• on agosto 23, 2021

Terremoto Centro Italia. Mons. Pompili (vescovo) e Legnini (commissario): “Cominciamo a intravedere la luce in fondo al tunnel”

“Forse cominciamo ad intravedere la luce in fondo al tunnel”: cinque anni dopo il sisma del 24 agosto 2016 che devastò l’Italia centrale, il vescovo di Rieti e amministratore apostolico di Ascoli Piceno, mons. Domenico Pompili, si lascia andare ad “un cauto ottimismo” per il futuro del territorio amatriciano, tra i più colpiti dal terremoto.

“Nonostante i momenti di incertezza, di difficoltà e di scoraggiamento – racconta al Sir – la parola d’ordine è stata sempre la stessa: ‘andare oltre’”.

Non è un caso che “Andare oltre” è anche il titolo di un volume edito dalla diocesi reatina per raccontare il proprio impegno nel post-terremoto che si può sintetizzare in tre tappe: “Ascoltare, intervenire e contemplare”. Quasi una risposta a “quattro anni di nulla”, alla facile retorica del “non vi abbandoneremo” o peggio ancora del “ricostruiremo come era e dove era”.

Amatrice, (foto Comune)

Amatrice nei giorni scorsi ha visto la prima gru ergersi sulla “zona rossa”, un segno di grande valore simbolico che prelude all’inizio dei lavori di ricostruzione del condominio vicino il monumento ai Caduti in piazza Antonio Serva. Sono in corso anche i lavori su corso Umberto 1° per il tunnel dei sottoservizi. Altri cantieri sono programmati in questi giorni. Dopo 5 anni, la ricostruzione sembra aver imboccato la strada giusta? Lo abbiamo chiesto al vescovo Pompili e al commissario straordinario del Governo alla ricostruzione, Giovanni Legnini, incontrati nei giorni scorsi ad Amatrice.

foto SIR/Marco Calvarese

Mons. Pompili, la ricostruzione sembra accelerare. Cosa è cambiato?
La semplificazione delle procedure burocratiche, la convergenza delle diverse Istituzioni hanno prodotto negli ultimi 12 mesi una accelerazione che lascia ben sperare. Semplificare e velocizzare è vitale per rianimare le zone colpite. Si cominciano adesso a vedere delle gru. Quella impietosa fotografia del centro storico – che resta tale – dunque va contestualizzata dentro una serie di interventi che stanno venendo a maturazione. Come Chiesa anche noi daremo presto il via alla cantierizzazione dell’opera Casa Futuro, nell’area del Don Minozzi. Accanto ad una obiettiva disillusione di tempi che si sono protratti direi che adesso c’è anche una concreta fiducia che forse si comincia a fare sul serio.

In questi 5 anni la Chiesa non ha mai fatto mancare il suo sostegno alla popolazione terremotata. Quali sono state le principali azioni messe in campo?
Tre sono state le azioni della Chiesa che hanno accompagnato in modo costante questo quinquennio e che abbiamo voluto raccontare in questa sorta di Libro bianco intitolato “Andare oltre”. La prima è stata l’ascolto, la voglia di sentire il battito cardiaco di questo altopiano che ha vissuto la lunga sequenza sismica che si è protratta da agosto 2016 fino alla primavera successiva. A questo si è aggiunto il Covid-19. L’ascolto significa intercettare i bisogni, inizialmente solo materiali, ma successivamente anche psicologici, morali e spirituali. La seconda azione di vicinanza è stata quella dell’intervento sul piano economico e sociale per aiutare anche le piccole e medie aziende, per sostenere chi era rimasto e che non aveva possibilità di lavoro. Abbiamo creato anche una impresa sociale che ha dato lavoro a giovani e donne e aiutato persone che avevano voglia di ricominciare. Terza azione: ricostruire i beni culturali, metterli in sicurezza e rialzarli. Tre azioni che hanno evidenziato una continuità di presenza vicino alla comunità locale.

Dopo 5 anni come vive la popolazione, come ha rielaborato questo dramma del sisma?
L’impatto è stato devastante. In quei frangenti

la fede è tornata all’essenziale misurandosi con questa prova così dolorosa

e aiutando la gente a sostenersi, penso in particolare agli anziani e ai giovani, anche davanti la difficoltà di tenere insieme le popolazioni in un territorio che ha subìto il contraccolpo emotivo e fisico di questa tragedia.

A breve l’apertura del cantiere di Casa Futuro, il progetto che la diocesi di Rieti e l’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia intendono realizzare nell’area del complesso “Don Minozzi”. È forse questa l’opera che segna il passaggio dall’emergenza alla rinascita?
Casa Futuro è la prova tangibile che Amatrice sta provando a rinascere senza lasciarsi fiaccare dalla sfiducia. E questo grazie a un ripensamento moderno e sostenibile dell’intera area, che offrirà proposte per i giovani, opportunità per la filiera dell’agroalimentare, accoglienza per gli anziani, ospitalità per i servizi amministrativi del Comune. Credo che sia il segno che premia una lunga fase di elaborazione dei progetti, di verifica di vincoli e di individuazione delle aree adatte. Dopo cinque anni speriamo di poter chiudere definitivamente la fase dell’emergenza per cominciare l’opera di rigenerazione di questa terra.

