• on maggio 20, 2021

Ricordando Taliercio, il dirigente Montedison rapito e ucciso nel maggio del 1981

Il 20 maggio del 1981, Giuseppe Taliercio, direttore dello stabilimento Montedison di Mestre viene rapito dalle Brigate Rosse e fatto ritrovare cadavere dopo 47 giorni. Erano gli anni dello scontro, anzi, degli scontri, non solo tra il potere delle multinazionali e il comunismo combattente militante, ma anche tra le forze politiche, all’interno stesso del governo e dell’opposizione parlamentare, nonché dell’area della sinistra radicale, quella non legata al Pci e tantomeno al Psi di Craxi.

Pierluigi Vito, giornalista di Tv2000, si confronta con questo contesto in cui la violenza si faceva largo anche tra coloro che condividevano le basi sociali dell’ideologia comunista ma che si dividevano sui modi della lotta. Il suo “I prigionieri”, edito da Augh! Edizioni, è una documentata ricostruzione di quei 47 giorni, ma rappresenta anche una sonda che ci riporta indietro di quarant’anni, perché il linguaggio, l’atmosfera, le relazioni umane soggette all’attrazione politica sono ricostruite in modo assai convincente. E non si tratta di fredda ricostruzione dello spirito del tempo attraverso le azioni reali: Vito coglie in profondità le dinamiche psicologiche all’interno della famiglia di un dirigente che aveva a cuore le condizioni degli operai e che Giovanni Paolo II annoverò tra i Testimoni della Fede, per la sua perseveranza cristiana anche nel tempo della sofferenza e del sacrificio. È un complesso, dinamico affresco che, fin dal titolo, dipinge la prigionia di una vittima, ma anche quella dei suoi carnefici: la colonna delle Brigate Rosse che si era fatta carico del rapimento si smembrò a causa proprio della decisione di uccidere Taliercio. La pretesa ragione pura, – che mostra l’ombra hegeliana della manifestazione sacrale della storia attraverso gli atti umani -, deriva di un marxismo duro e crudo, che legava a sé anche le relazioni in vista della fondazione della società nuova. I dubbi, le lacerazioni, l’umano che trapelava al di là della autoconvinzione che il personale andasse sacrificato alla realizzazione di quella società, rappresentano lo sfondo reale di un evento che ha distrutto persone, amicizie, affetti e in alcuni anche quelle convinzioni ideologiche.

Come e perché la sua attenzione narrativa si è diretta, dopo gli anni Cinquanta di “Quelli che stanno nelle tenebre” ai foschi primi Ottanta del rapimento Taliercio?
Già mentre scrivevo “Quelli che stanno nelle tenebre” avevo in mente un seguito ideale che si collocasse negli Anni di Piombo. C’è un filo rosso che lega le due storie, ovvero la necessità per ogni personaggio di leggere dentro di sé, dentro le ferite che si porta appresso, per capire dove attingere la forza e la speranza per chiudere i capitoli più dolorosi di vicende personali che si rispecchiano in quelle collettive. Come a dire che ogni piccola esistenza è una tessera di un mosaico più grande: l’una dà senso all’altro e viceversa.

Da quali fonti ha ricostruito non solo e non tanto il dibattito ideologico all’interno delle BR, ma le dinamiche umane e anche affettive che si svilupparono in quello stesso contesto?
Oltre allo studio delle sentenze e alla lettura di diversi libri sul tema, ho avuto la fortuna di poter parlare con uno dei brigatisti che parteciparono al rapimento di Taliercio. È stato un colloquio profondo, che ha messo a nudo il dramma che si portava appresso una generazione, o almeno una parte significativa di quella gioventù che si trovò travolta da un furore ideologico che annegò delle giuste istanze in condotte nefaste e ingiustificabili. Occorre tenere a mente che dentro quel meccanismo a venire stritolati non furono dei mostri o degli alieni, ma giovani come tanti (magari cresciuti in parrocchia) che si trovarono a imboccare un bivio sbagliato. E io ho provato a calarmi in quella umanità braccata, giorno per giorno, da tutto ciò che è morte e paura.

