• on Gennaio 23, 2024

Regno Unito: morire di fame, in solitudine. Il caso del piccolo Bronson fa discutere

Colpa della polizia oppure dei servizi sociali se il piccolo Bronson Battersby, appena due anni, è morto di fame e di sete, durante le vacanze di Natale, dopo che il papà, Kenneth, sessant’anni, è deceduto all’improvviso, per un attacco di cuore, nell’appartamento a Skegness dove abitavano? Il dibattito sulla terribile notizia, nel Regno Unito, si è concentrato sulla ricostruzione dell’accaduto. Ad indagare, per il Sir, sulle cause più profonde di questa tragica scomparsa sono Cristina Gangemi, già consulente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, e Raymond Friel, amministratore delegato di Caritas Social Action, che raccoglie le più importanti charities cattoliche.

Una delle aree più povere del Paese. Ci sono tanti mazzi di fiori fuori dal “basement flat”, l’appartamento sotto il livello della strada, con pochissima luce, a Skegness, tra le zone più povere del Paese, dove il piccolo Bronson Battersby è morto poco dopo Natale. La polizia britannica l’ha trovato cosi, accanto al padre, quando ha fatto irruzione nella casa dopo che un assistente sociale aveva suonato invano, più volte, il campanello nei primi giorni di gennaio. I fiori si trovano accanto al triciclo del bambino, messi dai vicini, ancora scioccati. Ci sono due inchieste in corso, in questo momento, sulle ragioni che hanno portato alla tragica morte e, forse, i servizi sociali e la polizia hanno commesso errori. Certo “baby Bronson”, come è stato soprannominato dai media britannici, si trovava in una condizione difficile perché il padre Ken, 60 anni, che pure gli voleva molto bene, era disoccupato e molto povero e la mamma, Sarah Piesse, 43 anni, dalla quale era separato, ha altri sette figli, da partner diversi, beve e si droga.

Le voci di chi conosce bene la realtà. A fare un’analisi diversa di quello che è successo sono Cristina Gangemi, già consulente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles che lavora oggi, a Roma, per il Pontificio Consiglio della cultura, e Raymond Friel, amministratore delegato di Caritas Social Action, agenzia della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles nel sociale, che raccoglie una cinquantina di associazioni che lavorano con bambini e adulti vulnerabili, anziani, senzatetto, migranti, rifugiati e disabili, richiedenti asilo e sieropositivi.

Si è perduto il valore e la dignità delle persone. “Il bambino si trovava in una famiglia spezzata dalla separazione dei genitori ma penso che le cause della sua morte si trovino anche nella società britannica di oggi, profondamente divisa in classi e dove il divario tra i più ricchi e i più poveri è tra i più grandi nel mondo e in continua espansione. Esiste anche un discorso di valori”, spiega Cristina Gangemi. “Nella Gran Bretagna di oggi, un Paese profondamente secolarizzato, prevale il pragmatismo e c’è un approccio quasi eugenico all’esistenza umana. Chi è in grado di lavorare e di mantenersi e ha successo riesce a inserirsi mentre chi non ce la fa viene emarginato. Insomma gli esseri umani non hanno valore in loro stessi, non hanno una dignità in loro stessi, come persone fatte a immagine di Dio”. Forse questo atteggiamento “ha prevalso anche tra i vicini che, magari, hanno sentito piangere il bambino ma non ritenevano toccasse a loro intervenire”. “Nella società britannica di oggi rapporti umani significativi, attraverso i quali ci relazioniamo con chi ci circonda, sono molto indeboliti. Per non parlare della tradizionale riservatezza britannica. Siamo un popolo molto riservato, quasi chiuso. Difficilmente le persone avvicinano chi non conoscono, chi non è un amico o un parente. Tutto questo indebolisce profondamente la società e il senso di appartenenza che tiene insieme una comunità”.

Quattro milioni di minori sotto la soglia di povertà. Della povertà e dell’isolamento sociale che, senza dubbio, hanno contribuito alla morte del piccolo Bronson Battersby parla Raymond Friel. “Il livello di indigenza, oggi, nel Regno Unito, è scioccante. Circa otto milioni di persone e quattro milioni di bambini non hanno il minimo indispensabile per sopravvivere. I sussidi, dai quali questi ultimi dipendono per sopravvivere, non sono sufficienti, in questo momento, a garantire una vita dignitosa”, spiega Friel. “Non solo. Il sistema è complicato e, ormai, digitalizzato e molti fanno fatica ad usarlo oppure commettono errori per i quali vengono puniti. È diffusa anche l’idea che chi prende sussidi non vuole lavorare ma, spesso, non è vero e, in ogni caso, molti che lavorano rimangono intrappolati dalla povertà perché non riescono a guadagnare abbastanza e devono ricorrere alle banche del cibo e agli usurai”. Caritas organizza sale “dove consulenti aiutano ad imparare a usare il sistema di welfare e garantisce cibo e mobili. Esiste anche la povertà dell’isolamento sociale perché, qui, ormai, prevale l’individualismo e un’economia guidata dalla logica del profitto. La digitalizzazione non aiuta perché toglie alle persone il contatto umano così importante”.