• on agosto 24, 2020

Rischio Brexit in Svizzera? Cittadini elvetici al voto sull’immigrazione

L’immigrazione in Svizzera non ha pace. Esattamente 50 anni fa, nel 1970, per la prima volta il popolo fu chiamato a esprimersi sull’iniziativa Schwarzenbach, che di fatto voleva chiudere le porte ai lavoratori stranieri, e in particolare agli italiani che stavano contribuendo a fare del piccolo Paese alpino uno dei più ricchi al mondo. Il prossimo 27 settembre i cittadini elvetici saranno nuovamente attesi ai seggi per esprimersi sull’iniziativa popolare denominata “Per un’immigrazione moderata (Iniziativa per la limitazione)”. Il referendum – strumento consueto nella democrazia svizzera – è promosso dall’Udc (Unione democratica di centro, partito di destra e nazionalista): l’obiettivo è abolire la libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea. Se decadesse questo accordo bilaterale con i 27 Paesi Ue, decadrebbero, con un effetto domino, gli altri 6 bilaterali con l’Europa comunitaria, tagliando fuori di fatto la Svizzera anche dai rapporti con il mercato unico dell’Unione europea, verso il quale si indirizza il 50% delle esportazioni elvetiche e dal quale provengono il 60% delle importazioni svizzere.

La posizione di governo e parlamento. Sulla base di questi elementi, il governo (Consiglio federale) e il parlamento svizzeri invitano a votare “no” al referendum. “L’iniziativa – chiarisce il governo – chiede la fine della libera circolazione delle persone con l’Ue. La sua accettazione avrebbe conseguenze gravi per i posti di lavoro e la prosperità del nostro Paese, e questo in un momento in cui l’economia ha bisogno di stabilità e prospettive”. Un pressante invito al “no” viene da associazioni, sindacati, organizzazioni della società civile e d’ispirazione religiosa, fra cui le Missioni cattoliche italiane e le Acli. Alla Casa d’Italia di Berna si è fra l’altro costituito il Comitato unitario per la libera circolazione (Culc) in vista della campagna contro l’iniziativa Udc. Il Comitato raccoglie un ampio spettro di organizzazioni italiane, storiche e di nuova formazione, e si rifà all’esperienza del primo Convegno delle associazioni di emigrati italiani in Svizzera (Lucerna, 1970) che contribuì a sconfiggere la prima iniziativa Schwarzenbach.

Accordo sulla libera circolazione. Entriamo nel merito della questione con il presidente delle Acli in Svizzera, Giuseppe Rauseo. “In caso di vittoria dell’iniziativa – spiega – l’Accordo sulla libera circolazione (Alc) delle persone tra Confederazione elvetica e Ue, che regola la vita di più di un milione e 700mila persone in Svizzera, verrebbe abolito con conseguenze gravi in termini di perdita dei diritti (soggiorno, ricongiungimento famigliare, prestazioni sociali…). Senza l’accordo si tornerebbe indietro di anni e moltissime persone, tra cui i numerosi cittadini italiani in Svizzera, si ritroverebbero in una situazione di precarietà economica e sociale drammatica. L’iniziativa andrebbe a colpire lavoratori e lavoratrici, famiglie, studenti e persino i minori”.

Il dossier della rivista “Il Dialogo”. Per questa ragione le Acli si stanno mobilitando a fondo. Nella rivista aclista “Il Dialogo” è riportato un ampio dossier che affronta i diversi aspetti – storici, economici, sociali, legislativi – e le numerose implicazioni del referendum. “La vittoria dell’iniziativa – prosegue Rauseo – segnerebbe inoltre una rottura degli Accordi bilaterali con l’Ue, portando la Svizzera in una dimensione d’isolamento rispetto all’Europa. Le conseguenze economiche di un tale passo, come illustrano numerosi studi sul tema, sarebbero gravissime e porterebbero nel Paese instabilità politica e sociale senza precedenti. La formazione universitaria e la ricerca, fiori all’occhiello svizzeri, verrebbero ad esempio messi in ginocchio a causa del venire meno degli Accordi bilaterali”.

“Respingiamo con forza l’iniziativa”. Il presidente Acli argomenta: “respingiamo con forza questa iniziativa che mette a repentaglio la consolidata via bilaterale. L’Udc esige che la Svizzera regoli l’immigrazione in modo autonomo, ciò comporterebbe la fine anche degli altri sei accordi bilaterali con l’Ue con grave danno economico e sociale per la Confederazione. La caduta dell’intero pacchetto di accordi con l’Unione europea danneggerebbe gravemente la Svizzera che ha nell’Ue il principale partner commerciale: nel 2018, le imprese svizzere hanno esportato merci per un valore di 120 miliardi di franchi nell’Ue, cioè il 50% di tutte le esportazioni. A titolo comparativo, le esportazioni verso la Cina ammontano solamente al 5% mentre quelle verso il Regno Unito al 4% circa”.

Conseguenze disastrose per il Paese. La vostra rivista, “Il dialogo”, richiama il pericolo di una Brexit Svizzera: non si tratta di una esagerazione? “Se il Consiglio federale raccomanda di respingere l’iniziativa è perché l’annullamento dell’accordo equivarrebbe, di fatto, a una Brexit svizzera”, afferma convinto Rauseo. “Le conseguenze sarebbero disastrose. Anche la Segreteria di Stato dell’economia (Seco), valuta che il Pil della Svizzera diminuirebbe del 5-7%. L’accordo di Schengen è basato sulla libera circolazione delle persone, se la Svizzera vi dovesse rinunciare non sarebbe possibile giustificare il mantenimento degli accordi di Schengen e Dublino. Nel 2019 le imprese lamentavano l’insufficienza di manodopera in Svizzera, aggravata dall’invecchiamento della popolazione. Grazie alla libera circolazione delle persone la Svizzera ha potuto far fronte alla mancanza di manodopera indigena con quella proveniente dall’Ue, per lo più giovane e istruita, per cui non ha speso nulla in formazione”. Poi sottolinea: “il Covid-19 può avere effetti negativi sul voto giacché i promotori del referendum sfrutteranno il fattore paura, alimentata per una maggiore chiusura verso l’esterno. Le Acli invitano gli elettori a valutare tutti i benefici di cui la Svizzera ha goduto, grazie alla libera circolazione. Invitiamo altresì gli elettori a tenere a mente quanto Papa Francesco da tempo va ripetendo: nessuno si salva da solo”.