• on giugno 24, 2021

Strage Ardea. Beretta (Opal): “Su armi servono norme più stringenti, controlli annuali e incrocio dati”

La strage di Ardea conferma ancora una volta la pericolosità di detenere, ancorché legalmente, armi in casa. Quando poi alla presenza di un’arma si unisce la malattia mentale si verifica un mix esplosivo, come in questo caso. Tragedia annunciata? Probabilmente sì, che insieme ad altri simili e drammatici episodi di cronaca suscita diversi interrogativi e dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, oltre alla necessità di una reale presa in carico di chi ha una sofferenza psichica, l’urgenza di una revisione della legge sulle licenze per mettere un argine alla facilità con cui nel nostro Paese ci si può procurare un’arma e conservarla praticamente per sempre. Su questo aspetto abbiamo raccolto la riflessione di Giorgio Beretta, analista dell’Opal (Osservatorio sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa) di Brescia che, membro della “Rete italiana pace e disarmo”, svolge attività di ricerca e informazione sulla produzione e il commercio di sistemi militari e di armi leggere e di piccolo calibro.

Andrea Pignani, il killer, aveva “ereditato” la pistola, una Beretta 7,65, dal padre, guardia giurata, deceduto lo scorso novembre. Dopo la morte del padre non l’avrebbe dovuta segnalare o consegnare ai carabinieri?
Per legge tutte le armi di cui si entra in qualche modo in possesso devono essere segnalate alle autorità di pubblica sicurezza (Questura, Carabinieri o Polizia). In questo caso la madre pare non abbia ritrovato l’arma ma, sapendo che vi era un’arma che era appartenuta al marito defunto, avrebbe dovuto farne prontamente denuncia di smarrimento.

Perché Pignani l’ha potuta nascondere – come sembra abbia riferito la madre – senza avere sanzioni di alcun tipo? Non esiste in Italia un registro o un censimento delle armi legalmente detenute?
E’ prevista una sanzione sia per “detenzione abusiva di armi” (con l’arresto da tre a dodici mesi o l’ammenda fino a 371 euro) sia per chi, avendo notizia che in un luogo da lui abitato si trovano armi o munizioni, omette di farne denuncia all’autorità (arresto fino a due mesi o ammenda fino a 258 euro). Il problema è soprattutto perché in questi mesi le autorità di pubblica sicurezza non siano intervenute per una verifica: c’è un registro delle armi, ma a quanto pare, nessuno aveva segnalato loro che il padre, legale detentore, era deceduto. Avrebbe dovuto farlo la famiglia, ma le forze dell’ordine non hanno modo di saperlo perché non è prevista una comunicazione tra uffici dell’anagrafe e uffici di pubblica sicurezza in caso di decesso di una persona.

Oltre a questa tragedia, è lunghissima la lista di omicidi familiari, soprattutto femminicidi, con armi detenute legalmente. 
Il punto fondamentale è proprio questo: da diversi anni in Italia il numero di omicidi con armi regolarmente detenute supera ampiamente gli omicidi di mafia e quelli per furti e rapine: la comparazione tra i dati dell’Istat sugli omicidi volontari e quelli riportati nel database dell’Osservatorio Opal, ci mostra che negli ultimi cinque anni (2015-2019) a fronte di 1.886 omicidi volontari, almeno 196 sono stati commessi con armi legalmente detenute. Ciò significa che

oggi in Italia più di un omicidio su dieci è commesso con armi in possesso di persone che hanno una regolare licenza

e che, secondo la legge, dovrebbero essere affidabili e non dovrebbero costituire una minaccia per la sicurezza pubblica.

Quali sono i requisiti necessari per il rilascio e quale la durata delle licenze?
I requisiti sono molto semplici: a qualsiasi cittadino italiano, che non sia incorso in condanne superiori a tre anni o abbia commesso delitti specifici contro lo Stato o l’ordine pubblico, esente da malattie nervose o psichiche, non alcolista o tossicodipendente, è consentito di ottenere una licenza dopo aver superato un semplice esame di maneggio delle armi. A parte la licenza di porto d’armi per difesa personale, tutte le altre licenze (tiro sportivo e attività venatoria) hanno una validità di cinque anni: un periodo in cui una persona può incorrere in disturbi mentali, di personalità o comportamentali ma di cui le autorità non hanno, generalmente, alcuna conoscenza.

Nel caso, invece, un legale detentore sia sottoposto ad un trattamento sanitario (non necessariamente obbligatorio) per un disturbo psichico, che cosa succede?
La licenza viene sospesa, viene avviato l’iter per la revoca ed è previsto il ritiro cautelativo delle armi. Il problema però è che oggi le autorità di pubblica sicurezza non hanno modo di sapere se una persona, che già detiene una licenza per armi, incorra poi in disturbi psichici. I medici di base e le Asl non possono comunicarlo alle Questure e il registro telematico di comunicazione diretta, previsto fin dal 2010, non è stato ancora realizzato. A meno che non ci sia una specifica segnalazione da parte di cittadini, le forze dell’ordine ne sono totalmente all’oscuro.

Per prevenire questa ennesima strage – che purtroppo non sarà l’ultima – che cosa si sarebbe dovuto fare e non è stato fatto? Soprattutto, come intervenire per evitare che in futuro possano ripetersi episodi così insensati e feroci?
Vanno certamente migliorate le comunicazioni tra uffici dell’anagrafe, uffici sanitari e autorità di pubblica sicurezza per poter incrociare i dati. Ma il problema va affrontato alla radice: non è pensabile che si possano detenere armi fino ad età avanzata per poi lasciarle agli eredi e soprattutto che, a fronte del gran numero di omicidi commessi da legali detentori di armi, siano mantenute le norme attuali. Innanzitutto

ogni licenza per armi dovrebbe essere rinnovata almeno annualmente

e per ottenerla e rinnovarla andrebbero resi obbligatori esami tossicologici e una valutazione clinica sullo stato di salute mentale del suo detentore. Finché non si farà almeno questo, continueremo a piangere i morti.