• on Ottobre 23, 2019

Proteste in Cile. Presidente dei vescovi: “Il profondo malessere di persone e famiglie non è stato considerato”

Forte condanna della violenza, che nelle manifestazioni di questi giorni ha portato alla morte di 15 persone. Ma anche la convinzione che il “profondo malessere” non è stato preso in considerazione. Ora bisogna “guardare in faccia” la realtà del Paese e tutti siano “chiamati a dialogare sul Cile che vogliamo”. È un appello a leggere in profondità quanto è accaduto e alla concordia, quello che il presidente della Conferenza episcopale cilena (Cech), mons. Santiago Silva Retamales, vescovo castrense, rivolge al suo popolo e alla classe dirigente nel momento in cui ha preso avvio il dialogo tra il presidente Sebastián Piñera e tutti i partiti politici, per mettere a punto un’agenda condivisa di politiche sociali. Alle spalle, giorni tremendi: la capitale Santiago e altre città messe a ferro e fuoco, stazioni della metropolitana distrutte, blocchi stradali, negozi incendiati, assalti anche ad alcune chiese, tra cui la cattedrale di Valparaíso, coprifuoco e carri armati sulle strade. La situazione ha cominciato a normalizzarsi, ma la tensione resta alta. I lavoratori portuali sono in stato di agitazione e per oggi è previsto uno sciopero generale. In questo contesto arrivano le parole e gli appelli del presidente dei vescovi cileni.

Eccellenza, visti dall’Europa, gli ultimi avvenimenti sono sembrati un fulmine a ciel sereno. È così o c’erano invece segnali d’allarme?
Allarmi sulla diseguaglianza erano stati manifestati da tempo da parte di diverse organizzazioni. Tra queste, anche la Conferenza episcopale cilena. Nella nostra lettera pastorale intitolata “Cile, una casa per tutti”, pubblicata nel 2017, segnalavamo: “La differenza tra le classi, la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, la precarietà lavorativa per la mancanza di applicazione delle leggi sul lavoro, i bassi stipendi dei lavoratori e la bassissime pensioni producono molta frustrazione e rabbia e queste generano violenza. Dall’altra estremità ci sono gruppi che, per la loro posizione sociale e la loro ricchezza, esercitano un potere reale difendendo i loro interessi, a volte in modo illegittimo, arrecando una ferita all’etica e anche infrangendo la leggi per ottenere maggiori rendite particolari e, come conseguenza, mantenendo le diseguaglianze”. A partire dalla nostra azione pastorale abbiamo accompagnato la vita delle persone che stanno vivendo momenti difficili, però gli sforzi non sono stati sufficienti per colmare il divario della diseguaglianza ed evitare la sofferenza di tanta gente.

Voi vescovi avete già condannato la violenza. A suo avviso, tale metodo appartiene a gruppi minoritari? O il malessere sociale è realmente tanto grande?
Condanniamo in modo deciso ogni tipo di violenza, perché essa compromette la nostra convivenza e peggiora la nostra amicizia civica e la pace sociale, fondamentali per costruire accordi in ragione del bene comune e con la partecipazione della maggioranza. Il malessere sociale si comprende a causa delle diverse situazioni di precarietà che le persone sono costrette ad affrontare.

Dobbiamo cercare le radici della violenza per prevenirla, contenerla e generare forme civiche, umane e, se possibile, anche costituzionali per farci carico delle nostre differenze e dare loro soluzione.

Questi fatti dolorosi esigono che come società coltiviamo una cultura dell’incontro, che sia capace di ascoltare e condividere in modo empatico le sofferenze e il malessere di ogni giorno vissuti nella società cilena negli ambiti del lavoro, della salute, della sicurezza, dell’educazione, della precarietà abitativa, delle pensioni, delle situazioni di povertà e delle sfide umanitarie dell’immigrazione, come abbiamo affermato nella Dichiarazione del Comitato permanente dello scorso 19 ottobre.

Quindi la protesta, se portata avanti in modo pacifico, avrebbe delle ragioni?
Sono molti coloro che hanno manifestato il loro scontento in modo pacifico. Pensiamo che tutti abbiano un contributo da offrire e che le autorità, in particolare i politici, nelle loro diverse aree di responsabilità, debbano sapere ascoltare la voce della loro gente.

Difficile non pensare che ci siano gruppi organizzati dietro agli episodi di violenza. Qualcuno ha interesse a destabilizzare il Cile?
Non è nostro compito, come Chiesa, prendere in esame questo aspetto. Alcuni pensano che effettivamente sia così. Ma, come pastori, il centro della nostra azione è la preoccupazione per coloro che soffrono, accompagnandoli spiritualmente e nei loro bisogni immediati. Fare sapere loro che possono contare su di noi.

Gli occhi del mondo saranno nelle prossime settimane puntate sul Cile, che ospiterà la Cop25, la Conferenza mondiale sul clima. Si può sperare che la situazione si risolva prima di questo evento?
Sì, speriamo che prima di quella data possiamo raggiungere un dialogo sociale realmente incentrato sulle persone, sul loro modo di convivere e abitare quella che è la casa o il Paese di tutti, e su un’amicizia civica basata sul bene comune. Ciò significa che gli attori politici, sociali ed economici possano prescindere dai loro interessi particolari e lavorare a progetti consensuali, in cui la maggior parte di noi si riconosca.

Coprifuoco e carri armati per le strade… in Europa i giornali hanno scritto che è la prima volta che ciò accade dai tempi di Pinochet. È una semplificazione?
Da quando c’è la democrazia era accaduto solo nel contesto di situazioni di emergenza, come il terremoto e lo tsunami del 2010, o gli incendi a Santa Olga nel 2016. La differenza, stavolta, è che ciò non accade per una catastrofe imprevista, come in precedenza, ma per non aver considerato che vi era un profondo malessere di persone e famiglie, colpite da disuguaglianze ingiuste e da pratiche quotidiane che considerano abusive, perché in particolare feriscono i gruppi più vulnerabili.

Il contesto riconosciuto e crescente del benessere in Cile vale solo per alcuni e non per tutti, ma i poveri non possono continuare ad aspettare.

Quale appello rivolge al popolo cileno e, in particolare, ai politici e alle Forze armate?
È tempo di guardare in faccia, con verità, le nostre ricchezze e successi, i nostri conflitti e fallimenti. Le autorità e i partiti politici, in particolare, ma anche la società civile e le sue organizzazioni, università e intellettuali, le stesse organizzazioni devono dialogare sul Paese che vogliamo, intraprendere la costruzione di una società che tutti possiamo sentire come nostra, tutti dobbiamo impegnarci a prenderci cura del nostro bene comune più prezioso.