• on gennaio 2, 2020

Se Natale ti cambia la vita

In uno sconosciuto (almeno da noi) racconto-reportage dal titolo “Il popolo degli abissi”, Jack London ci ha messo di fronte ad una figura davvero sconvolgente: “Lo so che per me non c’è speranza, ma voglio morire per strada. Niente ospizio, grazie. Proprio no. (…) – È incredibile il cibo che lascia certa gente, – intervenne la donna. Mentre andavamo via, raccolse qualche crosta di pane dai tavoli vicini e la nascose da qualche parte nei suoi stracci”. L’autore di “Zanna bianca” si era addentrato, vivendo come loro, tra i vagabondi e gli straccioni di una Londra che l’immaginario collettivo aveva completamente rimosso.

E, in effetti, il rimosso in Occidente torna d’attualità soprattutto sotto Natale, quando l’ansia e le corse per i regali ci mettono di fronte alla persona che non ce l’ha fatta, al ragazzino povero che non chiede per vergogna, alle famiglie senza casa, a chi si appresta ad attraversare il tempo della mancanza di lavoro, del licenziamento, della cassa integrazione, del ricordo della terra perduta.

Con strane coincidenze nelle narrazioni, come capitò proprio in un Natale, quello del 1943, allo scrittore statunitense Philip Van Doren Stern che, non trovando un editore per il suo racconto “The greatest gift”, decise di farne, come d’altronde suggerisce il titolo, un dono agli amici. Tra i lettori ci fu uno dei più grandi attori di allora, Cary Grant, che lo propose per un film al regista Frank Capra. Fu così che “Il più bel dono” diventò “lt’s a wonderful life”, da noi conosciuto come “La vita è meravigliosa”. 5 candidature ai premi Oscar, vittoria per Capra del Golden Globe come miglior regista, tra i 45 migliori film morali e religiosi secondo la Filmoteca Vaticana, scelto per la preservazione come capolavoro nel National Film Registring della biblioteca del Congresso degli Usa. Ma le coincidenze natalizie non finiscono qui: la trama racconta di un uomo che proprio la vigilia di Natale decide di farla finita perché ritiene la sua vita un fallimento, confidando ad un estraneo che avrebbe preferito non essere mai nato. Il suo interlocutore lo esaudisce, e lo fa girare per la sua città come venditore di spazzole in un prima senza di lui: la moglie è sposata con un altro, il fratello è morto e la banca dove lavorava è fallita. Alla fine chiederà allo strano personaggio di riportarlo indietro, perché non si può rifiutare “il dono più grande che un uomo può avere”. Ci sono però ulteriori, strane coincidenze: il cattivo nel film si chiama Henry Potter, e se dal punto di vista caratteriale è praticamente un clone dello Scrooge del “Canto di Natale” dickensiano di cento anni prima, rimanda al quasi identico nome del giovane eroe di Joanne Rowling.

Il fascino natalizio investe tutto, dalla letteratura al cinema al teatro:

lo dimostrano la ormai proverbiale commedia “Natale in casa Cupiello”, di Eduardo De Filippo, e “Natale 1833” di Mario Pomilio, che racconta la sofferenza di Manzoni per la morte della moglie Enrichetta: non la corsa al “volemose bene” di un giorno, ma una profonda riflessione sul senso della vita e sul ruolo di ognuno di noi nell’esistenza degli altri. Anche nell’arte il Natale ha creato vertiginosi cambiamenti: si pensi alla Natività mistica di Botticelli, uno degli ultimi suoi quadri, se non l’ultimo, in cui è visibile l’abbandono delle raffinatezze prospettiche e il ritorno alla semplicità, segno della profonda crisi attraversata dall’artista in seguito alla predicazione di Savonarola. È un Natale per tutti, quasi un quadro devozionale, non una esibizione di talento: rappresenta l’abbandono del vecchio sé e l’adesione totale a quella povertà dipinta.

Il Natale ha cambiato mondi interiori e modi di vivere: san Gerolamo scelse il luogo della Natività come ultimo rifugio della sua vita, a significare la fortissima spinta al recupero del messaggio che proveniva da Betlemme.

Per non parlare di Francesco d’Assisi che a Greccio –fuori dalle grandi rotte cittadine- volle rifondare, al di là di ogni canone estetico, l’immagine e il senso della nascita che ha cambiato lo spirito del mondo.
Anche la musica popolare è stata affascinata dalla contrapposizione tra festa consumistica e messaggio autentico: il vagabondo metropolitano Dylan, poi premio Nobel per la letteratura, ci ha invitato a cercare con sguardo profondo chi ci guarda dai margini dei marciapiedi: “gli angeli suonano le loro trombe tutto il giorno/ la terra intera in movimento sembra oltrepassarli/ ma nessuno sente la musica che suonano/ nessuno neppure ci prova”.