• on agosto 21, 2020

Sisma e pandemia: in Valnerina, tra burocrazia che paralizza e coraggio di cambiare. Don Avenati (Preci): “Più fragili e vulnerabili”

“Piove sul bagnato”: recupera il verso di pascoliana memoria, “Piove sul bagnato: lagrime su sangue, sangue su lagrime”, don Luciano Avenati, parroco dell’Abbazia di Sant’Eutizio in Preci, per ricordare le scosse sismiche che nell’agosto del 2016 e nei mesi successivi, devastarono il Centro Italia lasciando segni ancora visibili sui palazzi e dentro l’animo delle popolazioni che da allora ne attendono la ricostruzione.

Norcia, 2016-2020

Uno strazio raccontato da una scritta rossa su un lenzuolo bianco, penzoloni da una finestra di Norcia, che recita: “se non ci ha ammazzati il terremoto, ci ammazzerà il sistema”. E adesso in Valnerina, con l’epidemia del Coronavirus, “la situazione si è fatta ancora più difficile e drammatica”. La pandemia, racconta il sacerdote che vive in una ‘casetta’, nel Centro di comunità di Campi, uno dei sedici paesi della sua parrocchia, dono delle Caritas di Mantova e di Como,

“ci ha fatto toccare con mano ancora di più l’isolamento. Ha bloccato anche quei pochi che venivano qui perché avevano amici, parenti o una casa da ricostruire. La paura del contagio è entrata nella vita delle persone. E anche se il territorio è stato in qualche modo risparmiato, la condivisione di morti,  di dolore e di disagi ha appesantito il cuore di tutti”.

Paradossalmente, ammette il parroco, “l’isolamento in cui siamo dal 24 agosto del 2016 ci ha aiutato a vivere meglio quello imposto dal Covid-19. Ma ci siamo ritrovati ancora più fragili e vulnerabili ed abbiamo capito meglio che non siamo i padroni del mondo ma i custodi dell’umanità e dell’ambiente. La situazione è ormai insostenibile”. Ne sanno qualcosa le popolazioni terremotate costrette a vivere nelle Soluzioni abitative in emergenza (Sae) o in altre sistemazioni provvisorie, dopo aver ascoltato proclami e promesse da parte dei politici di turno. “Andrà tutto bene” il leit motiv della pandemia. Sarà così anche per la ricostruzione? Certo è che

Don Luciano Avenati

“non ci si può accontentare di come stanno andando le cose”.

Con il passo dei montanari. Intanto, dice don Avenati, “le Istituzioni dovrebbero dare una medaglia d’oro alla resistenza, alla pazienza, alla resilienza della gente terremotata. Medaglia d’oro anche nel conservare una certa fiducia in chi è chiamato a gestire la ricostruzione. Diversamente – sottolinea – avremmo dovuto marciare su Roma con i forconi. La gente non lo ha fatto perché ha ancora una dignità da difendere”. E una medaglia d’oro, il parroco la chiede anche “per le coppie di Ancarano. In questo piccolo borgo della Valle Castoriana, tra Preci e Norcia, le famiglie hanno messo al mondo, dal 2016, anno del sisma, ad oggi, circa 30 bambini su una popolazione di 110 anime. Questa è la speranza tipica dei montanari di queste terre. Vanno avanti con passo costante. Sanno bene che salire di corsa in montagna non si va da nessuna parte. Per questo camminano calpestando la terra, assaporandone la dolcezza e l’asperità avanzando senza consumare subito tutte le energie, scegliendo il punto giusto dove poggiare il piede per non cadere o scivolare”. Gente generosa che “ha ricevuto tanto durante gli anni più bui del sisma e che ora, nonostante tutto, ricambia”.



Ricorda don Avenati: “quando la pandemia ha colpito Mantova e Como, che ci avevano donato il Centro di Comunità e la Chiesa, abbiamo voluto ricambiare con un piccolo gesto solidale. La loro sofferenza è maggiore della nostra. Puoi perdere una casa, una chiesa, ma quando perdi un padre, una madre, un figlio, un amico, senza poterli vedere, salutare o carezzare, è devastante”.

foto SIR/Marco Calvarese

Burocrazia paralizzante e il coraggio di cambiare. Piove sul bagnato perché “il Covid-19 ha rallentato ancora di più i meccanismi e le dinamiche della ricostruzione che già soffriva, e ancora soffre, di una paralizzante burocrazia, insopportabile per le nostre popolazioni”. La collocazione geografica e ambientale, defilata rispetto alle città e alle zone dell’Italia più popolate e animate, spiega don Avenati, “ci ha preservato dal contagio della pandemia. Se il terremoto non avesse distrutto o reso inagibili le case di tante famiglie che ormai da anni vivono a Roma o in altre città, tante persone forse sarebbero tornate (o meglio tornerebbero) a vivere nei nostri paesi, dove la vita è più tranquilla, gli spazi di movimento più sicuri rispetto al contagio. Un fenomeno inverso allo spopolamento dei decenni passati che una ricostruzione più rapida potrebbe rendere praticabile”.

Con il terremoto e con la pandemia “abbiamo capito che le cose vanno bene se si ha il coraggio di cambiare; cambiare nel modo di ricostruire anzitutto e anche nel modo di impostare la vita personale, familiare e sociale”. “Non è pensabile il ritorno alla normalità se si intende un ritorno alla vita di prima” sostiene il parroco che invoca “un terremoto della burocrazia che paralizza e una pandemia che distrugga l’egoismo sociale”.

Duplice lezione. Con il nuovo Commissario straordinario alla ricostruzione post-sisma, Giovanni Legnini, “si paventa adesso, dopo 4 anni, uno snellimento burocratico che dovrebbe favorire sia la ricostruzione leggera che quella pesante. Speriamo si possa partire subito dopo l’estate”. Ad attendere la ricostruzione è anche la storica abbazia di Sant’Eutizio luogo dove San Benedetto apprese i rudimenti della fede. Oggi ciò che resta dell’abbazia è ingabbiato da impalcature e immobilizzato dalla burocrazia che genera mucchi di pratiche.






Per don Avenati bisogna snellire le autorizzazioni perché “se ogni ente come Regione, Comune, Ente Parco, Protezione Civile, Soprintendenza, deve esprimere un proprio parere su ogni pratica, accade che si ferma tutto”. “Un Paese come l’Italia, dove i terremoti sono una costante, non può non avere una Legge Quadro per il sisma” denuncia don Avenati. “Per la ricostruzione si stabiliscano dei punti fermi sui quali non si deve derogare. Non si può più attendere. I furbi devono pagare. Lo Stato dia garanzie per ricostruzione e ripartenza. Basta con le passerelle perché non crediamo più a nessuno”. La Chiesa, da parte sua, “semini il Vangelo e resti vicino alle famiglie. Sta a noi – conclude – trasformare questa crisi in una opportunità di vero cambiamento. Camminare nella speranza, resistere con coraggio e lavorare per una società più umana e fraterna: questa è la duplice lezione del terremoto e della pandemia”.