• on settembre 9, 2021

Un Gol per combattere la disoccupazione. Coinvolte 3 milioni di persone entro il 2025

Il nome del piano è Gol (Garanzia per l’occupabilità dei lavoratori) e speriamo che il suono calcistico della sigla sia di buon auspicio dopo la formidabile estate sportiva dell’Italia. Non è una scoperta degli ultimi mesi, ma con l’entrata in campo di 5 miliardi di fondi europei il piano ha acquisito una forma compiuta e potrebbe diventare operativo a breve, se il decreto interministeriale che lo prevede sarà emanato entro settembre. Comunque siamo entrati in una fase cruciale. Il ministro del Lavoro Orlando ha presentato il piano alle parti sociali e alle Regioni, che avranno un ruolo decisivo nell’attuazione perché si tratta di una materia di loro specifica competenza. E visti i ritardi cronici in cui versa il settore di quelle che vengono definite “politiche attive del lavoro” – uno degli ambiti in cui il nostro Paese non è mai riuscito a decollare – bisognerà fare in modo che il circuito organizzativo, a partire dai Centri per l’impiego, si attivi in modo virtuoso e omogeneo nei diversi territori.
Entro il 2025 il Gol dovrebbe interessare 3 milioni di persone, con un’attenzione particolare per le fasce più problematiche dal punto di vista occupazionale (per esempio donne, disoccupati di lunga durata, disabili, under 30 e over 55) che dovrebbero rappresentare il 75% dei soggetti coinvolti. In estrema sintesi il piano prevede cinque percorsi differenziati in base alle situazioni di partenza. Per i più agevolmente occupabili si parla di “reinserimento lavorativo”. Un secondo livello, considerato “di aggiornamento”, mira ad adeguare le competenze attraverso interventi formativi professionalizzanti e di breve durata. Una formazione più ampia è prevista per coloro che necessitano di una vera a propria “riqualificazione”. Laddove i problemi sono più radicali e complessi – e siamo al quarto livello – il piano individua un percorso di “lavoro e inclusione” che chiama in causa la rete dei servizi territoriali, analogamente al Reddito di cittadinanza. Il quinto percorso attiene alla “ricollocazione collettiva” e riguarda le crisi aziendali.
Nella visione del governo, a quanto sembra di cogliere, il sistema dovrebbe avere sostanzialmente tre gambe: le politiche attive del lavoro, le politiche passive (in pratica gli ammortizzatori sociali, di cui pure è in cantiere la riforma) e il Reddito di cittadinanza (Rdc), vale a dire una misura universale di contrasto dell’esclusione sociale, il cui “concetto” il premier Draghi ha dichiarato di condividere “in pieno”. Le tre gambe devono evidentemente essere collegate tra loro – e dovrebbero essere coordinate anche con l’assegno unico per i figli, su cui il Forum delle associazioni familiari sta mettendo a punto un contributo originale – ma svolgono funzioni distinte e non sovrapponibili.

Il dibattito molto ideologizzato sul Rdc è viziato da un errore di fondo: quando la misura è stata varata si sono messi insieme gli obiettivi del contrasto alla povertà e della lotta alla disoccupazione, a dispetto del coro di voci della società civile che ricordavano come la povertà fosse un fenomeno complesso, a molte dimensioni, non riducibile alla mancanza di lavoro, e come si potesse essere poveri anche avendo un lavoro precario e sottopagato. Fermo restando che il lavoro può e deve essere una parte significativa di un percorso d’inclusione sociale – e sotto questo profilo ci sono correttivi mirati da apportare – non si possono chiedere al Rdc le risposte che esso non può strutturalmente fornire. Basta un dato: i due terzi dei percettori del Reddito non sono materialmente “occupabili” per le loro condizioni personali, come ha ricordato nell’ultima relazione annuale il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. Da questa relazione, peraltro, si ricava anche che l’importo medio mensile erogato a ogni nucleo familiare è di 552 euro. Parlare di un sistematico disincentivo all’occupazione (singoli casi e situazioni sono sempre possibili) pare francamente fuori luogo. Bisogna piuttosto concentrarsi su come rendere il Rdc sempre più corrispondente alla sua fondamentale missione di contrasto alla povertà, che si è rivelata preziosa per attenuare le conseguenze sociali della pandemia. Innanzitutto bisogna intervenire sui criteri che nella prima fase di applicazione hanno prodotto il paradossale risultato di escludere una rilevante quota di “poveri assoluti” a vantaggio di altre fasce che, almeno stando ai dati Istat, sono relativamente meno in difficoltà. Si tratta di ritarare la scala di equivalenze che al momento penalizza proprio le famiglie più numerose; di rivedere gli abnormi requisiti di residenza che tagliano fuori molti immigrati; di modulare gli interventi tenendo conto delle rilevanti variazioni del costo della vita nelle diverse aree del Paese.