• on febbraio 10, 2021

Regno Unito. Lockdown a Birmingham, la scuola va incontro a ragazzi e famiglie

Quei 43 computer promessi dal governo britannico per gli scolari che non possono contare su uno schermo a casa, quando era scattato il secondo lockdown britannico lo scorso novembre, Sarah Minchin, dirigente scolastica della scuola elementare cattolica Saint Paul, li sta ancora aspettando. “Ne ho ricevuti soltanto 21 a dicembre e 12 la scorsa settimana e ho dovuto ricorrere a quelli che usiamo qui a scuola”, racconta al Sir. “Ho chiesto ai tecnici di prepararli e ai genitori di firmare un contratto con il quale si impegnavano a restituirli, una volta che i figli fossero rientrati a scuola. Distribuendo 32 dei miei laptop, sono riuscita a raggiungere, con le lezioni online, tutti i miei alunni anche durante questo terzo lockdown cominciato ai primi di gennaio”.

“Pupil premium”. Nella scuola elementare cattolica Saint Paul, che fa parte della “Lumen Christi Catholic Multiacademy”, in uno dei quartieri più poveri di Birmingham, il 70% dei 196 scolari ha diritto ai pasti gratis perché appartiene a famiglie che non possono permettersi neppure un computer di seconda mano. Sono 137 i cosiddetti “pupil premium” o “free school meals”, quelli che vivono in famiglie che sopravvivono grazie ai sussidi del welfare state che garantisce, per ciascuno di loro, una somma alla scuola affinché possano essere aiutati nel percorso scolastico. Rientra in questa categoria Kye, alunno di 10 anni. La mamma Chelsie Moore, 27 anni, spiega che, durante il primo lockdown, la scorsa primavera, ha preferito mandarlo a scuola perché a casa non era in grado di aiutarlo. “Non mi sentivo abbastanza sicura”, spiega.

“Key workers”. In Gran Bretagna le classi rimangono aperte sempre per i “vulnerable children”, i bambini che sono a rischio di abusi oppure vivono in situazioni di indigenza e anche per i figli di “key workers”, i lavoratori indispensabili alla società come infermieri, medici e insegnanti. Durante questo terzo lockdown il governo ha allargato la categoria anche ai bambini che non hanno un computer. Alla Saint Paul, in questo momento, ad entrare in classe sono 43 alunni che appartengono a tutte queste categorie.

“La scuola mi ha aiutato”. Tuttavia questa volta Chelsie si è sentita più sicura e ha preferito tenere suo figlio Kye a casa. “La scuola mi ha aiutato moltissimo”, spiega. “Il governo ha annunciato l’inizio delle restrizioni domenica e lunedì avevamo già un computer. Appena mi trovo in difficoltà li contatto e mi aiutano. Certo a Kye, che è figlio unico, mancano moltissimo i suoi amici ma le maestre sono brave e se notano che è troppo stressato gli garantiscono lezioni individuali via Zoom”.

“Garantire la sicurezza”. “Si insegna e si impara molto meglio a scuola ma, purtroppo, le classi affollate sono un ambiente rischioso in questo momento”, conclude Sarah Minchin. “Il mio dovere è garantire la sicurezza di insegnanti e alunni e, se riesco, preferisco mandare i computer alle famiglie così che in presenza ci siano soltanto i figli dei lavoratori essenziali e i bambini più in difficoltà. Purtroppo ci sono ancora quattro famiglie nelle quali due o tre figli devono condividere un solo computer e, in questo caso, ho preferito chiedere a questi bambini di venire a scuola”.