• on luglio 27, 2020

Prodi racconta il suo lockdown. “Da questa crisi può nascere una nuova Europa”

Ho sempre ritenuto che la Spagnola sarebbe rimasta l’ultima pandemia. Mi sbagliavo perché l’impossibile è improvvisamente diventato possibile. La pestilenza si è mossa velocemente dalla Cina e ha raggiunto l’Europa, l’America e il mondo intero. Tutti i Paesi sono stati raggiunti e tutti hanno dovuto fare i conti con una situazione che nessuno avrebbe mai immaginato.
Durante il lockdown osservavo che per la prima volta, in tutta la mia esistenza, non sarei potuto andare a messa la domenica. È stato per me, che a messa sono riuscito ad andare sempre nonostante i viaggi all’estero e in condizioni a volte non scontate, il primo segno tangibile del cambiamento che si stava concretizzando. Da quei primi giorni di marzo, tutti abbiamo dovuto fare i conti con la nostra capacità di adattamento. Abbiamo scoperto nuove modalità di lavoro e imparato a sfruttare ciò che le nuove tecnologie ci offrono.
Non potendo andare nella mia chiesa, a soli pochi metri da casa, ho seguito la Messa del Papa al mattino. Mi sono impratichito nell’uso dei vari strumenti di comunicazione e così, oltre ad essere riuscito a leggere saggi e libri che da tempo mi ero riproposto di affrontare, ho “incontrato” classi di liceo e di università con lezioni a distanza, ho partecipato a tanti dibattiti, interviste e approfondimenti sfruttando le potenzialità della Rete.
Per tante famiglie l’isolamento ha significato vivere chiusi in case piccole, per altri invece ha significato sopportare la solitudine di una casa vuota. Tanti sono quelli che hanno subito una preoccupante contrazione del reddito, per molte persone quelle settimane hanno portato preoccupazione, sofferenza e dolorose separazioni. La chiusura ha significato per milioni di studenti l’interruzione della frequentazione scolastica…
Nonostante ciò fino ad oggi abbiamo reagito al meglio e, salvo qualche caso isolato, il comportamento degli italiani è stato rispettoso delle regole. Superata per ora la prima fase di emergenza, dobbiamo fare i conti con le conseguenze del lungo fermo della produzione e del lavoro: la crisi economica sarà peggiore di quella del 2008 e la più forte dal dopoguerra ad oggi. Le nostre risorse sono limitate e nonostante gli sforzi del governo centrale e una manovra che mette a disposizione tutto quello che c’è, da soli non potremo farcela. E nel lungo periodo non potranno farcela nemmeno la ben più ricca Germania, l’Olanda, la Francia e nessun Paese europeo. Solo uniti potremo affrontare una crisi in cui tutti siamo coinvolti, mentre nessuno ne porta la responsabilità diretta.
Tutti i Paesi europei hanno bisogno di più Europa, ma il deflagrare improvviso dell’epidemia ci ha colti ancora una volta alle prese con i vecchi problemi irrisolti: disunione, perdita del potere da parte della Commissione europea – che è l’organo sovranazionale – in favore del Consiglio – che invece rappresenta i singoli Paesi –, l’inimicizia delle nazioni del nord nei confronti di quelle del sud, la rigidità dei cosiddetti Paesi virtuosi (“frugali”) nei confronti dei Paesi meno rigorosi sul piano dei conti pubblici, il sovranismo che si è fatto più forte e trasversale, il retrocedere dello stato sociale. Sono queste le ragioni che hanno rallentato e ancora mettono a rischio un’adeguata azione europea.
E di fronte al propagarsi inesorabile dell’epidemia da Covid-19 e ai conseguenti interventi massicci di Stati Uniti e Cina, abbiamo tutti sentito quanto manchi l’Europa protagonista sulla scena mondiale, in difesa degli interessi dell’Unione nella sua interezza. Abbiamo avvertito tangibile la mancanza dell’Europa che ha rappresentato il più grande cantiere di innovazione politica di tutti i tempi, quella della solidarietà, della collaborazione per il raggiungimento di obiettivi comuni.
