• on Novembre 25, 2022

Reinfezioni Covid-19. Cauda (Gemelli): “Ancora pochi dati su aumento probabilità eventi avversi. Il problema non è il virus ma chi lo ospita”

I casi di reinfezione da Sars-CoV-2 causano un aumento – o addirittura il raddoppio – del rischio ospedalizzazione e morte? E come dovrebbe essere un vaccino di seconda generazione in grado di fronteggiare il moltiplicarsi delle varianti? Ne parliamo con Roberto Cauda,  ordinario di malattie infettive all ’Università Cattolica e direttore dell’Unità di malattie infettive al Policlinico Gemelli, nonché consulente esterno dell’European Medicines Agency – Ema

Professore, si sta facendo strada l’ipotesi che i casi di reinfezione aumentino il rischio di morte e la probabilità di andare incontro, in futuro, ad eventi avversi per la salute. Che ne pensa?
Non disponiamo ancora di una sufficiente casistica per esprimerci in maniera definitiva su questo punto. E’ tuttavia chiaro che con Omicron il problema fondamentale non è più il virus ma l’ospite. Se questi ha avuto almeno tre dosi di vaccino, ha una buona protezione nei confronti delle forme gravi di malattia. Evidentemente questa stessa protezione non ce l’ha chi si è infettato e non è vaccinato, perché l’immunità naturale non è in grado di fornire – soprattutto in chi si è infettato con le forme pre-Omicron – una qualche protezione. Lo stesso Omicron – ormai definito la zuppa di Omicron – presenta uno sciame di sotto-sotto varianti che possono essere loro stesse causa di immunoevasione. Personalmente non ho ancora visto dati su casistiche numerose che ci dicano che la reinfezione, che avviene soprattutto con Omicron, aumenti significativamente il livello di gravità e la probabilità di morte in una malattia di non elevata gravità come quella causata da Omicron, e dove le forme polmonari sono minoritarie. Quello che può fare la differenza è chi “ospita” il virus. Se un soggetto ha avuto un’infezione, e si reinfetta pur essendo vaccinato, ma ha ad esempio un infarto, questo può creare un problema serio.

Dunque gli eventi avversi si possono verificare nelle persone più fragili o per età o per patologie sottostanti.

Professor Roberto Cauda – Foto: Policlinico Gemelli

Negli Stati Uniti desta preoccupazione la nuova variante XXB. Di che si tratta?
Si tratta di una variante ibrida – ancora non se ne sa molto, bisognerebbe disporre di ulteriori studi – sempre della famiglia di Omicron 5. La presenza di nuove varianti genera sempre una certa apprensione, ma sono ottimista. Grazie all’elevato numero di soggetti vaccinati, non dovrebbe provocare grandi danni nel nostro Paese.

Ora la sfida è quella di un vaccino anti Sars-CoV-2 multivalente, in grado di far fronte alle diverse mutazioni del virus…
Da un paio d’anni il professor Antonio Cassone, membro dell’American Academy of microbiology, ed io – siamo stati tra i primi, ma non gli unici – affermiamo la necessità di lavorare ad un vaccino anti-Covid multicomponente, efficace contro varianti diverse, ampliando la composizione antigenica dei vaccini di seconda generazione. Al riguardo abbiamo pubblicato uno studio nel novembre 2021 sulla rivista Vaccine sostenendo

l’importanza di associare allo Spike la nucleoproteina, altamente immunogenica, che va anch’essa incontro a mutazioni, ma molto, molto meno frequentemente.

Sarebbe un modo per avere due bersagli diversi che ci consentirebbero di affrontare meglio la situazione.

In questa direzione sembra andare il nuovo candidato vaccino di Pfizer Biontech per il quale l’azienda farmaceutica ha annunciato l’avvio di uno studio di Fase 1…
Un’ottima notizia perché dovrebbe risentire molto meno delle varianti.