• on agosto 23, 2021

Punto Cnvf-Sir. Verso Venezia 78, i Leoni d’oro da (ri)scoprire “Nomadland”, “Joker”, “Roma”, “La forma dell’acqua” e “Sacro Gra”

La 78a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia aprirà i battenti dal 1° settembre, con un ricco cartellone. In attesa di vedere a chi andrà quest’anno il Leone d’oro, il punto Cnvf-Sir è dedicato ai film che hanno trionfato di recente al Lido, disponibili sulle principali piattaforme: “Nomadland” (2020, Disney+) di Chloé Zhao, con una strepitosa Frances McDormand; “Joker” (2019, AppleTv+) di Todd Phillips, che brilla per il dolente trasformismo di Joaquin Phoenix; l’intenso ritratto della comunità messicana nel film “Roma” (2018, Netflix) di Alfonso Cuarón; “La forma dell’acqua” (2017, Disney+) di Guillermo del Toro, favola dark che si fa metafora di inclusione; e infine “Sacro Gra” (2013, RaiPlay) di Gianfranco Rosi, il primo documentario nella storia della Mostra a vincere il Leone d’oro.

“Nomadland” (Disney+)
Ha ottenuto tutto nella stagione 2020-21. Dopo Venezia 77, “Nomadland” di Chloé Zhao si è subito imposto all’attenzione di critica e pubblico, conquistando tre premi Oscar di peso: miglior film, regia e attrice. Cosa ha di così speciale? È un intenso sguardo sugli ultimi, raccontati con dignità e dolente poesia. Protagonista è Fern, sessantenne che ha perso marito, casa e lavoro; la donna però non si arrende al dolore, anzi carica i suoi pochi averi su un furgoncino e si mette in viaggio lungo le strade americane accettando lavori stagionali. E tramite Fern scopriamo il volto della comunità di nuovi nomadi, persone che hanno perso tutto ma guardano all’orizzonte con rinnovata fiducia…

Chloé Zhao fotografa gli ultimi nei loro affanni, nelle loro fratture, ma non nella loro disperazione: il suo non è affatto uno sguardo insistito nel dolore; non ci sono pietismo ricattatorio né forme di carità pelosa. Al contrario, è un guardare negli occhi i poveri di oggi, raccontandoli con grande fierezza e dignità. A rendere speciale l’opera è Frances McDormand, che offre un’interpretazione di rara e inarrivabile bravura. “Nomadland” conquista quindi per la carica di denuncia che deraglia però nella poesia e nella dolcezza. Dal punto di vista pastorale il film è raccomandabile, problematico e per dibattiti.

“Joker” (AppleTv)
Ammaliante e sconvolgente: è “Joker” (2019, Venezia 76) firmato da Todd Phillips. Il film potrebbe apparire sulle prime come un semplice spin-off del ciclo Batman, il ritratto di uno dei villain più celebri. In verità l’opera sconfina dal genere di riferimento: il regista abbandona infatti il sentiero del fantastico per virare su un realismo drammatico, e il suo “Joker” tratteggia un quadro di denuncia nei confronti della società odierna.

In particolare, la genialità del racconto poggia sull’interpretazione di Joaquin Phoenix, di stupefacente bravura: oltre alla trasformazione fisica, al lavoro minuzioso sulla delirante risata del clown, Phoenix è riuscito a restituire sia la stratificazione di traumi e solitudine del personaggio sia il suo deragliamento psicologico. Unitamente alla convincente prova attoriale, quello che colpisce di “Joker” è la carica di realismo e denuncia: non un canovaccio da fumetto, giocato schematicamente sui temi bene/male, ma un atto d’accusa contro l’odierna politica dello scarto, la scellerata messa ai margini di chi vive una condizione di povertà o disagio.

E se dunque di “Joker” affascina, e non poco, per questo stile visivo-narrativo così incisivo, originale, a uno sguardo più attento si coglie anche un tratto problematico: il racconto infatti si avvita a tesi, e lo spettatore è chiamato a una forte identificazione con il travaglio interiore del protagonista, che alla fine decide di abbandonarsi al Male, alla vendetta. E questo è non poco rischioso in un’ottica spettatoriale. Dal punto di vista pastorale “Joker” è complesso, problematico e da gestire con cautela in presenza di minori.

