• on settembre 28, 2021

Pietà Baldini: un capolavoro di bellezza restituito al mondo

Vedere la “nuova” Pietà di Michelangelo salendo direttamente sul cantiere di restauro è un colpo al cuore. Di quelli belli, sani, che in un attimo sanno restituirti quelle emozioni che la pandemia e il Covid ci hanno fatto dimenticare. È terminato e visibile il restauro della Pietà Bandini conservata a Firenze nel Museo dell’Opera del Duomo. Un intervento che restituisce al mondo la bellezza di uno dei capolavori più intensi di Michelangelo, liberato dai depositi superficiali che ne alteravano la leggibilità dell’eccezionale plasticità e la cromia e che, come ha detto Andrea Pessina, soprintendente Abap per la Città metropolitana di Firenze e le Province di Pistoia e Prato “è fondamentale per consentire una piena lettura dell’ultimo grande capolavoro di Michelangelo e coglierne la sua travagliata storia”.

L’obiettivo del restauro è stato quello di raggiungere una lettura uniforme ed equilibrata dell’opera, riproponendo l’immagine della Pietà, scolpita in un unico blocco, come probabilmente pensata in origine da Michelangelo. Grazie alla scelta di realizzare un cantiere di restauro “aperto” i visitatori del Museo dell’Opera del Duomo hanno potuto vedere il restauro in corso d’opera. E in via eccezionale, per i prossimi 6 mesi, fino al 30 marzo 2022, l’Opera di Santa Maria del Fiore ha deciso di lasciare il cantiere per permettere al pubblico, con delle visite guidate, di vedere da vicino e in un modo unico e irripetibile, la Pietà restaurata.
Il restauro commissionato e diretto dall’Opera di Santa Maria del Fiore grazie alla donazione della Fondazione non profit Friends of Florence, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Abap per la Città Metropolitana di Firenze e le Province di Pistoia e Prato, è stato affidato alla restauratrice Paola Rosa, che ha maturato una trentennale esperienza su opere di grandi artisti del passato tra cui Michelangelo, con la collaborazione di Emanuela Peiretti, coadiuvate da un’equipe di professionisti interni ed esterni all’Opera.
Le quattro figure che compongono l’opera, tra le quali l’anziano Nicodemo a cui l’artista ha dato il suo volto, sono scolpite in un blocco di marmo, alto 2 metri e 25 centimetri, del peso di circa 2.700 kg. Le indagini diagnostiche hanno portato alla scoperta che si tratta di un marmo proveniente dalle cave di Seravezza (LU) e non di Carrara, come ritenuto fino ad oggi.
Il restauro conferma anche che l’opera fu realizzata con un marmo difettoso per la presenza di numerose microfratture, in particolare di una sulla base, che potrebbe aver “costretto” Michelangelo ad abbandonare la scultura.
Questo che si è appena concluso, può essere considerato il primo restauro della Pietà fiorentina, in quanto le fonti non riportano particolari interventi avvenuti in

passato, se non quello eseguito poco dopo la sua realizzazione da Tiberio Calcagni, scultore fiorentino vicino a Michelangelo, entro il 1565. Nell’arco di oltre 470 anni di vita, durante i numerosi passaggi di proprietà e le traumatiche vicende storiche, la Pietà è stata sottoposta a vari interventi di manutenzione che però non risultano documentati perché considerati semplici operazioni di routine.
“La fine dei lavori – ha spiegato Antonio Natali, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore e coordinatore scientifico del restauro insieme a Vincenzo Vaccaro – è sempre una vicenda molto struggente soprattutto davanti a un marmo come questo che rivela tutte le inquietudini e il tormento di un grande artista. Ma è un restauro struggente anche perché finalmente ci rivela tutte le varie fasi di lavorazione di questo marmo che va dall’appena sbozzato al quasi finito e ora si vedono bene. Prima c’era una stesura ambrata che aspirava, pur non riuscendoci, a uniformare tutta la superficie, ora si apprezza ed è palpitante davvero”.