• on Giugno 6, 2022

Santa Maria Capua Vetere, un giovane prete tra i letti d’ospedale

Da adolescente, dopo aver giocato a calcio con i coetanei, saliva a casa di qualche anziano o malato del quartiere per fare due chiacchiere e a volte recitare insieme un Padre nostro. Oggi che è un giovane prete si dedica ai malati dell’Ospedale “San Giuseppe e Melorio”, riconvertito in Covid Hospital, a S. Maria Capua Vetere. In piena emergenza pandemica, bardato con casco respiratore e dispositivi di sicurezza era possibile distinguerlo dai medici perché sulla tuta bianca c’era scritto con il pennarello nero: “don Nicola”. “Mentre tutto sembrava buio e ci si disperava per la vita dei propri cari – racconta don Nicola Galante -,

la nostra forza è stata la preghiera, l’unica davvero in grado di spostare le montagne”.

Don Nicola, 31 anni, è stato ordinato nel 2020 nella cattedrale di Capua. Prima di entrare in Seminario a Napoli e conseguire il baccalaureato in Sacra Teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia meridionale San Luigi, si è laureato in Scienze politiche. Il tema della salute fisica e spirituale appartiene al Dna della sua vocazione. La scelta definitiva per il sacerdozio, infatti, è maturata durante un pellegrinaggio a Lourdes.

“Si può dire che sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia ricerca” – sorride -. “Dio usa chiamare i propri figli in luoghi inaspettati. Lourdes è un luogo di sofferenza, dove spesso le persone accorrono non solo per chiedere la grazia della guarigione fisica, ma soprattutto la guarigione del cuore”. Anche l’ordinazione è avvenuta sotto il segno della malattia, il terribile contagio del Covid, che ha stravolto la vita di tutti. “Una celebrazione in tempo di pandemia quando sono proibiti abbracci, strette di mano, le manifestazioni di affetto che colorano le nostre relazioni umane, genera un po’ di sconcerto. Allo stesso tempo, però, mi ha permesso di tornare all’essenziale: diventare sacerdote di Cristo, sacerdote della Chiesa e quindi servo dell’umanità”. Al servizio, in particolare, dei pazienti del “San Giuseppe e Melorio” così come di medici e infermieri. “In ospedale mi vedono come un amico, qualcuno da avvicinare senza troppi protocolli. Cerco di essere disponibile all’ascolto e di imparare anche dal vissuto degli altri come migliorare la relazione con il prossimo e con Dio. Il confronto con il personale sanitario rappresenta per me una crescita, sia umana che spirituale”. Da buon meridionale, il giovane cappellano non va a trovare i malati senza un piccolo pensiero per loro. “Distribuisco qualche caramella, ma senza zucchero perché c’è chi è diabetico, oppure una corona del rosario o un’immagine sacra, qualcosa che possa dare conforto.

A volte da questi gesti semplici scaturisce un colloquio, una confidenza. Dal corpo si arriva all’anima e viceversa”.

Don Nicola è vicario della Basilica cattedrale di Capua dove porta avanti la pastorale della salute. “In parrocchia c’era già un gruppo che si prendeva cura degli ammalati. Io ho creato un percorso di formazione a cui partecipano sia religiosi che laici. Ogni mese viene pubblicato in forma digitale il foglio “Gocce di rugiada” che presenta le intenzioni della rete mondiale di preghiera e il commento a una pagina del Vangelo che ritrae Gesù nella sua relazione con gli ammalati. L’ultima pagina è dedicata al santo o beato della sanità la cui memoria liturgica ricorre in quel mese”. Pure don Nicola ha i “suoi” santi: san Giovanni di Dio, il fondatore del Fatebenefratelli, e san Camillo de Lellis a cui affida le persone che segue nel suo ministero. La preghiera è la chiave per affrontare ogni difficoltà, dalla pandemia ai conflitti armati che provocano terribili sofferenze morali oltre che ferite fisiche. “Viviamo tempi difficili nei quali è necessario tornare alla fraternità, come ci ha chiesto papa Francesco nella Fratelli tutti. Dobbiamo pregare molto e soprattutto invocare la pace del cuore, perché sarebbe uno scandalo chiedere la pace all’esterno se poi dentro di noi, nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, nei nostri gruppi, coltiviamo la cultura della guerra”.