• on ottobre 26, 2019

Pro-vocati dal Vangelo. Vita frantumata o unificata?

La corsa convulsa del nostro tempo ci porta a camminare senza guardare intorno, ad attraversare le strade senza renderci conto, a passare accanto agli altri senza vederli, ad avere la sensazione di procedere da soli in mezzo a tanta gente, a pensare alla meta da raggiungere senza sentire la terra sotto i piedi, a guardare lo smartphone e a lasciare vagare contemporaneamente il pensiero altrove. Tutto fa pensare che l’individuo passi la sua vita su uno scivolo da cui si lascia trasportare senza dar valore alla propria esistenza e a quella degli altri.
Anche noi cristiani talvolta ci lasciamo trascinare dal vortice del tempo, soprattutto quando fatichiamo a vivere come persone unificate, tendenti a favorire il processo dello sviluppo integrale della persona fondato sulla consapevolezza di sé quale unico e irrepetibile animato dal senso della propria vita, Gesù Cristo e il Vangelo.

C’è chi enfatizza il proprio corpo e lo idolatra e vive in funzione della cura assoluta della propria immagine.

Caricandola di grandi aspettative, per poterla esibire in modo perfetto, si sottopone a diete massacranti, fa footing tutti i giorni anche sotto le intemperie, frequenta il tempio della palestra, pur di essere in forma e apparire bello e giovane. Non è raro vedere persone che lungo la strada immortalano la propria immagine scattando selfie: subito rivedono le foto, le fanno vedere agli altri, restando spesso su un piano superficiale della comunicazione. Sembra che qualcuno abbia inventato i mezzi di comunicazione non per usarli con responsabilità, ma per trasformare la vita in un campo di gioco. In molti rischiano di rimanere in contatto con la sola ricerca dell’apparenza, senza dare valore agli altri aspetti della propria persona, componenti preziosissime che permettono di rimanere in contatto con il proprio sé in relazione.
C’è chi si lascia guidare solo dalle emozioni, dalle forti reazioni del momento ad uno stimolo e segue i suoi bisogni impellenti da cui fa dipendere la sua vita. È un bene imparare a riconoscere i propri bisogni, ma nello stesso tempo è necessario saperli orientare. È un bene provare e riconoscere i sentimenti ed emozioni, purché non divengano il volano della propria vita. È un bene esprimere il proprio pensiero, ma è altrettanto vero che bisogna sempre fondarlo, per realizzare il bene per sé e per gli altri. È bene curare le relazioni, purché l’affettività non scada in atteggiamenti di possesso o di dipendenza o di contrapposizione. È un bene vivere anche i momenti di conflitto, purché nel quotidiano si impari a gestirli, scegliendo di rimanere sempre in relazione. È un bene usare la volontà, purché sia per la custodia della vita e non della morte. È un bene imparare a riconoscere la rabbia, purché sia trasformata in energia propulsiva che possa cambiare se stessi, accogliendo anche la diversità come stimolo e non come minaccia.

Non basta lasciarsi guidare nella vita dalla ricerca dell’apparenza senza fine o dalle sole emozioni, perché, senza un senso che le orienti, rischiamo di sbattere contro un muro o di camminare sulle teste degli altri, noncuranti del bene o del male che possiamo provocare.

C’è un altro aspetto importante nella nostra esistenza di battezzati che talvolta viene ignorato o contattato ad intermittenza: nella profondità della vita c’è il livello esistenziale o spirituale, Gesù Cristo e il suo Vangelo che fonda la nostra esistenza. Frequentiamo le comunità o i gruppi parrocchiali, partecipiamo a corsi di formazione o a convegni, ma spesso rimaniamo sul piano dell’erudizione o dello spettacolo. Fatichiamo a esperirci come persone unificate, capaci di vivere secondo il senso che liberamente abbiamo scelto per la nostra esistenza.
Chi dà senso oggi alla mia/nostra vita di cristiani: forse il benessere cercato a tutti i costi o il ritocchino dell’immagine di sé? Chi possiede le redini del nostro vivere quotidiano: forse l’emotività senza confini che annulla la capacità di discernimento, per potere vivere con fedeltà il Vangelo? Per chi vivo: forse per la realizzazione di me stesso? Come si chiama la radice della mia esistenza e dove colloco Gesù con il Vangelo nell’attimo presente, perché in tutto possa rendere visibile il Signore risorto?
Quando rimaniamo attaccati ai nostri compartimenti stagni, senza favorire l’unificazione della nostra persona intorno a Gesù Cristo con il Vangelo, pronto ad illuminare il nostro vivere quotidiano, rischiamo di essere spaccati in profondità e soprattutto ci lasciamo trascinare nella vita dall’idolo di turno. È il Signore che dà valore alla nostra corporeità, capolavoro della bellezza impressa da Dio e abitata dallo Spirito. È il Signore che dona il senso allo scorrere del tempo, che infonde l’energia necessaria nei vari meandri psicologici, per vivere costantemente nel dono di sé, nel rispetto del proprio esserci sempre in relazione. È il Signore che ci aiuta ad essere persone costantemente in ricerca, portatrici di gioia, di giustizia, di pace, capaci di intimità e di solitudine, di gratitudine, di accoglienza incondizionata.
Sono una persona unificata? Chi o che cosa sto cercando nella vita? Chi anima la mia esistenza e quale senso ha tutto ciò che vivo? Se sto esibendo in ogni momento pezzi di me e non la presenza di Cristo Risorto, come posso favorire la mia unificazione interiore a partire dalla relazione con Gesù? Quali scelte sto compiendo oggi in tutti i campi, per essere testimone autentico di Cristo?