• on Luglio 3, 2019

Premio Strega 2019. Simonelli (Amico della domenica): “Riscopriamo le nostre radici”

“M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati (Bompiani) con 312 voti, “Il rumore del mondo” di Benedetta Cibrario (Mondadori) con 203 voti, “Fedeltà” di Marco Missiroli (Einaudi) con 189 voti, “La straniera” di Claudia Durastanti (La nave di Teseo) con 162 voti, “Addio Fantasmi” di Nadia Terranova (Einaudi) con 159 voti: sono i cinque libri finalisti della LXXIII edizione del Premio Strega. Questo risultato comprende i voti dei 400 Amici della domenica, di 200 votanti all’estero selezionati da 20 Istituti italiani di cultura, di 40 lettori forti, selezionati da 20 librerie associate all’Ali (Associazione librai italiani), e di 20 voti collettivi di biblioteche, università e circoli di lettura (15 i circoli coordinati dalle Biblioteche di Roma). La seconda votazione, che designerà il vincitore della LXXIII edizione, si terrà giovedì 4 luglio, al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, e sarà trasmessa in diretta televisiva da Rai Tre. Parliamo del Premio con Saverio Simonelli, vicecaporedattore di Tv2000 e Amico della domenica da tre anni.

Lo Strega è nato nel 1947 per la rinascita culturale del Paese: può avere lo stesso valore oggi contro il decadimento culturale?

Sicuramente può essere un incentivo alla lettura: avere quella fascetta con la dicitura finalista o addirittura vincitore del Premio Strega anche per il pubblico di quelli che non vanno sempre in libreria o su Amazon a comprare è un incentivo in più. Il fatto che crei ancora un indotto di commenti, anche se a volte sono più pettegolezzi, resta un fatto positivo. Certamente, quando uno di questi scrittori ha una statura un po’ di intellettuale il fatto di aver vinto il Premio Strega può concedergli un audience maggiore presso un pubblico più ampio. Che lo Strega possa incidere e remare contro la marea montante dell’imbarbarimento del gusto e, soprattutto, delle parole e della vita pubblica è, invece, più difficile. Sulla capacità di incidere com’era nel secondo dopoguerra, dunque, sarei piuttosto scettico.

Sin dalla nascita il Premio è stato l’indice degli umori dell’ambiente culturale e dei gusti letterari degli italiani: oggi cosa registra?

Anche se ci sono state polemiche per l’esclusione della storia da una parte dell’esame di Stato, il fatto che negli ultimi anni ci siano sempre più romanzi in finale che affrontano un periodo della nostra storia è segno di un certo gusto del pubblico a

provare a riscoprire le proprie radici.

Direi che non è un indice di sovranismo, anche se si parla molto di politica e storia italiana dell’ultimo secolo, comunque è la testimonianza del fatto che c’è la volontà di radicarsi nel proprio passato dal punto di vista del lettore. Infatti, in cinquina non c’è solo il libro di Antonio Scurati che parla del tema del ventennio fascista con la figura di Mussolini che campeggia, ma ci sono anche due libri che trattano il rapporto con la famiglia di origine, il rapporto con la genitorialità, con i padri: quindi, è sempre uno scavare dentro se stessi, dentro la propria storia. C’è un po’ meno immaginazione, meno fantasia, più desiderio di approfondire la realtà di cosa abbiamo dentro, di cos’è il retaggio del nostro passato, del perché ora siamo così.

C’è meno interesse e ricerca di opere di pura invenzione?

Sì, perché molto spesso negli ultimi anni a volte si è preferito il gioco estetizzante, la ricerca di tecnicismi. Tutti abbiamo notato quanto si siano espansi i volumi. Oggi è molto difficile trovare un grande libro che sia sotto le 200/250 pagine, mentre un tempo si prediligeva la “brevitas”. L’esempio viene dagli Stati Uniti con il Premio Pulitzer 2019, “The Overstory” di Richard Powers, peraltro un libro stupendo, lungo più di 800 pagine. C’è meno voglia di inventare, meno fantasia: questa è rimasta un po’ in più nel settore della narrativa per ragazzi, il più attivo in Italia dal punto di vista editoriale. Nella cosiddetta “narrativa per adulti” – ma sono differenze ormai di scuola, molto lontane dalla realtà -, c’è da parte degli editori la ricerca della sicurezza, del non rischiare, del produrre un libro che possa avere un aggancio più diretto nei confronti del lettore, farlo scartare di meno, essere meno spiazzante, più rassicurante nel senso non deteriore del termine, dove ci si possa trovare un po’ a casa propria. Anche questo è la testimonianza del ritorno di storie, oltre che della storia.

