• on agosto 12, 2020

Russia: Natalia Kilina alla guida della parrocchia di Kamyshin. “Chi ha bisogno sa che può trovarmi in ogni momento”

“Mi chiamo Natalia. Sono nata in Kazakistan a Kokshetau. Ho sentito parlare di Chiesa cattolica romana per la prima volta all’età di 18-19 anni. Era il tempo del rinnovamento delle strutture della Chiesa cattolica nei Paesi post-sovietici, dopo 70 anni di persecuzioni contro la religione. A Kokshetau, come in altri luoghi in cui c’erano cattolici, si stava costruendo una nuova chiesa e si era formata una comunità di parrocchiani. Per me era tutto interessante: i sacerdoti e i religiosi che arrivavano da altri Paesi, le persone che andavano in chiesa, i vari eventi, io volevo prendere parte a tutto: alla preghiera, alla costruzione, ai vari incontri e attività. Era un’esperienza nuova nella mia vita. Ben presto ho accettato il ‘battesimo condizionato’, poiché una donna anziana mi aveva battezzato quando ero bambina e, un anno dopo, la cresima”. Comincia così la storia di Natalia Kilina, una donna che oggi vive a Kamyshin, una città di 117mila abitanti non lontano da Volgograd, nella Russia europea meridionale, dove – su incarico del vescovo di Saratov Clemens Pickel – regge le sorti della parrocchia cattolica della città.

Come è arrivata a guidare la parrocchia?
Fin dall’inizio a Kokshetau mi sono data da fare nella vita della parrocchia: facevo catechismo ai piccoli, aiutavo il sacerdote quando necessario, intanto partecipavo ai corsi della Scuola della nuova evangelizzazione con padre Marian Krulikowski e le suore della Comunità di San Paolo a Kielce (Polonia). Poi insieme al rettore della parrocchia, padre Zygmunt Kvechinsky, e un gruppo di parrocchiani attivi, abbiamo condotto corsi simili nelle parrocchie del Kazakistan e della Russia. È stato il tempo della crescita spirituale e della ricerca della vocazione. Nell’agosto 1999 mi sono trasferita in Russia, Kamyshin, dove era già stata costruita una chiesa e c’era una piccola comunità di credenti e un prete, padre Joseph Strapko. Qui ho continuato a dedicarmi alla catechesi dei bambini, diplomandomi ai corsi di catechesi organizzati dalla Commissione catechetica della diocesi. Nel maggio 2005, padre Joseph è tornato in Slovacchia e la parrocchia è rimasta senza sacerdote, ma non senza la santa messa: ogni domenica veniva un sacerdote, prima da Volgograd poi da Saratov. È stato allora che il vescovo Clemens Pickel mi ha chiesto di vivere temporaneamente nella casa parrocchiale fino a quando non ci fosse stato un nuovo parroco. E io ho accettato volentieri. Siccome lavoravo come contabile in un’azienda, ho iniziato gradualmente a occuparmi dell’amministrazione della parrocchia: pagare le bollette, tenere i registri contabili, registrare edifici e terreni nella proprietà della parrocchia… Per dieci anni l’ho fatto come volontaria; preparavo i documenti che padre Joseph Matis, quando veniva la domenica da Volgograd, firmava. Nel 2015, per semplificare la situazione, sono stata nominata amministratrice della parrocchia. Tutte le questioni importanti le concordo con padre Matis.

Ha altri compiti in parrocchia?
Dividerei il mio lavoro in parrocchia in quattro parti: il lavoro amministrativo, che implica anche la partecipazione agli eventi pubblici della città; la gestione degli spazi, che significa prendersi cura della chiesa e del territorio adiacente, acquisendo i fondi necessari per questo. Poi c’è il lavoro sociale: visitare gli anziani, insieme a un prete o altri parrocchiani, aiutarli a comprare medicine e cibo, visitare le famiglie cattoliche che vivono vicino a Kamyshin con il sacerdote, mandare informazioni attraverso il gruppo whatsapp della parrocchia, e molto altro. E poi c’è il servizio in chiesa, che significa preparare il necessario per la messa del sabato o della domenica. Se c’è una celebrazione o una festa in un altro giorno della settimana, ci riuniamo autonomamente per la liturgia della Parola, che io conduco.