“Roma” (Netflix)
Se con “Gravity” (2013) Alfonso Cuarón ha stupito tutti, incoronato anche da 7 premi Oscar, è però con “Roma” (2018, Venezia 75) che il regista messicano ha raggiunto l’apice della sua vis poetica, componendo il suo film più bello, e di certo il più personale. “Roma” è un’opera meravigliosa che conduce lo spettatore, attraverso un elegante bianco e nero, nelle pieghe del Messico di inizio anni Settanta, nel cuore della famiglia Cuarón. La storia. Una famiglia borghese con quattro figli vive nel quartiere Roma di Città del Messico, e con loro la domestica Cleo (Yalitza Aparicio); la giovane è una presenza premurosa e costante nelle dinamiche familiari, l’elemento aggregante soprattutto dopo l’abbandono della figura paterna.

Nell’insieme il film esplora tanto la dimensione pubblica, sociale, del Paese nei tumultuosi anni ’70, con tutte le contraddizioni, quanto quella privata, il tessuto delle relazioni familiari; in più, Cuarón compone un suggestivo ritratto di donne, diverse per età e classe sociale, che sperimentano insieme abbandono e difficoltà. Donne, però, che sanno rialzarsi sempre e trovare, in chiave solidale, la via del riscatto. “Roma” è un’opera di marcata raffinatezza, che dal punto di vista pastorale è consigliabile, poetica e per dibattiti.

“La forma dell’acqua” (Disney+)
Anche “La forma dell’acqua” (“The Shape of Water”, 2017) del messicano Guillermo del Toro è un film che ha incontrato diffusi consensi e riconoscimenti: dopo la vittoria a Venezia74, l’opera si è aggiudicata ben 4 premi Oscar. La vicenda: Stati Uniti 1962, in piena Guerra fredda. In un laboratorio governativo di Baltimora, dove si conducono esperimenti segreti, lavora Elisa (Sally Hawkins), giovane con disabilità uditiva addetta alle pulizie. Durante un turno, Elisa scopre in una vasca una creatura anfibia dalle sembianze umane. Dalla soggezione inziale passa rapidamente alla fascinazione. È l’incontro tra due solitudini…

“La forma dell’acqua” è un’elegante favola sociale dalle tinte gotiche che propone storie di periferie umane in cerca di attenzione, di comprensione. Con una narrazione avvincente, che mescola lampi di tensione ad atmosfere sognanti, il film di del Toro offre una bella fotografia dell’America anni ’60, con tutti i suoi problemi, non servendosi di un esplicito realismo ma procedendo per metafore. Molti gli spunti a livello tematico: c’è l’escluso, lo straniero, la paura del nemico, una paura però che viene superata proprio da chi è messo ai margini. Insomma, una favola intessuta dai toni foschi pronti però a virare verso le più belle pagine del sentimento. Film consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Sacro Gra” (RaiPlay)
Poeta dalla macchina da presa, Gianfranco Rosi nei suoi film coniuga impegno civile con affreschi sociali-antropologici di rara bellezza. Il suo cinema predilige il racconto del nostro presente, di periferie esistenziali. Con “Sacro Gra” (Leone d’oro a Venezia 70, nel 2013) ha mostrato la popolazione che vive ai margini di Roma, con “Fuocoammare” (Orso d’oro a Berlino nel 2016) ha dato voce ai tanti disperati cercatori di futuro nelle acque del Mediterraneo, e infine con “Notturno” (in gara a Venezia 77) ha mostrato la realtà nei territori vessati dalla guerra in Medio Oriente, dando voce e parola ai civili.

Nello specifico, con “Sacro Gra” Rosi ha messo in racconto i sentieri dell’umano dislocato lungo il Grande Raccordo Anulare di Roma, negli oltre 68km di autostrada urbana percorsi quotidianamente da oltre 100mila veicoli. Il regista ha osservato la comunità che ai margini della Capitale, colta tra poesia e stranezze. Un’istantanea asciutta, puntale; filmata in modo neutro ma denso di fascino. Il film è consigliabile, realistico e per dibattiti.