• on Settembre 10, 2022

Polonia. Ritrovate 17,5 tonnellate di resti umani in una foresta

Il recente ritrovamento di 17,5 tonnellate di resti umani in una foresta al centro della Polonia, nel fragore delle notizie dall’Ucraina in guerra, non ha suscitato molto clamore. Eppure, fra le ceneri di oltre 8 mila corpi bruciati nel 1944 dai nazisti per nascondere l’orrore del campo di concentramento KL Soldau, e seppelliti alla profondità di 3 metri in due fosse comuni lunghe 28 e 12 metri, ci potrebbero essere quelle del beato Antoni Julian Nowowiejski (1858-1941) arcivescovo titolare di Silio e vescovo di Płock beatificato da Giovanni Paolo II nel 1999, del suo ausiliario mons. Leon Wetmański, e di alcune decine di altri sacerdoti, religiosi e religiose fra cui la beata s. Mieczysława Kowalska clarissa del convento di Przasnysz.
Karol Nawrocki, presidente dell’Istituto della memoria nazionale polacco (Instytut Pamieci Narodowej – IPN) commentando la scoperta nella foresta Białuty vicino a Działdowo, a metà strada tra Varsavia e Danzica, ha affermato che tale scempio “è stato perpetrato affinché nessuno potesse essere chiamato a rispondere dei crimini dei nazisti tedeschi”, preannunciando dei successivi scavi in almeno sei luoghi diversi, già individuati, e che potrebbero contenere altri resti umani. Nawrocki ha anche assicurato che “IPN con determinazione continua le ricerche delle eroiche vittime della Seconda guerra mondiale in modo che nemmeno una di loro resti dimenticata”.
– Avevo quattro anni quando, insieme ai miei genitori e ai quattro fratelli, in questo campo nazista ho sperimentato delle violenze indicibili, la fame, e una paralizzante paura delle botte, così come delle esecuzioni sommarie dei detenuti, braccati dai cani, torturati e seviziati. Fui anche testimone del brutale pestaggio di uno dei prigionieri, mons. Antoni Julian Nowowiejski che mia madre definì allora “un santo in terra” – racconta l’85enne sig.ra Teresa Krowicka di Płock che è stata prigioniera del KL Soldau, e che di recente venne insignita da Papa Francesco della croce “Pro Ecclesia et Pontifice”.
Il 1° settembre del 1939 le truppe del Terzo Reich invasero il territorio della Polonia dando l’inizio alla Seconda guerra mondiale conclusasi solo nel 1945. Il conflitto, rievocato tristemente da molte delle immagini arrivate in questi mesi dall’Ucraina invasa dalla Russia, causò la morte di oltre 60 milioni di persone, di cui almeno 6 milioni di origine ebraica, il 3% dell’intera umanità di allora. Appena una quindicina di giorni dopo l’invasione nazista dall’ovest, il 17 settembre, la Polonia venne aggredita a est dall’Unione Sovietica, alleata con Hitler. Il patto dell’alleanza venne siglato nell’agosto del 1939 dai ministri degli esteri delle due potenze Joachim von Ribbentrop e Vjaceslav Moltov.
Il campo di concentramento KL Soldau (oggi Działdowo), dopo l’invasione tedesca, è stato fra i primi centri di detenzione e di lavoro forzato predisposti sul territorio polacco dall’invasore. I campi di concentramento e di sterminio tristemente noti con i nomi di Auschwitz-Birkenau, Kulmhof, Treblinka, Sobibór, Stutthof, Bełżec, Majdanek, Warschau e Gross-Rosen furono costruiti solo successivamente. Si stima che nelle baracche del campo KL Soldau furono detenuti decine di migliaia di prigionieri di cui almeno 30mila perirono. I tuguri dove alloggiavano i reclusi, separati tra uomini e donne, furono costruiti dagli stessi carcerati. Erano privi di brande o qualsiasi altro allestimento, e i prigionieri erano costretti a dormire direttamente per terra avendo come giaciglio non più di qualche sterpaglia. I reclusi del KL Soldau, nella maggior parte polacchi, appartenenti al clero e alle élite sociali nonché membri dell’Armata Nazionale (AK – Armia Krajowa, durante la Seconda guerra mondiale maggiore movimento di resistenza polacco di circa 400 mila membri), venivano sottoposti a torture e umiliati, ed erano costretti a lunghe giornate di lavoro oltre le possibilità umane. Spesso, se non in seguito a delle esecuzioni sommarie, morivano di stenti o a causa delle malattie che in quell’ambiente senza alcuna possibilità di cura dell’igiene si propagavano con estrema facilità.
Tra la metà del 1942 e il 1944 le autorità tedesche ordinarono la realizzazione dell’Operazione speciale 1005 (Sonderaktion 1005) nota anche come “Operazione disseppellimento”. L’obiettivo fu di nascondere le tracce degli omicidi di massa effettuati da SS e Gestapo nei lager e nei campi di sterminio mediante l’esumazione e la successiva cremazione dei corpi in grandi roghi. L’Operazione 1005 fu anche dettata dai problemi sanitari legati all’inefficienza nello smaltimento (con la successiva putrefazione) dei cadaveri sommariamente tumulati in grandi fosse comuni dopo le fucilazioni di massa o le uccisioni nelle camere a gas. Le ceneri delle vittime di KL Soldau furono sotterrate nel vicino bosco dei pini dove, col tempo, crebbero altri alberi nascondendo i luoghi di sepoltura.
Il campo KL Soldau venne liquidato dai tedeschi il 17 gennaio del 1945. I prigionieri furono costretti a formare una lunga colonna che nonostante la bufera di neve doveva procedere verso nord, verso il centro della Germania. Nel corso del cammino, nella località di Zawady, furono fucilati almeno 120 fra i sopravvissuti. Con l’approssimarsi della sconfitta definitiva dei nazisti, simili “marce della morte” furono organizzate in molti lager tedeschi esistenti sul territorio polacco.
Alla fine di gennaio del 1945, con l’arrivo dell’Armata rossa, KL Soldau fu trasformato sull’ordine del Commissariato per la sicurezza sovietico (NKVD) in un lager per prigionieri politici polacchi contrari all’occupazione del Paese dall’URSS, e che continuarono la lotta per la sovranità nazionale. Alla fine di quell’anno, il campo fu chiuso definitivamente, mentre i detenuti, prima sottoposti ad atroci torture, vennero giustiziati o trasferiti nei vari gulag della Siberia. Secondo le stime recenti nei campi di detenzione istituiti dai sovietici in Polonia furono detenuti circa 300 mila prigionieri di cui circa 25 mila perirono.