• on Aprile 1, 2022

Sami (Unhcr): “Mai come in questo momento l’Europa è chiamata a fare i conti con l’emergenza profughi”

“Senza corridoi umanitari non riusciamo ad essere operativi. Lì dove siamo, stiamo distribuendo beni di prima necessità e denaro contante perché la gente non ha più risorse. Se il conflitto dovesse proseguire a questi ritmi i danni sarebbero irreparabili. L’unica cosa che serve, ora, è la pace!”. È un report drammatico quello che Carlotta Sami dell’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) descrive al Sir.

La guerra era iniziata da pochi giorni e l’Unhcr in Italia annunciava che il conflitto avrebbe potuto provocare almeno 4 milioni di rifugiati.

Dottoressa Sami, possiamo dire oggi che le previsioni erano azzeccate?
Le previsioni purtroppo erano giuste. Oggi, a più di un mese dall’inizio della guerra, la situazione è drammatica. Abbiamo superato i 4 milioni di rifugiati, soprattutto donne e bambini. Una situazione che cresce di ora in ora ed è destinata a peggiorare se non si arriva al più presto ad un cessate il fuoco.

Come vi state muovendo sul campo, ci sono zone particolari che state monitorando?
Proprio in queste ore il nostro alto Alto Commissario Filippo Grandi si trova in Ucraina. Ci stiamo muovendo per cercare di raggiungere le centinaia di migliaia di persone che si trovano nelle zone più accessibili. Purtroppo, in assenza di un reale e concreto accordo tra le parti, i corridoi umanitari o passaggi sicuri promessi ancora non ci sono e, di conseguenza, non abbiamo la possibilità di poter effettuare le nostre operazioni di soccorso.Lì dove siamo, oltre a beni di prima necessità per i bisogni essenziali, stiamo distribuendo denaro contante perché la gente non ha più risorse, ha perso tutto. Inoltre ci stiamo attrezzando per poter alloggiare i milioni di sfollati provenienti da ogni parte del Paese.

Avete notizie riguardo Mariupol?
A Mariupol la situazione è disperata. Abbiamo personale operativo in loco e grazie al loro lavoro molte persone hanno avuto la possibilità di lasciare la città, ma molte altre sono ancora ferme lì in attesa di muoversi. Le notizie che ci arrivano sono drammatiche. C’è totale assenza di cibo e di acqua, tanto che la gente ormai sta ricorrendo all’acqua piovana.

Mai come in questo momento l’Europa è chiamata a fare i conti con l’emergenza profughi.

Secondo lei la guerra in Ucraina apre di fatto in Europa una stagione nuova sul fronte dell’accoglienza?
Come Unhcr abbiamo più volte reiterato e ribadito il concetto che i rifugiati sono tutti uguali, che non c’è differenza tra quelli europei e quelli provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente. Un rifugiato afghano e un rifugiato ucraino hanno diritto alla stessa assistenza e allo stesso trattamento. L’Europa ha fronteggiato altri momenti difficili, ma mai ha dovuto affrontare una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo ora. Come Alto Commissariato siamo sempre vigili e attenti a monitorare ogni situazione di questo tipo, come quella ad esempio che si consuma da mesi al confine tra Polonia e Bielorussia. In ogni caso non smettiamo di chiedere sia all’Europa che ai singoli Stati di dare accesso a chi chiede diritto di asilo.

Come sono i rapporti con le forze militari sul campo. State trovando difficoltà?
Noi ci occupiamo dell’aspetto umanitario. Per noi quello che conta è poter avere accesso alla popolazione civile che resta sempre la parte più colpita. Le Nazioni Unite non operano mai da sole. Si muovono sotto la guida di un sistema di coordinamento generale, in collaborazione con le altre agenzie umanitarie, sia locali che internazionali. Per noi è essenziale che vengano garantiti spazi di accesso alla popolazione, spazi sicuri e limitati alle persone civili che sono sempre le prime e le grandi vittime di questa guerra.

La sua speranza e le sue previsioni per il futuro.
È estremamente difficile prevedere ciò che potrebbe accadere. L’unica previsione che al momento possiamo fare è relativa all’andamento della guerra. Se il conflitto dovesse proseguire a questi ritmi, i danni provocati sarebbero irreparabili. E quando parlo di danni non mi riferisco solo alle strutture, penso soprattutto alle persone, ai bambini in particolare, e per risanarli ci vorranno anni. La speranza è la pace, la fine dei bombardamenti e della distruzione. È l’unica cosa che spero e che serve, ora.