• on gennaio 9, 2020

Usa-Iran. Trump: “Finché sarò presidente, a Teheran non sarà mai permesso di avere un’arma nucleare”

(da New York) Non è nuova la mossa tattica con cui, ieri, Trump ha esordito nel suo discorso alla nazione per giustificare l’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani e per tranquillizzare gli americani che nessun militare era stato ucciso, nel raid di ritorsione di Teheran contro due basi Usa in Iraq. L’apertura audace e spavalda della sua dichiarazione è stata: “Finché sarò presidente degli Stati Uniti, all’Iran non sarà mai permesso di avere un’arma nucleare”. La conclusione invece ha avuto toni più moderati e concilianti: “Gli Stati Uniti sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano”, ha esclamato allargando le braccia. Nel giro di appena ventiquattro ore, il presidente americano è passato dalla minaccia di devastare l’Iran e bombardare i suoi siti culturali – una mossa considerata un crimine di guerra e condannata dagli stessi repubblicani – a un indirizzo misurato che sollecita un nuovo accordo nucleare, l’impegno della Nato, ostracizzata per mesi, e una collaborazione con il nemico per distruggere l’Isis. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, aveva chiesto di fermare l’escalation militare e di “riavviare il dialogo, rinnovando la cooperazione internazionale”, proprio perché il mondo non può permettersi una nuova guerra del Golfo e soprattutto non può permettersela l’Iraq che si trova a essere teatro di guerra di due potenze internazionali che stanno violando palesemente la sua sovranità territoriale, uccidendo e devastando.

Il presidente americano, pur usando toni concilianti che augurano all’Iran “di prosperare come un grande Paese” e di costruirsi “un grande futuro sia in patria sia in armonia con le altre nazioni del mondo”, non rinuncia ai toni minacciosi che fanno presa sui suoi elettori ma che rendono la sua politica sempre più controversa. “Il fatto che abbiamo questo grande equipaggiamento e tanti militari non significa che dobbiamo usarli. Non vogliamo usarli”, ribadisce Trump, che non vuole impantanare il suo Paese in una nuova guerra, mentre ha annunciato il ritiro dalla Siria e programma di fare lo stesso in Iraq, come ha rivelato una missiva segreta finita in mano ai giornalisti. Nel suo discorso non manca di scagliarsi contro la precedente amministrazione, rea di aver incoraggiato un accordo sul nucleare “insensato” e che non ha modificato i comportamenti dell’Iran, che ha ricevuto in cambio “150 billioni di dollari e 1.8 billioni liquidi”. In realtà, in questo passaggio il presidente inanella una serie di imprecisioni poiché questi soldi sono soldi iraniani congelati nelle banche internazionali a causa delle sanzioni e che sono stati restituiti quando Teheran ha rispettato i vari passi del trattato, che ora il nuovo presidente vuole riscrivere per prendere ulteriore distanza dai predecessori.

Oltre la retorica contro il generale Soleimani, capo della Quds Force, definito a più riprese “terrorista” e sanguinario, Trump chiarisce che il suo interesse nell’area non è legato al petrolio come ventilato da tanti critici, poiché la sua America “non ha bisogno del petrolio mediorientale, essendo numero uno nella sua produzione e in quella del gas”. Tuttavia, il presidente Usa dimentica che i suoi alleati dipendono dall’oro nero in termini di produzione, come i sauditi, e per l’esportazione, come nel caso degli alleati europei.

Il Trump moderato non ha però convinto né i democratici né alcuni repubblicani

che stamattina si uniranno a Nancy Pelosi, speaker della Camera, nel varare misure che limitino il potere del presidente di dichiarare guerra. I senatori repubblicani di Utah e Kentucky hanno trovato “insufficiente il briefing del presidente”, che ha quasi invitato a non discutere il suo intervento militare poiché avrebbe significato “incoraggiare l’Iran”. Ma il senatore Lee dello Utah ha gridato che “non è accettabile. Non è americano. È incostituzionale dirci di non discutere ed è sbagliato. Serve rispetto per la limitazione dei poteri”.

La contromossa moderata di Trump è dettata anche dalle preoccupazioni sulla sicurezza interna.

La Repubblica islamica, infatti, potrebbe usare le sue forze rivoluzionarie in Afghanistan, Iraq, Libano, Siria e Yemen per attaccare gli Stati Uniti e i suoi alleati. Inoltre, l’arsenale di missili balistici potrebbe colpire le basi statunitensi in Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Le mine e i missili terrestri potrebbero provocare il caos nello stretto di Hormuz e aumentare i prezzi globali del petrolio. A questo vanno aggiunti i sabotaggi e gli attacchi informatici, che renderebbero vulnerabili dati, sistemi bancari e finanziari, telefonia e difesa. Non si escludono gli attentati, anche se fino ad oggi quelli su territorio statunitense sono sempre stati sventati, mentre non può dirsi lo stesso all’estero. Da quando nel maggio 2018 Trump ha lasciato l’accordo sul nucleare e inasprito le sanzioni, Teheran ha cercato di ottenere benefici da altri alleati, tentando di isolare diplomaticamente gli Usa. Da maggio 2019 invece ci sono stati attacchi iraniani contro navi cargo internazionali, è stato poi abbattuto un drone statunitense e in settembre missili iraniani hanno colpito l’impianto di Abqaiq in Arabia Saudita, mentre milizie sciite hanno iniziato a lanciare razzi nelle basi statunitensi in Iraq, uccidendo un appaltatore americano la scorsa settimana. E ultimo il raid in ritorsione all’assassinio del generale che grazie alle comunicazioni anticipate dei servizi segreti ha evitato un’altra strage.

Trump nel suo discorso richiama gli alleati al suo fianco, soprattutto Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina. Pur non amando lavorare con altri Paesi, il commander in chief sa che necessita l’alleanza russa e cinese per condividere informazioni su potenziali attacchi e soprattutto per sostenere le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, qualora l’Iran continuasse la realizzazione della bomba atomica, ma qui spera ancora di spiazzare il nemico proponendo un nuovo accordo, in fondo lo stesso che ha fatto Obama, ma Trump non lo ammetterebbe mai.