• on gennaio 14, 2021

Vangelo e lockdown in Mongolia: suor Agnes e i bambini di Ulan Bator

Un piccolo gregge di 1.300 persone. Sono i cattolici in Mongolia, una giovane Chiesa in un Paese dal passato millenario. “Nonostante tutti gli sforzi compiuti come missionari impegnati nella scuola, abbiamo restrizioni a indossare abiti religiosi”, dice suor Agnes Gangmei (nella foto sotto, con alcuni dei suoi alunni), Figlia di Maria Ausiliatrice, nata in India e missionaria in Mongolia dal 2012. “Posso predicare solo con la mia vita: con il modo in cui interagisco con la mia comunità, con i bambini e le persone. Testimonio il Vangelo facendo il mio lavoro, non perdendo mai la speranza, la gioia. Sono qui solo per preparare il terreno e gettare semi”.

Valori umani, radice cristiana. Suor Agnes vive ad Orbit, alla periferia di Ulan Bator, una delle città più povere del pianeta, con un milione e mezzo di abitanti circa, su una popolazione di 3 milioni e 200mila persone sparse per il resto del Paese grande cinque volte l’Italia. Territori enormi e spopolati, dove la tundra dell’Altopiano asiatico si alterna al deserto del Gobi e alle foreste dei monti del Khogno Khan. Forse anche per questo “distanziamento geografico” dovuto alla natura e alla storia della Mongolia (appena due abitanti per km quadrato) i numeri della diffusione del Covid in questi mesi sono rimasti contenuti (poco più di 1.400 contagiati e due morti, secondo le stime ufficiali). Ma anche per effetto del lockdown che da novembre scorso ha chiuso molte attività e le scuole. “Quest’anno a causa della pandemia di Covid-19, nella scuola della ‘Casa Don Bosco’ abbiamo pochi bambini rispetto al solito”, spiega suor Agnes che vive con altre tre missionarie (due della Corea del Sud e una giapponese) da sei anni impegnate a fare scuola a un centinaio di bambini nella scuola materna, circa 70 per le classi elementari, e 25 per il doposcuola. Vestono abiti civili in osservanza alla legge in base alla quale istituzioni religiose non possono gestire strutture educative statali. La Mongolia, Paese a maggioranza buddista, è terra di frontiera dove “noi missionari non siamo liberi di insegnare o parlare di religione se non tra le mura della chiesa. A scuola dobbiamo limitarci a trasmettere semplicemente valori umani che per noi hanno una radice cristiana”.

Periferie e povertà. Anche se le attività funzionano a ritmo ridotto per il pericolo di contagio, non mancano alunni per i corsi di lingua inglese, ma soprattutto per l’oratorio. La scuola ha aperto i battenti quando il prefetto apostolico della regione (dove i primi missionari sono arrivati solo 29 anni fa), monsignor Wenceslao Padilla, ha chiamato le suore salesiane a svolgere questo servizio nei quartieri periferici della capitale. Suor Agnes racconta che “nelle periferie di Ulan Bator” (nella foto) e “nelle campagne vicine gli alloggi sono costruiti abusivamente e spesso mancano acqua potabile e strutture igienico sanitarie adeguate. Chi vive nei tradizionali gher, tende nomadi di legno e stoffa, è esposto all’uso di stufe a carbone per cucinare con rischio di malattie respiratorie acute, mentre la mancanza di varietà alimentare crea nei bambini malnutrizione e disturbi della crescita, dato che qui si mangiano principalmente carne e latticini”. Il lavoro delle missionarie si allarga alle famiglie perché, continua suor Agnes, “molti bambini vivono in situazioni difficili, di povertà, crescono con un solo genitore o più spesso con i nonni. Alcuni di loro non sanno nemmeno chi sia la madre o il padre”.

Repentina trasformazione. Oggi i cristiani (compresi i protestanti) sono una piccola minoranza in Mongolia, Paese giovane ma con un glorioso passato di imperatori e guerrieri coraggiosi come il mitico Gengis Khan (1162-1227). La vita e lo sviluppo sono condizionati da distanze e temperature particolarmente fredde che da novembre a maggio arrivano fino a -40 gradi. Per questo in alcuni territori è praticamente impossibile sopravvivere e negli ultimi anni molti nomadi hanno abbandonato le campagne. Eppure la pastorizia è ancora una delle attività principali di questo Paese asiatico, mentre il settore industriale (22%) è collegato all’estrazione di minerali (rame, molibdeno, oro, stagno, tungsteno…) e vede coinvolte imprese cinesi, russe, coreane, canadesi. C’è comunque una grossa differenza tra la città e il resto del Paese: nella capitale la tecnologia è arrivata in tempi brevi e ha cambiato la società e la telefonia mobile e l’uso di internet si sono diffusi rapidamente. “Oggi tutto è in rapida trasformazione – conclude suor Agnes –, il Paese è molto cambiato, bisognerà vedere quali riferimenti umani e valoriali accompagneranno la Mongolia verso il futuro. Uno sviluppo troppo veloce rischia di far perdere lungo la strada pezzi importanti di umanità”.

*coordinatrice della redazione di Popoli e Missione