Cosa l’ha colpita di più della figura di Giuseppe Taliercio? E che cosa rimane di più importante a quarant’anni dall’evento?
Giuseppe Taliercio era prima di tutto un buon cristiano. Appassionato lettore della Bibbia (in particolare degli scritti di San Paolo) e devotamente affidato, giorno per giorno, alla divina Provvidenza. Ho avuto il privilegio di poter colloquiare con due dei suoi cinque figli prima di mettermi a scrivere il romanzo, e dai loro racconti è emersa una figura che ha cercato di costruire la propria casa sulla roccia dell’amore: per il Signore – incontrato in parrocchia e nell’adesione all’Azione Cattolica da ragazzo – e per sua moglie Gabriella, compagna di fede e di vita. Insieme hanno creato una famiglia cresciuta nella sobrietà e nell’onestà, in cui il direttore del petrolchimico doveva fare i conti per sbarcare il lunario e dar da mangiare ai suoi cari esattamente come gli operai. Una figura lontanissima da certi rapaci capitani d’industria. Credo che Taliercio sarebbe molto piaciuto a papa Francesco (e viceversa) per la sua dedizione al lavoro, avendo cura del benessere degli operai, delle condizioni di sicurezza della fabbrica e del suo impatto ambientale sul territorio. Per certi tratti era un uomo lontano dal suo tempo e più vicino a determinate sensibilità maturate nella nostra epoca.

La famiglia di Taliercio sembra rappresentare una dimensione salvifica nel suo racconto: quella stessa famiglia che però l’ideologia brigatista, e non solo quella, vedeva come costrizione istituzionale e borghese, colpevole essa stessa delle divisioni sociali. Non l’ha un po’ scossa questa ricorrente condanna dell’istituzione familiare che viene da molto lontano e ogni tanto fa capolino nella nostra storia e nelle pieghe di un ossessivo consumismo familiare?
La risposta a questa domanda non è semplice. Io credo che a quell’epoca molti giovani contestassero l’istituzione familiare perché vedevano che i loro genitori non riuscivano a rispondere al mutare dei tempi con quel “surplus” d’amore e di dialogo che sarebbe stato necessario. Se anche la Chiesa ha sentito il bisogno di un Concilio per affrontare le nuove sfide della realtà, e di decenni per provare ad attuarlo, forse sarebbe stato opportuno investire in una missione capillare parrocchia per parrocchia, casa per casa, per lavorare su cosa significasse essere famiglia in una società stretta tra muri ideologici e rintronata dalle trombe del consumismo dilagante. E in fondo questo discorso vale ancora oggi e investe la formazione dei fidanzati in vista del matrimonio e poi l’accompagnamento dei giovani sposi: quali occasioni di confronto, di preghiera, di festa, di sostegno trovano?

Le restrizioni e la crisi economica che ha coinvolto non solo il nostro Paese da più di un anno a causa del Covid possono essere una possibile causa della rinascita di antagonismi violenti e ideologicamente “giustificati”?
Prima degli antagonismi mi preoccupano gli egoismi. Papa Francesco l’ha detto molto bene: “Nessuno si salva da solo”. Se la pandemia è un male globale, pure la risposta deve essere globale, deve coinvolgerci tutti, farci sentire quanto mai interdipendenti. Come è l’osservanza delle norme sanitarie da parte di ciascuno a far arretrare i contagi, così pure la cura del bene comune deve stare a cuore a ognuno di noi, deve occupare i nostri pensieri e le nostre azioni. Fuori da questa prospettiva vedo solo un acuirsi delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle paure che possono sfilacciare il tessuto sociale. E riportarci a periodi bui. Un esempio: secondo i dati del Viminale aggressioni e intimidazioni, fisiche e via internet, nei confronti dei giornalisti da parte di estremisti politici sono quasi triplicate nell’ultimo anno. C’è chi pesca nel torbido e per questo bisogna impegnarsi a mantenere limpida l’acqua in cui nuotiamo.