• on Marzo 25, 2022

Tra Biden e Maduro un clamoroso “disgelo”. Obiettivo degli Usa: affrancarsi dal petrolio russo

“Abbiamo avuto un incontro rispettoso, cordiale, molto diplomatico tra la delegazione del governo degli Stati Uniti e quella venezuelana. C’erano le bandiere degli Stati Uniti e del Venezuela e sembravano belle, unite come dovrebbero essere”. Non stava nella pelle, lo scorso 7 marzo, il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, nel descrivere l’incontro, clamoroso e sorprendente, con una delegazione degli Stati Uniti, inviata da Joe Biden a Caracas, a tre anni di distanza dal gelo totale intercorso tra i due Paesi. È l’effetto geopolitico ed economico più rilevante, nel Continente americano, conseguenza della guerra in Ucraina. Incontro paradossale, dato che gli Stati Uniti, ancora oggi, non riconoscono ufficialmente Maduro come presidente, e ritengono che il legittimo capo dello Stato del Venezuela sia il grande oppositore, Juan Guaidó. Paradossale, ancora, perché il Venezuela ha sostenuto l’intervento della Russia in Ucraina e continua a essere oggetto di pesanti sanzioni da parte di numerosi Paesi. In questi anni sono falliti tutti i tentativi di dialogo con l’opposizione, per tornare a garantire nel Paese libertà democratiche e il rispetto dei diritti umani.

Eppure, sulla scia dell’attacco russo all’Ucraina, Biden ha fatto il “grande gesto”. E la delegazione inviata in Venezuela era di alto livello: a guidarla, Juan González, consigliere per l’America Latina della Casa Bianca. La notizia ha suscitato ora speranza, ora sconcerto, soprattutto tra gli oppositori di Maduro, a partire da Guaidó, ma anche negli Usa, in particolare tra i Repubblicani. Anche il presidente colombiano Duque, in visita alla Casa Bianca, ha manifestato il suo disappunto.

L’intenzione di Biden è “scoperta”, oltre che spregiudicata: la sostituzione del petrolio russo, a cui la Casa Bianca ha appena rinunciato, con quello venezuelano. Da qui, le critiche di opportunismo e cinismo. D’altro canto, anche in Venezuela c’è chi ritiene che quello di Biden sia un gesto destinato, comunque, ad aprire una pagina nuova, non solo in Venezuela a sbloccare una situazione congelata, senza sbocchi. Da questo punto di vista, non si può neppure dire che la scelta di Biden sia un completo fulmine a ciel sereno. Da tempo, qualche “pontiere” era al lavoro, a partire dal cosiddetto “gruppo di Boston”, formato da lobbisti e da esponenti di entrambi i Paesi.

Si vedrà se lo spiraglio aperto avrà un seguito. L’intesa, sul piano economico, converrebbe a entrambi: agli Usa, perché si risolverebbe in un colpo solo il problema petrolifero, proprio mentre i costi del carburante salgono alle stelle. E al Venezuela, che da anni è alla fame (sei milioni i cittadini che hanno abbandonato il Paese), ed è incapace, per mancanza di tecnologia e di personale, di sfruttare appieno l’incredibile ricchezza del proprio sottosuolo. Basti pensare che, oggi, la benzina viene importata. La via, però, è stretta. Non basta che Maduro abbia annunciato il ritorno al tavolo dei negoziati con l’opposizione in Messico (ultimo tentativo in ordine di tempo) e che abbia liberato alcuni importanti prigionieri statunitensi. La pioggia di critiche ha indotto Biden a dichiarare che il rinnovato dialogo potrà proseguire solo nel caso di “significativi progressi” al tavolo di Città del Messico. E Maduro, da parte sua, ha posto come condizione di essere riconosciuto come “legittimo presidente”.

