• on Dicembre 22, 2023

Ue, l’accordo sul Patto di stabilità tiene d’occhio il malato Italia

L’avvicinarsi delle elezioni europee (giugno 2024) spinge l’Unione europea ad approvare alcune misure con il Parlamento alle ultime battute. Nello stesso tempo, proprio la scadenza elettorale vincola le posizioni dei Governi nazionali che non vogliono ripercussioni interne nei mesi di campagna elettorale. Tema caldo è l’immigrazione (che si è incrociato sui diversi tavoli) e tema caldo è anche il disavanzo di bilancio dei diversi Paesi membri. Sconvolti dalla pandemia e poi dalla guerra in Ucraina, gli Stati nel 2020 avevano sospeso quegli accordi di stabilità che fissavano parametri di indebitamento rispetto all’evoluzione dell’economia. Ora i ministri delle Finanze dei Ventisette hanno raggiunto un nuovo accordo che, negli intenti, vuole tenere insieme investimenti, solidarietà e conti in ordine.

L’Italia, così come per l’immigrazione, è il Paese sotto osservazione e interessata a un testo non penalizzante.

Cosa prevede il compromesso che dovrà essere poi approvato dal Parlamento europeo e applicato dalla primavera?

Innanzitutto viene fissato, a vantaggio dei Paesi più indebitati, un periodo “cuscinetto” fino al 2027 con regole più blande per tenere conto di un’economia bloccata dagli alti tassi di interesse (indispensabili per battere l’inflazione) che penalizza i Paesi con un forte debito pubblico. Il pensiero è soprattutto all’Italia e alle sue abbondanti emissioni di Btp (Buoni del Tesoro poliennali) che hanno alte remunerazioni con denaro pubblico. Si ragiona meno anno per anno ma si valutano i risultati sul medio periodo.

Sulla base di un iniziale colloquio preferenziale tra Francia e Germania (big europei ma pure loro affetti da economia debole) sono stati fissati programmi di aggiustamento graduale dei conti soprattutto per chi ha un rapporto debito-Pil (Prodotto interno lordo) superiore al 90%. Sotto osservazione sono diversi Paesi con l’Italia vicina al 140%. L’accordo prevede un miglioramento dell’1% in media annua. Nell’accordo si accenna alla possibilità che l’aggiustamento del debito possa avere una gradualità diversa se l’incidenza dei tassi resterà alta o se il Paese interessato avvierà riforme rilevanti. Si riconosce che un Paese impegnato nell’ammodernamento può avere saldi non al millesimo. A regime, il deficit annuale non potrà essere superiore all’1,5% del Pil e ciò necessiterà politiche più stringenti sulla spesa.

Complessivamente l’intesa raggiunta non ha le caratteristiche di “austerità dura”

e richiama piuttosto alla necessità che i Paesi appartenenti a un’unica area politica economica (venti dei quali con l’adozione dell’euro) non abbiano comportamenti troppo divergenti e lassisti. Al momento non è facile capire quanto l’Italia sia riuscita a difendere le sue posizioni, la maggioranza è ovviamente soddisfatta. Le opposizioni contestano che i risultati raggiunti siano rilevanti.

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