• on giugno 1, 2021

Soldi pubblici non significa “Stato imprenditore”

Troppo denaro pubblico e troppo Stato possono spegnere l’economia invece che rilanciarla? L’imprenditoria, come è successo in alcune città italiane dalla grande storia industriale, può perdere vigore innovativo e finire per rincorrere i soli sussidi pubblici? La pandemia ha accentuato questi dubbi. Anche se la strada obbligata di questi mesi non poteva che essere l’immissione di denaro in abbondanza, il blocco dei licenziamenti, i tassi bassissimi, i ristori e per fortuna qualche piano per il futuro.

Sembra un dibattito teorico e invece in questi anni si ridisegnerà l’architettura dell’attività economica italiana (ma anche all’estero le spinte all’intervento pubblico non mancano) e capire cosa accadrà è importante per le famiglie, per il terzo settore in crescita, per i giovani che cercano una strada in Italia o all’estero. Cosa resterà di questi primi anni 2020? Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, sembra preoccupato da uno Stato concorrente improprio delle imprese e da una possibile tendenza di queste ultime ad adagiarsi sui sussidi. Lo Stato deve offrire servizi al mondo dell’economia, non diventare imprenditore come pure accade in giro per il mondo (si pensi alla Francia). “La sua azione – ha detto nelle Considerazioni finali, che è il principale intervento pubblico dell’anno – dovrà essere complementare, non contrapposta, a quella delle imprese che operano sul mercato”. Meglio uno Stato efficace nel promuovere la nascita e lo sviluppo delle imprese, garante del contesto concorrenziale, che uno Stato che va a coprire tutte le situazioni di crisi. Ricorda i rischi di inefficienza delle imprese pubbliche che poi sono state pagate dall’intera collettività. Ciò accade “soprattutto se l’impresa pubblica viene sottratta alla disciplina dei meccanismi concorrenziali o se non è accompagnata da regole e presidi istituzionali che nel garantiscano responsabilità e l’autonomia di gestione”.

Bankitalia implicitamente invita gli imprenditori a rimettere in circolo il loro patrimonio. E anche le famiglie congelate nella paura di investire sui figli o nelle ristrutturazione delle case dove le spese necessarie sono state rinviate in attesa di tempi migliori. Se la ripresa dell’economia dovrà essere forte, per ridare ottimismo e occupazione, così da creare un benessere diffuso, “è essenziale che a essa partecipino con convinzione e fiducia imprese e famiglie, non è pensabile un futuro costruito sulla base di sussidi e incentivi pubblici”. Anche perché in futuro – avverte Visco – “le politiche macroeconomiche straordinarie ed eccezionali verranno meno”.