• on settembre 18, 2020

Ru486. Don Patriciello: “Senza il rispetto di ogni vita la pace sarà sempre un’utopia”

Un filo sottile lega storie di vita, segnate da solitudine, disperazione, violenza, povertà, apparentemente distanti tra loro: quella cultura dello scarto, tante volte denunciata da Papa Francesco, e quell’incapacità di cogliere in ogni vita, anche quella più piccola, allo stato embrionale, un dono meraviglioso di Dio. Da agosto fanno discutere le nuove linee guida sull’aborto farmacologico, che annullano l’obbligo di ricovero dall’assunzione della pillola Ru486 fino alla fine del percorso assistenziale e allungano il periodo in cui si può ricorrere al farmaco fino alla nona settimana di gravidanza. Ma ricorderemo le ultime settimane anche per la barbara uccisione di Willy Monteiro e le morti di bimbi innocenti, come il piccolo Evan in Sicilia e la neonata lanciata dalla finestra in provincia di Salerno. Ne parliamo con don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano.

Dal mondo cattolico è stato lanciato un forte grido di allarme sulle nuove linee guida ministeriali riguardanti la Ru486…

Vorrei, innanzitutto, ricordare che non è un dogma di fede che il bambino nel grembo della mamma sia una vita, è evidenza di ragione e di scienza, tanto che la scienza arriva già a curare il feto nel grembo materno. Con le nuove linee guida sulla Ru486 non solo si vuole eliminare questa vita ma l’obiettivo è che sia anche dimenticata. Così si mortifica di più la donna, la si confina di nuovo nel privato.

Mi chiedo se, in tutto questo, i maschi non si sentano più deresponsabilizzati.

Ci spieghi meglio…

Le nuove linee guida della Ru486 ancora una volta fanno un grande favore ai maschi, perché ancora di più spingono la donna nella sua solitudine, nel suo dramma, nella sua sofferenza. Da sola in casa, magari con l’aiuto di un’amica o di una sorella, la donna è quella che paga di più questa nuova proceduta. È una cosa che fa male al cuore. Perciò, la Chiesa ribadisce quello che ha sempre detto e che non può non dire: anzi, se anche la Chiesa dovesse abbandonare al suo destino il bambino non nato l’umanità avrebbe perso non una battaglia, ma la guerra. La Chiesa, infatti, ha a cuore la vita di queste ragazze, il loro futuro e quel bambino che portano nel grembo. Poi dico anche: permetteteci di chiamare le cose con il giusto nome. Un delitto non potrà mai diventare un diritto ha detto San Giovanni Paolo II e Papa Francesco ha detto che l’aborto è come affittare un sicario per risolvere un problema. E permetteteci anche di piangere un bambino che era una vita e che abbiamo gettato nella fogna.

Dietro tanti aborti c’è anche il dramma della povertà…

Sì, sono tante le donne che abortiscono per povertà, perché hanno il terrore di non poter sfamare un’altra bocca. Ma questo problema è risolvibile. Perché non salvare questi bambini dalla fogna, se il motivo è questo? Con il progetto Gemma o anche con altre iniziative aiutiamo queste donne per salvare una vita. Della povertà come causa di aborto non vuole mai parlare nessuno. Perché non diciamo quanto si ritrova fragile una donna quando le viene detto di avere una nuova vita nel suo grembo ma lei quella vita non l’aveva preventivata? Consideriamo questo aspetto, piuttosto che dire che la donna è libera di decidere. Dietro questa affermazione, si può nascondere il disinteresse verso il suo dramma.

Nella sua parrocchia avete aiutato parecchie donne?

