• on dicembre 10, 2021

Ungheria verso il voto. Ma la “democrazia illiberale” si allontana dall’Europa

È iniziata la corsa verso le elezioni del 2022 che, probabilmente ad aprile, mettono in gioco i 199 seggi del parlamento di Budapest e ovviamente la carica del primo ministro. Viktor Orban, che con il suo Fidesz nelle ultime tre tornate ha ottenuto la maggioranza assoluta, inizia a temere. In queste settimane i sei partiti dell’opposizione si sono compattati attorno a un nome, quello di Peter Marki-Zay, eletto il 16 ottobre al secondo turno delle primarie. 49 anni, cattolico, conservatore, padre di 7 figli, fino a qui sindaco di una cittadina dal nome impronunciabile, Hodmezovasarhely. Ha votato Fidesz da ragazzo, ma poi è stato in America e in Canada, ha studiato, lavorato e imparato l’inglese perfettamente. Poi è tornato, è diventato sindaco della città impronunciabile, battendo un oppositore Fidesz. Ora si candida a succedere a Orban come “indipendente”, sostenuto dal movimento “Ungheria per tutti”. Stando alle cronache, ha le carte giuste per saper parlare sia ai delusi di Fidesz, ma pur sempre prudenti, sia a una società civile ormai quasi totalmente zittita e impaurita, il cui cuore batte per la libertà e lo stato di diritto. Lotta alla corruzione e affidabilità sono i suoi due cavalli di battaglia, cominciata con un viaggio a Bruxelles, per farsi conoscere. Condivide i valori europei, vuole introdurre l’euro, vuole che il suo Paese aderisca alla Procura europea, è favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso (“perché si tratta di un atto civile”, ha spiegato recentemente in una intervista alla Bbc). La sua promessa elettorale: consegnare alla giustizia tutti coloro che hanno saccheggiato il Paese negli ultimi 30 anni.

Leggi modificate, media sotto pressione. Sarà però una campagna molto dura per Marki-Zay, perché Orban tiene in mano il Paese in maniera piuttosto autocratica. E non vuole che lo si contesti. Al punto che i media indipendenti negli anni sono stati zittiti, i giornalisti intimiditi e spiati. Una politica di controllo dell’informazione pianificata e portata avanti con meticolosità dal 2010 quando, al potere per la seconda volta, Orban ha modificato alcune leggi, come fa spesso, sui mezzi d’informazione attribuendo all’Autorità nazionale di controllo sui media e l’informazione e al Consiglio dei media poteri speciali. Con una serie di passaggi che testate come VoxEuropa osservano e denunciano regolarmente, un impero mediatico è ormai portavoce ufficiale delle linee governative. Parallelamente è andato avanti lo sforzo di abbattere qualsiasi pubblicazione indipendente: Klubrádió, Népszabadság, Origo, Index.hu, alcune delle testate più famose sbriciolate negli anni, in un modo o nell’altro. Così, con i suoi giornali e televisioni potrà continuare a convincere gli ungheresi che non cercano su internet altre campane e non conoscono che la lingua natìa, della bontà del suo programma che si è fin qui strumentalmente fregiato di essere paladino dei valori cristiani.

No ai migranti e stop a Soros. Se lo sia veramente è un’altra questione. Per un verso è molto vicino e molto generoso con la Chiesa ungherese. Ma qualche scivolone lo ha fatto in questi anni; uno in particolare, clamoroso, sul tema dei migranti, quando la rotta balcanica ha portato sui confini del Paese magiaro migliaia di persone che cercavano speranza oltre. E lui ha costruito un muro, seminato disprezzo e ha tentato con le famose leggi “anti-Soros” del 2017 di criminalizzare l’immigrazione clandestina ma anche le ong che aiutano i disperati, bollate come “un rischio per la sicurezza nazionale”. Poi la Corte di Giustizia europea e la procedura di infrazione avviata dalla Commissione hanno parzialmente modificato il destino di quelle leggi. Le ong e i loro bilanci sono però rimasti sotto il controllo di un ente statale deputato a verificare che non ci siano infiltrazioni indebite dall’estero.

Uno “strano” referendum. Ora c’è un’altra partita aperta con i diritti umani e con l’Ue: le leggi che vietano la propaganda Lgbt o, per dirla con le parole del governo ungherese, che vogliono tutelare il diritto esclusivo dei genitori all’educazione sessuale dei propri figli. È chiaro che a seconda della formulazione può cambiare l’adesione o meno all’idea. E infatti su questo punta ora Orban, che per vincere la partita con l’Ue ha indetto un referendum, approvato dal parlamento, per chiedere agli ungheresi di dire che cosa vogliono al riguardo. Le domande a cui Orban chiede di rispondere “no”, sono note già da luglio: “Sei favorevole a corsi di orientamento sessuale per i minori nelle scuole pubbliche, senza il consenso dei genitori? Sei favorevole alla pubblicità delle terapie di riassegnazione di sesso ai minori? Sei favorevole alle terapie per il cambio di sesso per i minori? Sei favorevole alla diffusione, senza restrizioni, di contenuti mediatici su temi di natura sessuale che potrebbero influenzare lo sviluppo dei minori? Sei favorevole alla diffusione di contenuti mediatici sul cambiamento di genere ai minori?”. Certamente un bel trabocchetto per tanti cittadini. La data del referendum non è ancora definita ma una recente, ennesima, modifica di legge, rende ora possibile associare al voto politico la consultazione popolare.

Braccio di ferro con l’Ue. E così i motivi per cui Orban riesce a rendere il suo Paese inviso all’Ue diventano sempre di più. La “democrazia illiberale” che egli cerca di realizzare non si combina per niente con lo stato di diritto, i valori e le libertà che i 27 hanno posto a fondamento della loro unione. Tra l’altro in gioco ci sono i 7,3 miliardi di euro del NextGenerationEu che toccherebbero all’Ungheria e che la Commissione tiene al momento ancora stretti a Bruxelles. Anche perché oltre alle “gravi violazioni” di cui si sarebbe macchiata l’Ungheria, e fin qui citate, viene denunciato un sistema clientelare nella gestione dei fondi Ue che avrebbe foraggiato la cerchia degli amici di Orban e la mancanza di indipendenza nel sistema giudiziario ungherese. Il Parlamento europeo già a luglio è stato molto chiaro sull’Ungheria e sui soldi del Recovery: un governo che non rispetta lo stato di diritto e le libertà non merita i soldi europei, questa la tesi dell’Euroassemblea. Si tratterà di capire se la linea sarà sostenuta dalla Commissione e dal Consiglio, dove accanto a Orbàn siedono alcuni capi di Stato e di governo che non brillano per il rispetto dei diritti.