• on ottobre 16, 2021

Una parrocchia in mezzo alla pandemia. La vita della comunità di San Paolo della Croce a Corviale in un libro di fotografie e testimonianze

“Perché forte come la morte è l’amore”: questa citazione dal Cantico dei Cantici è il titolo del libro (curato da Valeria De Simone – Foto di Mauro Monti) che racconta con testimonianze e fotografie, la vita parrocchiale durante la pandemia nella comunità di San Paolo della Croce a Corviale, periferia sud-ovest della capitale.
Abbiamo incontrato il parroco don Roberto Cassano, che ha fatto realizzare questo libro in occasione della Festa patronale che si svolgerà il prossimo 17 ottobre, quando verrà distribuito alla comunità.

foto SIR/Marco Calvarese

Don Roberto, che cosa ti ha spinto a realizzare questo libro fotografico? A fermare su carta il racconto di quest’anno e mezzo di pandemia? E a chi è diretto?
Diverse cose mi hanno spinto; ho seguito innanzitutto l’invito della diocesi ad ascoltare la gente, un atteggiamento che ha portato le persone ad aprirsi; non è facile raccontare fatti personali soprattutto se dolorosi come il Covid, ma aver detto loro che avremmo fatto una pubblicazione, li ha stimolati a parlare, e questo gli ha fatto anche bene, sono stati tutti contenti di aver dato la loro testimonianza. Dall’altro lato sono certo che purtroppo o per fortuna, tra qualche anno nessuno parlerà più di tutto quello che è avvenuto, anzi forse ci stiamo già dimenticando di quei mesi di chiusura totale. Sono certo che fra 10 anni questa cosa se la dimenticheranno tutti. È bene guardare avanti, ma allo stesso tempo è importante ricordare quello che è accaduto, come ci siamo mossi, come ci siamo comportati, nelle cose belle e nelle cose brutte. E mi è sembrato che al giorno d’oggi la scelta di un libro fotografico potesse attirare di più l’attenzione per spingere le persone almeno a sfogliarlo; le testimonianze poi, sono volutamente brevi perché vorrei che le persone le leggano, perché sono tutte belle e interessanti nei vari ambiti.

Nel libro sottolinei una frase di Henri-Marie de Lubac: “la vita è trionfo dell’improbabile ma anche miracolo dell’imprevisto”. Papa Francesco, nel suo messaggio all’Assemblea generale dell’Onu nel settembre dello scorso anno, nel pieno della pandemia, ha detto che questa “può rappresentare una reale opportunità di conversione, trasformazione, per ripensare il nostro modo di vivere e i nostri sistemi economici e sociali, che stanno allargando il divario tra ricchi e poveri, a causa di una distribuzione iniqua delle risorse”. Osservando da qui, da Corviale, dalla periferia, noti questa conversione? Credi che siamo riusciti a sfruttare questo momento terribile come opportunità?
Se devo dare una risposta secca, dico di no. Non vedo un miglioramento della vita personale di ciascuno, poi però ascoltando singolarmente le persone, noto che c’è stato un cambiamento, in tanti in senso positivo. La domanda è: questo cambiamento è frutto del Covid, attraverso il quale lo Spirito Santo è riuscito ad entrare nel cuore delle persone, o è un cambiamento che nella vita ordinaria della gente sarebbe comunque avvenuto? Non lo so davvero se questo Covid abbia “aiutato” la gente a cambiare vita. Dal punto di vista economico assolutamente no, c’è un divario ancora maggiore. Portando l’osservazione ad un livello più alto, poi, quanti soldi sono stati sprecati? Mascherine, banchi con le rotelle… Forse siamo riusciti a peggiorare ancora di più la situazione e credo che il Signore sia arrabbiato con noi. È stata un’opportunità persa: chi era ricco continua ad essere ancora più ricco e chi era povero continua ad essere più povero. Io mi chiedo: chi è ricco e gestisce grandi capitali, che cosa ha nel cuore? Non sa che prima o poi deve morire? Che prima o poi deve fare i conti con il Signore? E dunque, parlando con le singole persone ti accorgi che qualcosa è cambiato in meglio, ma è frutto del Covid o di un percorso che era stato comunque intrapreso?