In chiesa vengono tante donne in difficoltà economica. Con una rete di volontari le abbiamo aiutate e sono nate centinaia di bambini. Le indirizziamo al progetto Gemma e le aiutiamo, ad esempio, a comprare carrozzine, culle, quello che serve. Questi sono i soldi meglio spesi dalla nostra parrocchia. E ci tengo a precisare che io sono parroco di una chiesa povera in un quartiere di case popolari. Eppure, i nostri poveri aiutano queste donne in difficoltà a far nascere i loro figli, nel pieno rispetto della loro reale volontà. Abbiamo creato una rete, anche con ginecologi, e offriamo una parola buona, accogliente. Chi di noi in un momento buio della propria vita non ha avuto bisogno di una parola di incoraggiamento? Gesù stesso ci dice: “Non temete”. Allora è importante poter dire: “Non ti lascio, puoi contare su di me”. Perché quella donna è mia sorella e quello che porta in grembo è mio fratello. L’ottimo è salvare tutti e due. Quando battezzo quei bimbi che abbiamo contribuito a far nascere è la gioia più grande del mio sacerdozio. Noi faremo sempre di tutto per salvare un bambino dalla fogna. Tante volte ci siamo riusciti e mai abbiamo visto una sola donna rimpiangere la scelta di far nascere il proprio bambino.

Le sarà capitato anche di incontrare tante donne che hanno abortito…

Sì, ho incontrato donne che hanno abortito e dopo venti o trent’anni ancora mi vengono a dire: “Padre, perdona il mio peccato”. A qualcuna di loro ho dovuto dire: “Adesso basta, il Signore ti ha perdonato”, ma, in realtà, è lei stessa che non si riesce a perdonare.

La Chiesa non lascia sole queste donne.

Infatti, sono anche il primo a stare accanto alla donna che ha abortito, chirurgicamente o con la Ru486, quando dopo viene a piangere ai miei piedi, mi racconta la sua storia e viene a chiedermi aiuto perché è andata in depressione. Purtroppo, infatti, non troverà nessun aiuto in tutte le persone che c’erano prima dell’aborto, ma ci siamo ancora noi, come Chiesa, a consolarla, a confortarla e, nel mio caso essendo un prete, a perdonarla, se si confessa.

Dalla banalizzazione dell’aborto alla brutalità assassina dei ragazzi che hanno ucciso Willy, passando per l’idea che vecchi e anziani sono scarti: non sono segnali che oggi non si tiene in nessun conto il dono della vita?

Purtroppo, è così. Basti pensare agli ultimi casi. La neonata buttata giù dalla finestra in provincia di Salerno, il piccolo Evan, a Rosolini, picchiato a morte, le violenze di pedofili su neonati e bambini. Per difenderci dobbiamo dire che sono dei pazzi quelli che hanno commesso questi crimini, perché questo ci rassicura. No, invece, non sono dei pazzi. Dobbiamo alzare la voce.

La vita non ha valore, eppure è bistrattata, soprattutto quella dei più deboli e indifesi.

Il prezzo più alto lo pagano sempre i poveri. Alla base c’è il conflitto tra il bene personale, che diventa egoismo, e il bene comune, che può diventare altruismo. C’è tanta gente che non sa far pace tra la sua villa e la piazza del suo paese, tra il suo conto in banca e quello dell’Italia. C’è gente che non rispetta gli alberi nel proprio paese, malgrado siano un polmone di ossigeno per tutti. C’è gente così stupida che uccide un ragazzo per futili motivi e poi deve stare in galera. Coloro che hanno ucciso Willy adesso a chi esibiscono muscoli e tatuaggi? Ai carcerati? Da questa morte cosa ci hanno guadagnato? Willy in pochi giorni è diventato il ragazzo più conosciuto e amato d’Italia. Oggi noi siamo spaventati di fronte alla violenza di questi giovani forzuti su un ragazzo inerme, ma attaccare i muscoli o le palestre è sbagliare bersaglio. C’è chi ha ricevuto in dono un cervello eccezionale e chi i muscoli: noi abbiamo bisogno di entrambi. Ci sono momenti in cui un ragazzo muscoloso e forte, benché con poca istruzione, può essere più utile di un anziano intellettuale. Quello che conta è che tutto sia al servizio dei fratelli. Quello che è pericoloso, allora, è l’odio che noi lasciamo albergare in cuore e non ce ne accorgiamo. Il peccato prima di farci peccatori ci rincitrullisce. C’è la banalità del male e abbiamo anche banalizzato la vita. Aveva ragione madre Teresa, quando all’Onu disse che

senza risolvere il problema dell’aborto la pace sarà sempre un’utopia. Ecco, tutto torna.