Sulla cinquina finale cosa possiamo dire?

Era quella attesa, tranne che per l’ingresso abbastanza trionfale di Durastanti, che ha avuto molti voti: dei due candidati della Nave di Teseo, a sorpresa, è arrivata in finale escludendo Mauro Covacich, che è un autore più affermato e noto e si pensava potesse essere lui a entrare nella cinquina. Per il resto,

è una cinquina di storie, di padri, che guarda molto al passato

con l’eccezione del libro di Marco Missiroli, che è un’indagine sui sentimenti e sull’ambiguità che c’è nel rapporto tra i sessi.

Che cosa differenzia lo Strega da altri premi italiani e stranieri?

Lo Strega è un premio che ha una radice in una intellighenzia che si affacciava alla nuova vita dopo la fine della seconda guerra mondiale e ha mantenuto un po’ quest’atmosfera, in più ha raccolto negli anni, grazie all’opera di Giovanni Solimene, attuale presidente, e di Stefano Petrocchi, attuale direttore, un ricambio generazionale, ma resta un premio ancorato a lettori fortissimi, ci sono tantissimi docenti universitari, critici letterari di altissimo livello. Rispetto ad altri premi come il Campiello o il Bancarella

resta il premio “più colto”.

Grazie alla nuova dirigenza è riuscito a togliere quell’alone di “voglia di inciucio”, di cui si parlava moltissimo negli ultimi anni. È chiaro che gli editori fortissimi possono condizionare un pacchetto di voti di elettori.

In passato ci sono state molte polemiche…

Sì, è stato tentato anche l’espediente che nella cinquina debba entrare il libro di un editore piccolo o medio, non appartenente ai famosi gruppi editoriali italiani, che in realtà sono diventati due, ma è inevitabile che un accademico che pubblica annualmente il proprio saggio per un editore sia sensibile all’indicazione che viene da quell’editore. È anche vero che negli ultimi tempi ci sono tantissimi giornalisti e critici indipendenti, scevri da queste logiche che hanno prodotto qualche risultato che ha un po’ scardinato i blocchi abituali.

C’è stata una ventata di novità negli ultimi anni.

La serata al ninfeo di Valle Giulia è diventata anche un evento popolare, grazie alla diretta tv. Questo aiuta nella vendita dei premiati e, in generale, nella promozione del libro e della lettura?

Assolutamente sì. So anche di lettori non dico deboli, ma non abituatissimi a entrare in libreria, che quell’appuntamento non se lo perdono. È sicuramente un ottimo volano, in contrasto al vecchio detto di Groucho Marx: “Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro”.

Quali vincitori dello Strega le sono piaciuti di più?

Il più bel libro degli ultimi 10/15 anni del Premio Strega è sicuramente “Caos calmo” di Sandro Veronesi, che, con ampio distacco, sopravanza tutti gli altri. Altri due libri molto belli sono stati “La ferocia” di Nicola Lagioia e “Le otto montagne” di Paolo Cognetti.

Quali sono gli ingredienti perfetti non del liquore, ma del libro Strega?

Bisogna intercettare l’evoluzione del gusto editoriale, scimmiottare un po’ gli americani con degli incipit molto forti, saper avvincere il lettore con una buona tecnica, facendo capire che è giusto andare avanti perché ci sarà qualche sorpresa. Avere, quindi, un gusto dello storyboard, dell’impianto narrativo, una scrittura che non sia troppo letteraria, molto curata e molto elegante ma che eviti lo sperimentalismo. E, soprattutto, avere dietro di sé un buon editor, una casa editrice che ti aiuti molto anche dal punto di vista dei rapporti.

Possiamo azzardare una previsione del futuro vincitore del Premio Strega?

Sembra abbastanza scontato. Posso fare una previsione, che non vuol dire il mio voto: penso che il distacco sia talmente ampio tra il primo e gli altri e che, quindi, sia abbastanza favorito Scurati, per la terza volta in cinquina.

Quindi niente sorprese?

Molto dipende dal fatto che ci sono due libri Einaudi in cinquina: bisogna capire se prevarrà il gusto del singolo giurato o se l’editore cercherà di convogliare i voti su uno. Questo è nei giochi che sono al di sopra di noi poveri Amici della domenica dell’ultima infornata.