• on marzo 15, 2022

Ucraina. L’attività della Protezione civile per chi è rimasto sotto le bombe e alla fame

Salvare e consolare. E poi dar da bere e da mangiare. E poi ancora sorridere, abbracciare, sostenere, sussurrare oppure gridare parole di coraggio e di speranza. In Ucraina in questi giorni accade anche questo. Perché in Ucraina – anche se può sembrare quasi impossibile – la Protezione civile funziona ancora. E combatte una sorta di guerra parallela per salvare quante più vite possibile.

È anche così che non sono lasciati da soli i milioni di civili che in Ucraina sono rimasti. Quelli che vivono nelle città bombardate, che ogni sera sperano che la notte passi quasi normale e che al mattino si svegliano magari con nelle orecchie l’urlo delle sirene. E quelli che, invece, finiscono sotto le macerie dei palazzi colpiti dai missili oppure quelli che, loro malgrado, devono comunque scappare magari da una città all’altra. Vecchi e bambini, ma anche adulti in forze che si trascinano tutta una vita schiacciata in due valige. E che fanno la fila, ordinati e composti, aspettando di salire su trasporti improvvisati. È per molti di loro che il Servizio statale di emergenza dell’Ucraina (la nostra Protezione civile, appunto) interviene.

Come il 14 marzo scorso quando, alle 5,09, proprio il Centro di coordinamento operativo della Protezione civile riceve la segnalazione di un incendio scoppiato nel distretto di Obolon a Kiev. Un palazzo di nove piani è stato bersagliato da un colpo d’artiglieria ed è in fiamme: le scale sono inagibili e la facciata è in buona parte distrutta. È solo uno degli episodi di guerra ai civili documentati con crudezza dalle immagini: persone anziane costrette a scendere dalle lunghe scale antincendio poste tra il fumo e il fuoco, altre appena in grado di camminare, borse e zaini fatti alla bell’e meglio.

Ma non ci sono solo gli incendi e le bombe. In Ucraina c’è anche da scappare e basta. Nel distretto di Bucha, per esempio, in poche ore si sono dovuti organizzare 40 autobus per far evacuare quasi 2.000 persone. E non c’è solo da fornire bevande calde e coperte ma pure assistenza medica e psicologica. Oppure da sfamare con il biberon un neonato di pochi giorni.

Stando alle statistiche fornite dalla stessa Protezione civile ucraina, in una giornata sono stati compiuti 620 interventi, di cui 261 per eliminare le conseguenze dei bombardamenti degli insediamenti e delle infrastrutture civili, salvate 50 persone. Mentre nel corso di un’altra giornata (quella di sabato scorso) i soccorritori di Sumshchyna hanno fornito assistenza attiva a chi voleva andar via dalle città di Sumy, Lebedyn, Konotop, Velyka Pisarivka. “Le persone – spiega una nota dell’organizzazione – sono state aiutate a caricare le cose sugli autobus ed è stata fornita loro assistenza psicologica. Il 10 marzo scorso, invece, 1.453 auto, 113 autobus hanno lasciato il Corridoio Verde. Un totale di 10.082 persone provenienti da sei insediamenti della regione”.

Gran lavoro, dunque, che però sembra non bastare. Come nella regione del Luhansk dove, dice un’altra nota proprio della Protezione civile, le persone “non hanno l’opportunità di acquistare acqua, cibo, alcuni non hanno elettricità e comunicazioni. I residenti sono costretti a nascondersi costantemente negli scantinati. E dove le città di Popasna, Rubizhne e Severodonetsk, distrutte dagli occupanti russi, sono in fiamme. Le forze armate ucraine, la polizia, i governi locali, i medici, i volontari e i soccorritori della regione lavorano tutti al limite delle capacità umane 24 ore su 24, 7 giorni su 7”.