• on marzo 14, 2022

Ucraina. L’aiuto incessante delle salesiane di Don Bosco. Suor Jolanta: “Nonostante tutto, il bene deve vincere”

Cresce sempre di più il numero di profughi ucraini che cercano rifugio in altri Paesi europei. Ad oggi secondo le stime dell’Onu sarebbero già quasi 3 milioni. Suor Jolanta delle salesiane di Don Bosco operanti nei Paesi dell’Est, da 25 anni a Leopoli, ci dice che sono decine di migliaia le persone che ogni giorno arrivano nella città, distante meno di 100 chilometri dalla frontiera con la Polonia. Le religiose, nella misura del possibile, organizzano per loro i viaggi in Polonia, distribuiscono gli aiuti umanitari, preparano degli invii dei beni di prima necessità e delle medicine verso l’interno dell’Ucraina, cucinano e offrono dei pasti caldi a chi ne ha bisogno dopo l’estenuante fuga da Sumy, da Kharkiv, o da Mariupol durata anche una settimana.

Il loro lavoro è senza sosta. L’ultima fatica è datata sabato scorso. Non è stato semplice per la religiosa assicurare il viaggio in Polonia a due madri con figli di pochi mesi. Prima tappa, il passaggio alla stazione ferroviaria di Leopoli alla ricerca di un pullman diretto in Polonia. Ma la mancanza di posti, ormai tutti esauriti, ha costretto le religiose a cercare una soluzione alternativa. Si tratta di un viaggio difficile e pericoloso. Ai valichi di frontiera con la Polonia, la neve e il gelo fanno scendere la temperatura ben al di sotto dello zero e a volte l’attesa può superare facilmente le 20 ore. Far aspettare due mamme e i loro figli di neanche un anno in quelle condizioni non è accettabile.

Solo dopo diverse telefonate, la religiosa è riuscita a trovare un’autista disposto ad accompagnare le due donne e i loro piccoli col suo pulmino giunto in Ucraina carico di aiuti umanitari ed accompagnarle in Polonia. Ad attenderle, pronte ad accoglierle al confine, avrebbero trovato alcune persone provenienti da una cittadina della Polonia centrale.

“Questo male e questa violenza manifestatesi nelle ultime settimane hanno generato un mare del bene”, dice suor Jolanta convinta fermamente che “nonostante tutto, il bene deve vincere”. La religiosa è una delle 28 religiose dell’Ispettoria salesiana con sede a Breslavia, nella Polonia sud orientale, che lavorano tra Ucraina, Bielorussia, Russia e Georgia.

La superiora, suor Malgorzata, è appena giunta a Breslavia dalla Bielorussia “dove – ci dice – molti giovani uomini e tanti padri di famiglia hanno paura di essere richiamati alle armi per una causa che a loro non sembra affatto giusta”. La superiora osserva che “la maggior parte della società bielorussa non è d’accordo con le decisioni delle autorità ma ciò nonostante non osa contrastare i governanti, per paura delle durissime sanzioni, che prevedono diversi anni di prigione, in caso di disubbidienza”.

Non tutti i rifugiati che dall’Ucraina arrivano in Polonia, fanno sapere le religiose, hanno qualcuno cui chiedere aiuto, indirizzi cui rivolgersi, o familiari pronti ad accoglierli. “Molto spesso si tratta di persone che prendono il primo treno disponibile purché possa portarle lontano dalla guerra”, continua suor Malgorzata, sottolineando che tali persone sono ancora più bisognose di tutto delle altre perché “arrivano a Breslavia stremate, senza conoscere il polacco e senza alcun riferimento. Per questo – prosegue – più volte al giorno ci rechiamo alla stazione ferroviaria per individuare chi abbia bisogno di aiuto”.

Presso la comunità delle salesiane di Breslavia, dove dall’inizio dell’invasione russa si ritagliano lenzuola per fare bende necessarie ai feriti al fronte e si preparano reti mimetiche per coprire le postazioni dei soldati ucraini, hanno trovato asilo diverse madri con figli. Una quarantina di loro sono state sistemate presso la casa delle religiose a Pieszyce, dove una delle religiose di origini ucraine le aiuta ad imparare il polacco e a sbrigare pratiche burocratiche, a trovare lavoro e, se possibile, una sistemazione definitiva.

“Alcune di quelle madri con figli dopo la fine della guerra ritorneranno in Ucraina, ma molte non avranno più dove tornare, non avranno più casa né la vita di prima. Donne che dovranno – osserva con un velo di amarezza ma senza rassegnazione suor Malgorzata – ricostruire la loro vita ex novo”.

Le figlie di don Bosco sono anche a Mosca e “ora – aggiunge la religiosa – la loro missione è quella di portare pace tra la gente, di stare vicino alle persone e di aiutarle”.

“Sono moltissime in Russia le persone assolutamente contrarie all’invasione dell’Ucraina”, racconta suor Teresa, di Odessa, impegnata anche lei in questi giorni insieme ad altre due consorelle nella distribuzione di aiuti umanitari portati dall’ovest del Paese da alcuni sacerdoti e laici coraggiosi, che, come tanti uomini e donne, non temono di sfidare i bombardamenti e i missili dell’esercito russo. “Sono arrivati dei medicinali per il reparto di neonatologia”, dice per spiegare perché lavora anche di domenica.

Secondo la religiosa, voci locali affermano che Odessa sarebbe stata risparmiata dalle bombe e dalla distruzione perché dovrebbe diventare la capitale di una “Nuova Ucraina” sotto l’egida di Putin. “Forse – aggiunge – perché ora la maggior parte della popolazione di Odessa è filorussa ma solo perché gli ucraini sono ormai fuggiti. Inoltre sembrerebbe anche che alcuni sacerdoti ortodossi incoraggerebbero gli abitanti ad accogliere, e con entusiasmo, l’esercito russo giunto per liberare la città”.

Nella preghiera incessante delle religiose vi è tutta l’Ucraina, a cominciare da Kiev e dai suoi abitanti sotto la minaccia di un imminente bombardamento. Ma anche Irpin, uno dei sobborghi della metropoli con 3 milioni di residenti. A settembre nella capitale ucraina Kiev le salesiane hanno inaugurato una scuola per accompagnare i giovani fino al conseguimento di un diploma. Un progetto al momento sospeso ma che non spinge suor Irena a lasciare la sua amata Ucraina. “Ho deciso di rimanere qui ad aiutare la gente”, dice la religiosa, rinsaldata nel suo intento dall’adorazione quotidiana, nonostante i bombardamenti, proseguita a Leopoli come prima a Kiev.

“Il muro della preghiera – afferma convinta – è efficace contro il male quanto la resistenza dei soldati al fronte”.