• on Luglio 27, 2019

Sherlock Holmes da laboratorio: quando dare un nome alle vittime parte dal loro Dna

Precisione estrema e tanta pazienza. Per dare un nome a un brandello o a una traccia infinitesimale di tessuto organico serve un lavoro accuratissimo. E non è detto che il profilo genetico, la mappa del Dna capace di ricondurre a un’identità, salti fuori al primo colpo. “I tentativi sono tanti ed occorre ripetere le analisi”, spiega Marina Baldi, biologa, specialista in genetica medica e consulente forense anche per le analisi della scena del crimine e per la ricostruzione del reato. Spesso per raggiungere un nome sono necessari anni. Quasi 18 ne sono passati dall’attentato alle Twin Towers a New York. Pochi giorni fa è stato annunciato che gli specialisti del Medical examiner’s office hanno identificato la vittima numero 1.643 di quella tragedia in cui morirono 2.753 persone.

“Ma sono ancora oltre 20mila i resti senza un nome”

aggiunge la dottoressa Baldi. Dal 2001 ad oggi le metodiche in mano agli specialisti hanno fatto dei passi in avanti. “Anche se le tecniche in sé non sono cambiate – precisa – . Ad essere aumentata è la sensibilità degli strumenti, specialmente dei kit di amplificazione con cui riusciamo a estrapolare il Dna pure da campioni degradati”. Non tutto però è ancora possibile: “nel caso dei resti combusti, come nella maggior parte a Ground Zero, non è possibile risalire all’identificazione”.

Per spiegare il funzionamento dei kit di amplificazione si può usare il paragone della macchina fotocopiatrice: “le tracce genetiche estratte sono molto esigue. Per poterle leggere, occorre amplificare le regioni che ci interessano, ‘fotocopiando’ gli elementi. Fino a qualche anno fa ciò era possibile solo su frammenti grandi mentre ora anche le tracce più piccole o persino degradate ci permettono di ottenere il profilo”.

La saliva è divenuta il campione ideale “perché non comporta un prelievo invasivo ed è ricco di cellule. Però non sempre si riesce a reperire, come nei casi dei disastri di massa”. L’attendibilità di questo tipo di analisi è ottima: “il profilo o viene ricostruito oppure no. Non ci sono vie di mezzo”. A volte si riesce a riconoscere le persone tramite un vestito o una otturazione dentale, “ma è possibile solo quando l’evento ha colpito un gruppo chiuso, come per esempio i passeggeri di un aereo di linea”. Diverso è quando le vittime sono migliaia, magari per uno tsunami, in aree del mondo dove non esiste un’anagrafe.

Anche per spiegare il profilo del Dna si può usare una metafora, quella del codice fiscale. “Tutti noi abbiamo gli stessi campi – dice l’esperta – ciò che cambia sono i dati di ciascuno”. Per la genetica è la stessa cosa, “tutti abbiamo certi geni, quello che cambiano sono le forme alleliche”.

Al di là del rigore scientifico, il lavoro del genetista specializzato in pratica forense non è chiuso dentro un laboratorio e anche la sensibilità umana è un requisito fondamentale.

“Come consulenti abbiamo in mano la vita delle persone, sia delle vittime sia dei presunti rei”,

racconta la dottoressa. Quando si raggiunge l’identificazione la “soddisfazione è grande perché si sente la vicinanza verso la famiglia sebbene il coinvolgimento emotivo sia impossibile”. Sono tantissime le specialiste che seguono questa carriera. “È un lavoro accuratissimo in cui le donne eccellono così come nel campo della criminologia. Lo dimostra il fatto che a uno dei più importanti master dedicati il 90% degli iscritti è donna”. Alla domanda di quale sia stato nella sua esperienza il caso più difficile, la genetista non ha dubbi: “sempre quello che sto trattando perché per ognuno serve serietà”. Poi alla regola del professionista di non coinvolgersi emotivamente, la dottoressa ammette un’eccezione: “vedere come è stata ridotta a pezzi e messa in una valigia Pamela Mastropietro è stato sconvolgente”. Per il caso della ragazza uccisa a Macerata lo scorso anno, la specialista è stata consulente della famiglia “nella ricerca di elementi che hanno smontato la teoria che la vittima fosse morta di overdose”.