• on aprile 15, 2022

Pnrr: il governo approva il nuovo decreto legge

Oltre a una serie di misure per agevolare il raggiungimento dei 45 obiettivi previsti dal Pnrr nel primo semestre dell’anno, il nuovo decreto-legge varato dal Consiglio dei ministri contiene alcuni provvedimenti per la lotta all’evasione fiscale, autentico macigno che grava sul nostro sistema tributario, con una grave distorsione dei criteri di equità sociale e di leale concorrenza tra i produttori. Basti pensare che l’evasione annuale è stimata intorno ai 110 miliardi (ma calcolando tutte le forme di gettito si arriva a 125) e che dati recentissimi dell’Agenzia delle entrate hanno registrato 1100 miliardi di crediti non riscossi accumulati negli ultimi ventidue anni. Le stime inserite nella Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, pubblicate nel settembre scorso ma relative all’anno fiscale 2018, mostrano qualche segnale positivo, con un calo di 5 miliardi che sarebbe stato replicato anche nell’anno fiscale 2019. Merito soprattutto della fatturazione elettronica che ha inciso su una delle imposte più evase, l’Iva. Nel nuovo decreto si punta a ridurre l’area degli esoneri a questo tipo di fatturazione, estendendola alle partite Iva in regime forfettario, anche se in concreto continueranno a essere esclusi fino al 2024 i titolari con ricavi o compensi fino a 25 mila euro. Per incentivare i pagamenti tracciati vengono inoltre anticipate al 30 giugno prossimo le sanzioni per commercianti e professionisti che non accettano carte elettroniche. Il terzo elemento di questo aggiornamento della strategia antievasione intesa nel senso più ampio, comprensivo del contrasto al lavoro nero, è l’istituzione del Portale nazionale del sommerso (Pns). Gestito dall’Ispettorato nazionale del lavoro, consentirà di mettere insieme i risultati delle attività ispettive di Inps, Inail, guardia di finanza e carabinieri, sostituendo e integrando le diverse banche dati degli enti.
L’approvazione del decreto si è intrecciata con la diffusione delle statistiche sulle dichiarazioni dei redditi del 2020 dal parte del ministero dell’Economia. L’indagine ha confermato la divaricazione netta tra Nord e Sud, con il reddito medio complessivo più elevato in Lombardia (25.330 euro) e quello più basso in Calabria (15.630 euro). Sul piano nazionale, circa il 27% dei contribuenti si colloca nella fascia entro i 15 mila euro e versa il 4% dell’Irpef totale; il 70% si trova nella classe tra i 15 e i 70 mila euro e paga il 67% del totale delle imposte sui redditi; solo il 4% dei contribuenti dichiara più di 70 mila euro e contribuisce all’Irpef per il 29%. Dati che riguardano un anno molto particolare in quanto fortemente condizionato dalla pandemia. Ma uno studio pubblicato il mese scorso da un gruppo di economisti su lavoce.info segnala con preoccupazione come la progressività dell’imposizione fiscale – stabilita dalla Costituzione – sia andata di fatto riducendosi nel tempo. “Calcolando l’aliquota effettiva come il rapporto tra il totale dei prelievi, e la somma dei redditi da lavoro, capitale, pensioni e contributi sociali, le nostre stime – scrivono Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro – mostrano che il sistema fiscale italiano è solo blandamente progressivo, con aliquote che variano tra circa il 40 per cento del reddito individuale per le fasce più povere dell’intera popolazione adulta (includendo quindi incapienti, disoccupati e altri), con redditi fino a 25 mila euro annui, e poco oltre il 50 per cento per gli individui con redditi oltre i 65 mila euro. Tuttavia, il sistema diventa addirittura regressivo per il 5 per cento dei contribuenti più ricchi della distribuzione del reddito. Superati i 90mila euro, infatti, l’aliquota effettiva inizia a ridursi, scendendo fino al 36 per cento per il top 0,1 per cento, che guadagna redditi medi annui oltre il milione di euro”. Si tratta naturalmente di un contributo al dibattito, ma il tema che pone meriterebbe più attenzione all’interno di un confronto politico che invece sembra privilegiare altre istanze. Tanto più che la legge delega per la riforma fiscale, una delle quattro che devono accompagnare il Pnrr, offriva l’opportunità per un ripensamento complessivo del sistema. Sull’argomento trovare un punto di equilibrio nella maggioranza che sostiene il governo si è rivelato molto arduo, come peraltro era prevedibile, e l’esame del provvedimento nell’Aula della Camera è slittato al 2 maggio.