• on maggio 31, 2021

Stragi di innocenti. Don Patriciello: “Serve riscoprire il nobilissimo sentimento della pietà verso gli altri”

“Terra. Terra mia. Terra nostra. Terra martoriata e bella. Terra di fumi e di veleni. Dolcissima amica dei miei antenati. Oggi tanto umiliata e calpestata. Gemi. Fino al cielo sale il tuo lamento. Boccheggi. Ma ancora non ti arrendi. Lotti. Fino allo stremo ti difendi. Non vuoi morire. Madre. Sorella. Figlia. … Terra mia. Terra dei padri miei. Terra dei figli miei. Figli impoveriti. Maltrattati. Rapinati. Siamo stati con loro cattivi più del lupo. Oggi ti sfuggono. Di te hanno paura. Ti abbandonano. Partono per altri lidi. Terra mia. Terra avvelenata. Insultata. Sfregiata. Ti hanno insozzato il vestito della festa. Hanno annerito il tuo cielo bello come il mare. Ritorna, terra, ad essere nostra amica. Con vergogna ci battiamo il petto. La tua agonia ci addolora. La tua morte ci condanna a morte. Se tu risorgi, noi speriamo ancora. Ritorna, terra, alla vocazione antica. Fallo per loro. Per i figli che non abbiamo amato. Fallo per loro. Già troppo sono stati derubati. Allarga ancora, signora, le tue braccia. E quel tuo cuore bello, sconfinato, immenso come Iddio. Terra. Terra nostra. Terra mia”. Sono i versi che don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, noto per il suo impegno nella Terra dei fuochi, dedica a Papa Francesco, in una lettera aperta che gli rivolge dalle pagine di Avvenire.

Don Maurizio, perché ha sentito l’esigenza di scrivere al Papa?

Perché, qualche giorno fa, è morto Gabriel di soli nove anni, per un tumore.

Quanti piccoli sono morti nella Terra dei fuochi per questa malattia!

E quanti restano soli perché muoiono i papà e le mamme, come Ester che lascia due bambine, di nove e tre anni. Il nesso tra rifiuti, ambiente malsano e salute è un dato di fatto, ma nel tempo del Covid un tema quasi dimenticato e questo non ha fatto altro che peggiorare le cose.

Conclude la lettera con dei versi che sono un grido di dolore e un canto d’amore…

Io sono figlio di contadini. È una terra in cui abbiamo lavorato, giocato, vissuto. È la “nostra” terra: da un lato, bellissima e fertilissima; dall’altro, vediamo che ne è stato fatto uno scempio ed è per me una sofferenza grande!

Di questo scempio soffrono, come scrive lei, prima di tutto i più piccoli…

I bambini sono una spina nel cuore.

Negli anni passati, una delle mie prime iniziative qui è stato riunire le mamme di questi bambini. Infatti, un conto sono le parole dette e scritte, un altro sono le storie raccontate che hanno un impatto più forte dal punto di vista mediatico, sull’opinione pubblica e sulle istituzioni. Perciò, formammo il comitato “Noi genitori di tutti”, che raccoglieva tante mamme “orfane”, chiamate così perché in italiano non esiste un termine per definire una mamma che ha perso un figlio. Queste donne hanno offerto una grande testimonianza, come Anna, il cui figlio, Riccardino, era passato “dalla mammella alla chemioterapia”, essendosi ammalato a sei mesi per poi morire a due anni, trascorsi quasi tutti in ospedale. Sono storie strazianti. Eppure, fino a poco tempo fa si negava il nesso di causalità o almeno si sottovalutava, accampando come scusa il fatto che mancassero dati scientifici sulla questione, finalmente accertata, a febbraio 2021, dallo studio dell’Istituto superiore di sanità. Amara consolazione per noi che da tanti anni ci battiamo per la salute e un ambiente più salubre.

Se allarghiamo lo sguardo al di fuori della Terra dei fuochi, ci sono tante stragi di innocenti, come i bimbi morti nei naufragi del Mediterraneo, di fronte a cui distogliamo lo sguardo…

Nella mia esperienza da laico prima e da prete poi, ho capito che l’uomo si abitua a tutto, purtroppo… Come dimenticare il piccolo Di Matteo sciolto nell’acido o i bimbi vittime dei pedofili? Una volta, da mio “fratello” don Fortunato di Noto, fondatore di Meter, ho guardato alcuni video in cui adulti violentavano neonati, non credevo che questo fosse possibile. Dopo quattro o cinque video, mi sono sentito male, non ho resistito più. Però, mi sono detto: queste scene sono così urticanti, tanto forti che forse dovremmo vederle tutti per scuotere le nostre coscienze, così come le foto dei bambini morti e adagiati sulla spiaggia in Libia.

Davvero ci sono giorni in cui si fa fatica ad avere fiducia nell’essere umano, quando l’uomo diventa homo homini lupus, quando neanche il pianto di un bambino riesce a fermarlo.

Tolta la pietà dal consesso umano, cosa resta? Dobbiamo impegnarci tutti a riscoprire la pietà, che non si può comandare per legge. Perciò,

dobbiamo educare i bambini, sin da piccoli, a coltivare nel proprio cuore la pietà, questo nobilissimo sentimento, nei confronti degli altri.

In caso contrario, non ci resta niente. Basti pensare che si costruiscono mine antiuomo che hanno la forma di un giocattolo e quel bambino, che in zone di guerra non ha niente e la prenderà in mano sperando di poter giocare, avrà la vita distrutta. E mi chiedo: com’è possibile lanciare un razzo, che alla partenza sembra quasi un fuoco di artificio nelle feste di paese, senza pensare che quando cadrà, invece, colpirà, strazierà e ucciderà vite umane, anche quelle di bambini? E com’è possibile portare le persone in una cabina a mille metri di altezza sapendo di aver manomesso i freni? Allora, se per scuoterci dal sonno della ragione e della coscienza, che genera mostri, serve vedere immagini cruente e farci sentire i lamenti di neonati e bambini, ben venga tutto questo.

L’uomo si abitua al male, ma anche al bene.

E come riscoprire in noi questo bene?

Senza il Padre è difficile riscoprirsi fratelli. La Chiesa cattolica guarda alla salvezza del singolo, ma nel bene del singolo c’è anche il bene dell’umanità, perché il bene è diffusivo e si allarga a cerchi concentrici. Dobbiamo anche sconfessare l’idea sbagliata, ereditata dall’Illuminismo, che la cultura automaticamente è motivo di benessere morale. Poi bisogna dare ai bambini esempi positivi, ma non modelli irraggiungibili, piuttosto alla loro portata, come una mamma e un papà che vivono onestamente e serenamente o un parroco, che si spende per gli altri.