Amo davvero molto quello che faccio.



Le persone della parrocchia come reagiscono al fatto che sia una donna a guidarle?
Per i parrocchiani è diventata una cosa molto normale. Tutti sanno che in qualsiasi momento possono cercarmi se hanno bisogno. E comprendono molto bene che nella diocesi non tutte le parrocchie hanno sacerdoti. Anche le persone che vengono in chiesa per la prima volta o cercano aiuto, ad esempio per un funerale, lo capiscono. A volte ci sono persone per le quali il mio stato di vita non è del tutto chiaro, perché non sono sposata e non ho figli e perché io faccia tutto questo. Ma è curiosità legata alla scoperta che si può vivere in modo diverso.

E con le altre comunità cristiane?
Stiamo cercando di stabilire relazioni amichevoli di buon vicinato.

Quando scoprono che sono io a guidare la parrocchia, non ci sono reazioni negative.

Ultimamente ci siamo appoggiati in caso di necessità a padre Alexei Kuznetsov, l’arciprete della Chiesa ortodossa russa di Kamyshin. Ora stiamo pensando di realizzare qualche iniziativa insieme. Ma è ancora solo un progetto.

Ci sono altre parrocchie cattoliche in Russia, dove c’è una donna come responsabile pastorale?
Nella nostra diocesi, i sacerdoti servono da due a quattro parrocchie, quindi è necessario che una persona si occupi di questioni amministrative. E poiché in Russia ci sono spesso più donne che uomini nelle parrocchie, sono le donne che assumono tale compito. Così, ad esempio, a Penza la responsabile è Sofia Aleksandrovna Lykova, che conosco da molto tempo.

Penso che situazioni simili esistano in altre diocesi della Russia.

In base alla sua esperienza, che cosa pensa del ruolo della donna nella Chiesa?

Le donne svolgono un ruolo molto significativo nel mondo moderno. Questo vale per anche per la Chiesa.

Se ne può discutere a lungo, ma per me le azioni sono più importanti delle parole. Vent’anni fa molti sacerdoti mi dicevano che avrei dovuto dedicare la mia vita a Dio. Io ho cercato argomenti per dimostrare che il monastero non era la mia strada. Ognuno ha il proprio percorso e la propria relazione con Dio. La mia ricerca del significato della vita e il mio percorso mi hanno portato a un servizio – non un lavoro – poliedrico nella Chiesa. Posso realizzare i miei talenti come amministratore parrocchiale, come dipendente della Caritas e come membro della Commissione catechistica.

Cosa ne pensa del sacerdozio femminile?
Qualche anno fa un’anziana parrocchiana mi disse: “Fai così tanto nella Chiesa! Di’ al vescovo di nominarti parroco, visto che non c’è nessuno per la nostra parrocchia”. Ho risposto scherzosamente dicendo che non sono un uomo, che bisogna studiare molto e avere una speciale vocazione. Ho pensato per la prima volta più seriamente a questa domanda solo un anno fa. Mi sembra che ci siano molte altre opportunità per le donne nella Chiesa, oltre al sacerdozio, di realizzare le loro capacità e talenti. Se vogliamo avere qualcosa a che fare con il sacerdozio, il nostro compito è come donne, madri, dare alla luce e crescere un futuro sacerdote; come sorelle o amiche, sostenerlo in questa vocazione, pregare per lui, collaborare con lui, aiutarlo nel suo ministero e aiutarlo, per quanto possibile, a mantenere la sua vocazione lungo il sentiero della vita. E questo non è un ruolo secondario, ma molto importante per una donna. Forse qualcuno dirà che non sono al passo con i tempi, ma questa è la mia convinzione in questa fase della vita. Cos’altro di interessante il Signore abbia preparato per me, non lo so. So che ha un progetto per tutti ed è bello quando i nostri piani coincidono con i suoi.