Durante il lockdown e in tutto questo periodo nel quale specialmente chi non aveva tutele lavorative, ha sofferto moltissimo, quanto è stato difficile continuare ad aiutare i più poveri della parrocchia per di più con la mancanza, per un lungo periodo, delle offerte nelle Messe domenicali?
Devo dire che non abbiamo avuto grandi difficoltà ad aiutare la gente perché comunque la gente è stata generosa. C’è una netta separazione tra chi ha guadagnato molto grazie alla pandemia e chi ha perso tanto, ma all’interno di questa dinamica c’è chi comunque ha donato. Abbiamo ricevuto tante offerte, anche da gente lontana dalla parrocchia. Ogni volta, poi, che accade a livello mediatico qualche evento che riguarda la parrocchia e si scopre la realtà di Corviale, c’è sempre qualcuno che mi chiama e mi chiede come fare per aiutare. Questo mostra la bontà della gente, la gente comune è buona e chi ha le possibilità aiuta. Anche chi ha molte disponibilità economiche: c’è stato per esempio il caso di una persona di Firenze che ha donato alla parrocchia una casetta di legno che noi abbiamo sistemato nel giardino e che verrà utilizzata – appena la situazione ce lo permetterà – per cucinare e distribuire pasti ai poveri della parrocchia. L’obiettivo non è solo dare da mangiare, ma creare comunità, perché la comunità è vissuta intorno alla tavola: al pasto condiviso e alla Mensa Eucaristica. Questa persona, purtroppo è morta proprio per Covid e non ha fatto in tempo a venire a Roma per la benedizione del suo dono, ora aspettiamo i suoi figli. Tanta gente in questo periodo ci ha chiamato senza essere sollecitata, chiedendoci se avevamo bisogno di qualcosa. Non abbiamo avuto difficoltà ad aiutare il doppio delle persone che normalmente aiutiamo.

Nei mesi più difficili, nei quali non si potevano frequentare luoghi di aggregazione, la Messa domenicale, pur con tutte le restrizioni, le mascherine e il distanziamento, è stato forse l’unico momento nel quale la comunità si ritrovava. Ora che l’emergenza si sta sempre più esaurendo, noti una maggiore partecipazione? Qualcuno, per paura o altro non è ancora tornato?
Qualcuno ancora non è tornato e non noto una maggiore partecipazione. Sono pochissime le persone che non erano mai venute e che proprio in questo periodo hanno cominciato a frequentare, ma, dall’altro lato, non c’è stata una grande perdita di persone: chi non viene per timore è pronto a tornare non appena raggiungeremo di nuovo la normalità.

Ma insomma don Roberto, ce lo siamo ripetuti come un mantra per mesi: “andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori”, è andata poi a finire veramente così?
È andata bene per chi è rimasto in vita.

Ne siamo usciti migliori? Non lo so, questa è una valutazione che ognuno di noi può fare personalmente.

Possiamo dire però che questo Covid ci ha aiutato a capire dove vale la pena perdere energie e mettercela tutta e cosa conviene invece eliminare. Per quanto riguarda il presbiterio, noi abbiamo la fortuna di ospitare preti che vengono a studiare a Roma per poi tornare a svolgere il proprio servizio nel Paese d’origine. Normalmente in uno o due anni è molto difficile creare comunità per via degli impegni quotidiani di studio, ma il fatto di essere stati costretti a stare insieme, specialmente durante il lockdown, ci ha aiutato a creare una comunità presbiterale che è rimasta unita anche con i nuovi arrivi, grazie ai momenti di preghiera comune e ai pasti che ci sforziamo di consumare insieme. Possiamo dire che la comunità presbiteriale è rinata nel periodo più difficile ed è rimasta viva anche dopo e gli effetti benefici sono percepiti anche dal popolo di Dio. Un presbiterio unito che si vuole bene porta vantaggio anche al popolo di Dio. Per quanto riguarda ognuno di noi, credo che chi era buono prima, continua ad esserlo anche ora, chi era disposto a dare una mano prima, lo fa anche adesso. Per gli altri? Diamoci ancora del tempo, non ne siamo usciti completamente.