Questo aspetto merita una riflessione: non ho certo negato critiche all’Europa quando la sua azione non è stata all’altezza dei principi e dei valori sulla quale è stata fondata, ma essere critici e costruttivi non è lo stesso che essere i nemici dell’Europa. Sono nemiche dell’Europa le forze politiche che, per guadagnare un facile consenso interno, trascurano di dire che separati siamo destinati a sparire dalla cartina geografica del pianeta e a non contare più nulla, che non considerano l’arretramento dell’Europa sullo scenario mondiale come la perdita di quel punto di equilibrio tra le grandi potenze, impegnate da tempo in uno scontro per la supremazia. Significa non contribuire alla difesa del nostro modello di democrazia liberale dinanzi al dilagare, dall’Asia alle Americhe al Medio Oriente, di forme di governo totalitarie. Difendere l’Europa non significa non vederne i limiti, ma essere consapevoli che per il futuro dei nostri giovani, delle nostre economie, del nostro welfare e persino del nostro stile di vita abbiamo bisogno che l’Europa torni a fare politica con scelte coraggiose e di lungo respiro. Chi lo ha compreso ed espresso con grande precisione è Papa Francesco, che ci avverte della centralità della nostra Unione e della necessità che essa torni a svolgere il suo ruolo, sia all’interno dei confini del vecchio continente, sia nei confronti del mondo. E il suo messaggio arriva proprio nel momento di una prova per certi versi decisiva per l’Europa.
Lo scrivo con la necessaria prudenza, ma qualcosa sembra muoversi a Bruxelles sotto diversi aspetti. Il primo è che l’asse franco-tedesco sembra essersi rimesso a funzionare dopo un lungo intervallo che ha coinciso con quell’immobilismo europeo responsabile della quasi totale assenza della politica comunitaria e, tra le altre cose, del rafforzamento del sovranismo nazionalista in Europa che, in mancanza di un adeguato sostegno ai Paesi più colpiti dalla crisi del 2008 e di fronte alla quasi esclusiva politica di contenimento del debito, ha avuto vita facile presso l’opinione pubblica. Il secondo aspetto è che appare evidente che Francia, Spagna e Italia siano riuscite non solo a trovare un accordo esteso anche ad altri Paesi, ma soprattutto abbiano convinto la Germania a sfilarsi, per una volta, dal gruppo dei nordici riottosi ad ogni intervento di aiuto. Il terzo è che la proposta che si va definendo (Consiglio europeo del 17-20 luglio, Recovery Plan da 750 miliardi, oltre ad altre azioni già decise dall’Ue per rispondere alla crisi – ndr) si ispira al principio di solidarietà che è alla base della nostra Unione.
Questa è l’Europa di cui hanno bisogno i Paesi europei e l’Europa stessa se vuole continuare a esistere e, infine, anche il mondo, come molto opportunamente e incisivamente ha detto Papa Francesco. La nostra ambizione non può essere quella di diventare una super potenza, ma di rappresentare una forza riequilibratrice nella lotta per il potere delle super potenze.
È un cammino che si è interrotto nel 2005 quando Francia e Olanda bocciarono la Costituzione europea. Fu in quel momento che l’Europa cominciò ad arretrare ed è da allora che si attende la ripresa del progetto europeo, almeno a partire dai settori fondamentali. Abbiamo una moneta unica, ma non un’armonica politica fiscale. Non abbiamo un esercito europeo e non abbiamo una politica estera comunitaria. Oggi la pandemia ci insegna che il nostro modello di welfare, la più grande conquista del secolo scorso, va non solo difeso, ma occorre che in Europa si pensi a strutture capaci di reagire in casi analoghi, quando serve un’azione unitaria in difesa della salute pubblica che garantisca a tutti il diritto alla cura, gli approvvigionamenti sanitari e la distribuzione dei dispositivi di protezione.
Mi auguro che questo accenno di cambiamento sia solo il primo passo verso una nuova Europa, più vicina a quella voluta dai padri fondatori al termine della seconda guerra mondiale: davanti alle macerie di quel conflitto così devastante trovarono la forza di unirsi per chiudere definitivamente con un passato di guerre sanguinose e per costruire un futuro di progresso e di benessere per l’Europa.