• on marzo 9, 2021

Un anno di Covid tra gli immigrati. Geraci (Caritas di Roma): “Non è emergenza ma tutelare i più fragili”

Ad un anno dall’inizio della crisi sanitaria per il Covid-19 la popolazione immigrata e fragile in Italia ha retto abbastanza bene alla pandemia: in un report recente del Tavolo asilo nazionale e dal Tavolo immigrazione e salute, su 9.754 beneficiari (comprese donne vittime di tratta e minori non accompagnati) accolti nelle 179 strutture di accoglienza monitorate, da marzo ad ottobre 2020 ci sono stati 402 casi, il 4,2%. Una percentuale in linea con la media italiana. Tra 1845 operatori ci sono stati 103 contagi, il 5,6%. “Non è una emergenza nell’emergenza ma certamente è una popolazione da monitorare e tutelare, operatori compresi, perché vivono in strutture collettive e con le varianti del virus diventa complicato. Perciò vanno inseriti al più presto nella strategia nazionale per le vaccinazioni, supportando le associazioni e creando più strutture-ponte per l’isolamento”: a chiederlo è Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas di Roma, da trentanni in prima linea nel campo della tutela della salute degli immigrati e delle persone in condizioni di fragilità.

Il bilancio di quest’anno. Geraci traccia al Sir il bilancio dell’anno che ha stravolto le vite di tutti, compresi gli oltre 5,3 milioni di immigrati residenti e integrati in Italia e le persone che arrivano in Italia via mare o da altre rotte e vengono inseriti, o erano già presenti, nel circuito dell’accoglienza. Tra loro vi sono anche 7.080 minori non accompagnati (al 31 dicembre 2020). Nel nostro Paese ci sono

circa 500 mila persone che rischiano di non accedere alla vaccinazione anti Covid:

italiani senza fissa dimora, richiedenti asilo, rifugiati e apolidi accolti in strutture collettive, cittadini comunitari in condizione di irregolarità, una parte della popolazione Rom e Sinti. A febbraio tutte le associazioni aderenti al Tavolo immigrazione salute – tra cui Caritas italiana, Emergency, Medici senza frontiere, Associazione studi giuridici immigrazione (Asgi), Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), Sanità di frontiera – hanno scritto una lettera al Ministro della Salute Roberto Speranza per includere nel piano vaccinale le categorie ad oggi a rischio di esclusione. “Eravamo nel pieno della crisi di governo – precisa Geraci – e fino ad oggi non abbiamo avuto risposta. Rilanceremo la proposta”.

Nei centri sanitari della Caritas di Roma

L’esperienza nei centri sanitari della Caritas di Roma è stata molto significativa. L’ambulatorio a via Marsala, vicino all’ostello e alla stazione Termini, è stato sempre aperto, anche durante il lockdown. “Abbiamo ricevuto tantissime attenzioni e solidarietà – racconta -. Ci siamo mobilitati già a gennaio. La comunità cinese ci ha mandato immediatamente le mascherine, abbiamo avuto subito a disposizione tutti i presidi sanitari, organizzato i percorsi e i triage, allontanato i medici over 65 e modificate le equipe con i più giovani. La macchina si è mossa presto e bene”. In quel periodo hanno visitato 500 persone, il 30% vivevano sulla strada:

“E’ stato come se si fosse ritirata la marea, lasciando venir fuori gli invisibili più nascosti, con tutte le paure e le fragilità.

E’ stato un grosso momento di solidarietà tra associazioni e una forte alleanza tra operatori e utenti”. Ora hanno riaperto tutti e tre gli ambulatori (compreso quello di odontoiatria) e la medicheria, i farmaci sono disponibili, come pure i servizi specialistici. Il servizio di psicoterapia per le vittime di tortura e traumi prosegue (bene) on line. E sono tornati i pazienti classici.

“Non abbiamo avuto tantissimi casi di Covid e nessun operatore si è ammalato in ambulatorio”.

Solo nell’ostello di via Marsala ci sono stati tre morti, ma erano persone con la salute già molto compromessa dalla vita di strada.

Nel suo lungo excursus Geraci intravede diverse fasi in cui gli immigrati sono presenti nella narrazione mediatica con ruoli diversi: “All’inizio venivano considerati immuni, non si infettavano o si ammalavano in ritardo rispetto agli italiani. Poi sono diventati untori. Di recente

la situazione è cambiata: le strutture sono state lasciate sole e hanno dovuto improvvisare. Si è aperta la fase dei cosiddetti ‘cluster iatrogeni’.

Sono mancate indicazioni forti da parte delle istituzioni”. Più a rischio, chiaramente, i Cas, centri di accoglienza più grandi e meno presidiati. Al contrario gli ex-centri Sprar-Siproimi (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) “sono stati più attenzionati”.

Nel primo lockdown, infatti, si ammalavano prevalentemente le persone che lavoravano con gli anziani, o nelle comunità come le Rsa. C’era quindi una correlazione con il tipo di lavoro. Eppure alcuni studi dell’Istituto superiore della sanità che Geraci definisce “inquietanti” hanno rivelato che gli immigrati “si ammalavano di meno ma con forme più gravi, con complicanze maggiori e esiti anche mortali”. Questo perché “c’è minore dimestichezza con il Servizio sanitario nazionale (e viceversa), per cui arrivavano alle cure troppo tardi”.

In estate, invece, gli immigrati sono stati descritti come untori, nonostante le smentite istituzionali e i dati reali poco riferiti dal mainstream: uno studio dell’Inmp (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti ed il contrasto delle malattie della povertà) accertò solo 239 casi positivi (0,4%) tra maggio e giugno 2020 tra le persone presenti in 5038 strutture (il 73% del totale). Le associazioni chiesero quindi di riaprire in sicurezza ed uscì un documento del Ministero della Salute, redatto dall’Inmp, “con indicazioni puntuali sugli immigrati ma debole su altre fasce”.

Nuovi appelli dalle associazioni e dagli operatori. Oltre ai vaccini (meglio se in unica dose per raggiungere tutti i senza dimora) le richieste riguardano la creazione di strutture intermedie per l’isolamento dei positivi – come i Covid hotel – e percorsi di tutela per i più fragili. Geraci, come tanti altri impegnati con i migranti, boccia decisamente la scelta delle navi quarantena: “Creare grandi luoghi di aggregazione non è la strategia migliore. Servono strutture più piccole e più capillari. Non mi sembra sia stata una esperienza efficace né dignitosa”. Nei centri per minori non accompagnati ci sono stati casi di contagi “ma la situazione è sotto controllo”.

E per il futuro? “L’incertezza regna per tutti – conclude -. Non è possibile pensare: io vengo prima di te. Dobbiamo farci carico gli uni degli altri, siamo o non siamo nella stessa barca?”.