• on ottobre 26, 2019

Perché Draghi ora ha bisogno di un’economia forte

Un Draghi più italiano sarà uno scudo protettivo per il Paese o poteva difendere meglio le aree economicamente deboli dalla poltrona di presidente della Banca centrale europea (Bce)? Ne discende una seconda questione – che sta agitando il mondo politico in queste ore – e riguarda un possibile futuro di Governo o istituzionale di quel MDraghi che campeggia, vicino alle stellette dell’Eurozona, in ognuna delle banconote che avete in tasca in questo momento. Poter giocare la carta tecnica Draghi è una super-opzione in caso di politica bloccata e gravi difficoltà economiche? Forse la tenuta di una nazione che è stata fra le potenze industriali non dovrebbe legarsi in modo rilevante all’impegno di un individuo molto influente. Dovrebbe essere perseguita indipendente dal disporre di una carta vincente.

Anche se la firma sulle banconote di nuova emissione sarà quella di Christine Lagarde, francese, già direttrice del Fondo monetario internazionale (Fmi), Mario Draghi non sparirà dal palcoscenico mondiale. Sarà protagonista ovunque.

L’ex presidente della Bce torna a essere l’italiano, nato a Roma il 3 settembre del 1947, che ben conosce la finanza e le sue correnti sotterranee; qualsiasi percorso vorrà intraprendere sarà una polizza di assicurazione contro il rischio default (insolvenza) Italia. Dal punto di vista dei risparmiatori e degli investitori, la terza vita professionale di Draghi è una garanzia per chi ha puntato sui titoli pubblici italiani. Per quelli che andranno a scadenza e per i nuovi che verranno emessi.

Per quello che ha fatto da presidente della Bce (abbondanza di liquidità per evitare crisi di sfiducia) e per quello che potrà fare ora mettendosi a disposizione del Paese, quel MDraghi diventa una firma implicita sui BTp, CCt, Bot, perpetui, denominati in euro o in dollari. Lo sanno bene anche i grandi investitori istituzionali che non sono preoccupati dal rischio di default Italia e cercano i risicati margini di rendimento da cedola o da rivalutazione.

Indipendentemente dal giudizio che si può dare del suo mandato alla Bce (risultati raggiunti e obiettivi falliti) la sua presenza è un argine preventivo alle ondate speculative che potrebbero scatenarsi su un debito pubblico pesante che la crisi economica non aiuta a ridimensionare.

Il Draghi di ritorno, meno legato agli obblighi collegiali della Banca Centrale europea, sarà in grado di captare segnali pericolosi così come sarà carta spendibile per tranquillizzare i mercati finanziari qualora ce ne fosse bisogno. Da ex direttore generale del Tesoro (dal 1991 al 2001), poi – dopo 4 anni in Goldmann Sachs a Londra – da Governatore della Banca d’Italia (dal 2005 al 2011) e da numero uno della Banca Centrale Europea (2011-2019) ha visto l’Italia con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Di area liberale, probabilmente non amato dai sovranisti, non in sintonia con gli accusatori delle banche che hanno ricordato le disattenzioni sulla crisi Mps, può dire la sua sui rischi di una gestione lassista dei soldi pubblici.

Immaginare un Draghi in politica appare impossibile, immaginarlo ai vertici istituzionali è un’accelerazione forte. La carta dei tecnici di Bankitalia è stata giocata più volte (Dini, Ciampi e qualche ministro) per colmare il vuoto politico, ora è meno praticabile.

La rete relazionale di Draghi è profonda, ha attraversato la storia di Banca d’Italia (dove lavorava il padre), i migliori ambienti economici (tesi di laurea con l’economista Federico Caffè), gli inavvicinabili circoli della finanza internazionali, leader politici e imprenditoriali. L’uomo è meticoloso, attento a muoversi limitando i contrasti che pure non sono mancati con i banchieri centrali del Nord Europa.

L’accusa che viene rivolta a Draghi è di avere inondato il Vecchio Continente di liquidità (cioè aver tenuto i tassi d’interesse molto bassi) senza riuscire a innestare la ripresa. Aver favorito gli indebitati, Paesi o imprese, senza aver ottenuto la trasformazione del denaro a basso costo in nuove attività e maggiori consumi; non aver innestato quell’inflazione “buona” – come viene chiamata in gergo – che è frutto di investimenti e nuovi ricavi delle imprese, aumento dell’occupazione e richieste di aumento dei salari, cui seguono i maggiori consumi e la crescita equilibrata dei prezzi. I tassi a zero – è l’accusa di alcune banche commerciali nordeuropee – hanno certo aiutato a rendere meno onerosi i mutui alle famiglie e hanno congelato il debito esistente. Non sono stati stimolo e hanno creato più contraccolpi del previsto. Le banche centrali – altra accusa alla sua gestione – sembrano aver esaurito le manovre straordinarie a disposizione e sono quindi meno credibili nell’imporre a suon di tassi le politiche monetarie. Aver dato denaro a basso costo ha ingenerato incertezza o pigrizia. Accuse che impongono al nuovo Draghi di dimostrare che l’economia può ripartire proprio per i tassi bassi, in Italia e altrove.