappa di mano e il ragazzo viene brutalmente picchiato fino a rimanere quasi esanime. A distanza di un paio di giorni muore per complicazioni. La madre di Grzegorz, una nota poetessa vicina a Solidarnosc, si oppone a questa palese ingiustizia e con la testimonianza di Jurek chiede a gran voce un processo. Immediatamente Jurek diventa il nemico pubblico numero 1 per lo Stato…

“Leave no Traces” è un’opera di grande misura e rigore, che ci conduce nelle pieghe della storia polacca, scandagliando uno dei fatti più sofferti, la cui memoria non è stata mai del tutto risanata nel corso dei quarant’anni successivi. Il regista Matuszynski mette a tema le libertà fondamentali dell’individuo, del cittadino, dipingendo un quadro politico-sociale del suo Paese dal marcato clima claustrofobico. Pur confezionando un film denuncia di forte intensità, l’eccessiva durata (160 minuti) rischia di sgonfiarne un po’ pathos e incisività.

Sottolinea Massimo Giraldi: “Matuszynski fotografa la Polonia in procinto di cambiamento, dove le istituzioni avvertono il proprio scricchiolio ma dispiegano ogni mezzo lecito e illecito per arrestare tale mutamento. ‘Leave no Traces’ non evidenzia però solamente le resistenze della politica o della polizia comunista, si spinge a tratteggiare la confusione che aleggia tra la gente, spaccata tra la difesa dello status quo e gli ideali di rivoluzione. Emblematica, a tal proposito, è la famiglia di Jurek: da un lato il ragazzo che grida giustizia per la memoria del suo coetaneo Grzegorz Przemyk e dall’altro i genitori convinti nel proteggere la loro piccola tranquillità, arrivando persino a tradire il proprio figlio per il bene del partito”.
Nel complesso “Leave no Traces” si rivela un’opera compatta e robusta, con qualche sbavatura che però non ne inficia la riuscita. Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“Reflection”
È passato in concorso all’inizio della settimana il film ucraino “Reflection” del regista-sceneggiatore Valentyn Vasyanovych, che ha aperto una finestra sul conflitto in corso tra il suo Paese e la Russia. Attraverso la vicenda del medico chirurgo Serhiy (Roman Lutskiy), che viene catturato sul confine dalle truppe sovietiche, torturato e poi rilasciato, l’autore compone un quadro del guerra alternando lo sguardo sul Paese a quello del tessuto sociale, il quotidiano della famiglia di Serhiy.

La sua intenzione è sottolineare, con uno stile visivo ricercato e contemplativo (camera fissa, inquadrature dilatate quasi all’estremo), sia l’assurdo in sé del conflitto sia il bisogno di tornare ad abitare un quotidiano senza più sussulti, fratture. Nel racconto entra in campo inoltre la prospettiva sull’Aldilà, il bisogno di abbracciare un sentimento religioso che possa aiutare a gestire l’ingombro della morte.

Così Giraldi sul film: “Mettendo da parte la drammatica realtà della guerra, ‘Reflection’ prova a descrivere nella seconda parte del racconto le vicende di questa famiglia che prova ritrovarsi nonostante le diffuse disgrazie. Trova centralità il rapporto padre-figlia, tassello su cui riedificare la società del domani”.
“Reflection” è da valutare come complesso, problematico e per dibattiti.