Basterà questo per fermare l’esodo degli abitanti dei monti della Laga?
L’esodo da queste zone nasce ben prima del sisma del 2016. Alla fine dell’800 questo altopiano era molto più popolato di oggi. È un fenomeno tipico delle cosiddette aree interne che devono misurarsi con questo fenomeno che il terremoto ha solo slatentizzato e fatto emergere. La possibilità che l’Appennino possa tornare vivere – dopo la pandemia ci siamo resi conto che i luoghi isolati offrono una migliore qualità di vita – sarà concreta solo se riusciremo a superare questo atavico isolamento delle infrastrutture materiali e immateriali. Credo che ciò evochi molte cose, per esempio la ferrovia dei due mari. Ora che sono anche amministratore apostolico di Ascoli mi rendo conto che collegare le due zone, la tirrenica all’adriatica, significherebbe introdurre un elemento di accelerazione di processi che darebbe una spallata a questo immobilismo. La difficoltà dello spopolamento è un problema più di sistema – non direttamente legato al sisma – che riguarda tutta l’Italia centrale.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) potrebbe aiutare in questa direzione?
Certamente. Bisognerà capire se si riuscirà ad inserire almeno la progettazione che è la premessa – come abbiamo visto qui nel cratere – per poter realizzare l’opera anche se non nell’immediato. Mai si comincia mai si arriva a destinazione.

foto SIR/Marco Calvarese

Commissario Legnini, a 5 anni dal sisma qual è il suo bilancio della ricostruzione?
Finalmente ci siamo. Su tutto il territorio di Amatrice i cantieri aperti sono circa 200. Ci sono progetti  importanti come il Don Minozzi. La ricostruzione del capoluogo, dopo l’emanazione dell’ordinanza speciale in deroga, prenderà il via nell’arco di alcune settimane. Secondo i dati del terzo rapporto sulla ricostruzione del Centro Italia dopo i terremoti del 2016-2017, aggiornato alla fine dello scorso mese di giugno, sono state più di 10mila le domande di contributo approvate su 20mila presentate, 3.300 delle quali nel solo primo semestre 2021, con la concessione di 2,7 miliardi di euro per la riparazione e la ricostruzione degli edifici danneggiati. Cinquemila edifici riparati con la consegna di oltre 12mila abitazioni e il rientro a casa di altrettante famiglie, con una forte accelerazione nell’ultimo anno, che ha segnato anche l’avvio concreto, sia in termini di avanzamento dei lavori che della spesa erogata, delle oltre 2.600 opere pubbliche finanziate dalle ordinanze.

Possiamo guardare avanti con una certa fiducia.

Nuove e più efficaci procedure, pensate e varate anche durante la pandemia, hanno velocizzato la ricostruzione non solo delle strutture pubbliche ma anche di quelle private. La burocrazia – freno a mano della ripresa – sembra essere stata sconfitta, è così?
La riforma incisiva che abbiamo elaborato nel 2020 sulla procedura per la ricostruzione privata ci ha consentito di triplicare, nei primi sei mesi del 2021, il numero dei decreti, delle autorizzazioni e dei finanziamenti per gli edifici privati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno sbloccando ciò che era fermo per problemi burocratici e normativi e ma anche per la grande difficoltà nell’intervenire in una situazione di distruzione totale come Amatrice, Accumoli, Arquata e molti altri… Su questi siamo intervenuti con provvedimenti speciali in deroga, semplificando e fornendo supporto ai comuni, In queste settimane vedremo l’avvio di questi interventi.

I centri più colpiti dal sisma sono in larga parte territori e piccoli borghi che ora, dopo la messa in sicurezza, sono chiamati a tornare alla loro bellezza originaria. “Disertare questi luoghi” sarebbe “ucciderli una seconda volta” per usare parole di mons. Pompili.
Lo spopolamento, purtroppo, è già accaduto. Ci sono stati decenni di progressivo spopolamento e impoverimento di questi territori, dopodiché il terremoto ha dato il colpo di grazia. Ora bisogna risalire e ripopolare questi borghi e queste terre. La ricostruzione sarà una leva fondamentale in questa direzione insieme alle misure sullo sviluppo che dovranno essere attuate.

Questo esempio di ricostruzione può essere assunto come modello di ripartenza anche per l’Italia post Covid, magari con l’aiuto del Pnrr?
Stiamo sperimentando alcune innovazioni procedurali, nel rapporto tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione, tra questa e i professionisti e le imprese. Mi auguro che possano funzionare qui e poi nel caso costituire un punto di riferimento per il futuro.

Come giudica il lavoro condotto con la Chiesa cattolica per quel che riguarda i beni ecclesiali come chiese e luoghi di culto di interesse artistico?
La collaborazione con la Chiesa cattolica è decisiva e importante. Abbiamo lavorato in totale sinergia e anche sulle chiese e sui beni artistici è previsto un impegno enorme.