Barili che fanno gola. Sulla nuova situazione il Sir ha interpellato l’economista Víctor Álvarez, premio nazionale delle Scienze, già ministro dell’Industria ed Estrazioni minerarie di Hugo Chávez, poi distaccatosi da Maduro. Nei giorni scorsi aveva pubblicato un articolo in cui argomentava l’impossibilità, per il Venezuela, di approfittare dell’impennata dei prezzi del greggio. “Ma ora – spiega – la situazione potrebbe cambiare radicalmente. Attualmente le multinazionali, a causa delle sanzioni, non possono operare in Venezuela. Nel caso i provvedimenti venissero tolti, il Venezuela potrebbe garantire 1 milione e 250 mila barili di greggio al giorno agli Usa, che finora ne ricevevano 750 dalla Russia (va sottolineato che attualmente nel Paese si estraggono 400 mila barili. ndr). Vedremo, molto dipenderà dagli Stati Uniti, che in questo momento sono quelli che più avrebbero bisogno dell’accordo. Si tratta di un negoziato diretto, che scavalca tutti gli ostacoli. Anche il Venezuela è evidentemente interessato, dato che è destinato a essere coinvolto anch’esso dalle conseguenze delle sanzioni contro la Russia, che è impossibilitata, in questo momento, a supportare l’alleato sudamericano anche dal punto di vista tecnologico”. Non mancano, naturalmente le incognite: “Come dicevo – prosegue l’economista – la partita è soprattutto in mano agli States. Biden deve misurare molto attentamente le mosse, a fine anno ci saranno le elezioni di medio termine. Sarebbe necessario riavviare, qui in Venezuela, un cronoprogramma che porti a libere elezioni”.

Álvarez fa, inoltre, un’ultima considerazione: “Nel 2021 abbiamo assistito in Venezuela, per la prima volta dopo otto anni, a segnali di riattivazione economica. L’iper-inflazione si è raffreddata. Ora è importante proseguire, ma c’è anche il rischio che il ritorno delle multinazionali del petrolio favoriscano il ritorno a una economia basata soltanto sulle rendite petrolifere, sui petrodollari, invece che puntare su investimenti strutturali e su una maggiore diversificazione”.

Novità geopolitica, ma con molte contrarietà. Rilevanti, naturalmente, anche i possibili effetti geopolitici dell’imprevisto riavvicinamento tra Biden e Maduro, come fa notare il politologo Javier Contreras, gesuita studente in Teologia, esperto di Relazioni internazionali: “E’ evidente l’importanza geopolitica del Venezuela, finora un’enclave russa nel Sudamerica, e la rilevanza di una possibile alleanza momentanea con gli Stati Uniti. Una cosa dirompente, che non ha caso ha sollevato negli States fortissime critiche, non solo tra i Repubblicani, ma anche, per esempio, da parte di Bob Menéndez, democratico e presidente della Commissione Esteri del Senato”. L’esponente politico ha, infatti, manifestato la propria preoccupazione per i recenti sviluppi, definendo Maduro “un cancro” per il Continente. “In tutta evidenza – prosegue il politologo – è un processo molto delicato, ma è anche vero che si tratta di una novità, rispetto a una situazione bloccata. I detenuti statunitensi liberati dal Governo venezuelano sono significativi: Gustavo Cárdenas, dirigente di un’azienda petrolifera, la Citgo, e Alberto Fernández, arrestato nel 2021 con accuse di terrorismo. Si tratta di fatti concreti. In ogni caso, non sono né ottimista né pessimista, mi rendo conto delle difficoltà, ma penso anche che vada colta l’occasione di riattivare il dialogo. In ogni caso, è fondamentale che proseguano i lavori del tavolo di negoziato tra Governo e opposizione in Messico e che si ottengano risultati. Altrimenti, il rischio è che i guadagni derivanti dall’aumento delle estrazioni petrolifere non vengano redistribuiti per politiche di carattere sanitario, sociale ed educativo, e alimentino, invece l’oligarchia di Maduro”.

(*) giornalista de “La voce del popolo”