• on Ottobre 31, 2022

Per la terza volta Lula è presidente. Ma il Paese è spaccato

“Lulinha paz e amor” è uno dei soprannomi con cui è conosciuto Luis Inácio Lula da Silva, che a 77 anni torna alla presidenza del Brasile per un terzo mandato, dopo i due dal 2002 al 2010, avendo sconfitto di stretta misura il presidente uscente Jair Bolsonaro (50,9 per cento contro 49,1 per cento). La differenza è stata di circa due milioni di voti, rispetto ai sei che separavano i due contendenti dopo il primo turno, in quella che è stata la campagna elettorale più incerta e “cattiva” di sempre, costellata anche ieri da polemiche e alcuni episodi di violenza.

Di “pace e amore” ne serviranno tonnellate, per provare a riportare un po’ di calma in un Paese spaccato in due, nel quale la destra (non sempre e non necessariamente “bolsonarista”) ha messo più radici di quello che si pensava, come mostra anche l’esito delle elezioni per i governatori. E anche stavolta, per il ballottaggio, il dato di Bolsonaro è stato sottostimato dai sondaggi. Per un soffio, al presidente uscente non è riuscita la clamorosa rimonta. Lula dovrà pilotare il Paese con una coalizione variegata, con un Parlamento in cui la destra è maggioranza e avendo contro la maggior parte dei Governatori. Anche per un “seduttore nato”, come lui, sarà durissima.

Da Lula nel suo primo discorso, è arrivato un messaggio di unità, di “paz e amor”, appunto. “Non esistono due Brasile”, ha affermato. Bolsonaro, invece, non si è ancora pronunciato, e non si è congratulato con il suo rivale, preferendo “andare a dormire”. E non manca un po’ di inquietudine per quello che potrà succedere oggi, dopo le scene degli ultimi giorni (ha fatto il giro del mondo, per esempio, il video della deputata Carla Zambelli che insegue brandendo una pistola un simpatizzante di Lula, per le strade di San Paolo).

La strategia di dividere la Chiesa. La divisione ha toccato, in modo profondo, anche l’appartenenza religiosa e la stessa Chiesa cattolica. Non nasconde la sua preoccupazione per quanto avvenuto in campagna elettorale il vescovo che più di tutti, forse, in questi mesi ha riflettuto sulla situazione politica, coordinando il gruppo di il gruppo di analisi congiunturale della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile: dom Francisco Lima Soares, vescovo di Carolina (Maranhão). Il gruppo, formato da docenti ed esperti di varie discipline, ha elaborato due accurati studi sulle elezioni, uno durante la campagna elettorale e uno subito dopo il primo turno. E non ha esitato a parlare apertamente di “necropolitica”, di politica che “sfrutta” la morte. Il vescovo spiega ora al Sir: “Queste elezioni sono state caratterizzate da due fenomeni mai così evidenti e clamorosi, e tra loro collegati: l’uso dei social media per propagare fake-news e la strumentalizzazione della religione. È stata soprattutto l’estrema destra a tentare di spaccare la Chiesa, a piegare la devozione popolare verso la propria forza politica”. Il vescovo accenna alle decine di aggressioni, minacce, contestazioni aperte, che hanno dovuto subire in tutto il paese sacerdoti e anche non pochi vescovi e cardinali, come dom Odilo Scherer di San Paolo e dom Leonardo Steiner di Manaus. Spesso, per citare i fatti meno gravi, “singoli fedeli si alzano e apertamente contestano il sacerdote che sta parlando”. Non si tratta, spiega dom Lima, di giudicare un candidato o l’altro, ma di una propaganda oggettiva, fatta per strumentalizzare la religione, e di una strategia per dividere il Paese, anche geograficamente”.

Necessità di nuove vocazioni alla politica. Di fronte a questo, “la Chiesa, come ha fatto alla vigilia del voto il nostro presidente, dom Walmor Oliveira de Azevedo, insiste sull’unità. Se sarà confermata la vittoria di Lula, confidiamo che si possa procedere su questa strada”. Per la Chiesa “resta una grande sfida, va affrontata questa crisi etica, questo clima da guerra santa, e per questo è fondamentale suscitare tra i cattolici nuove vocazioni politiche, servono nuovi leader”.

Condivide la preoccupazione Francisco Borba, sociologo e docente alla Pontificia università cattolica di San Paolo, per la quale coordina il nucleo Fede e cultura, in collaborazione con l’arcidiocesi: “Bolsonaro nelle ultime settimane ha alzato i toni della campagna elettorale, ed è sembrato quasi in grado di rimontare. Uno degli elementi cardine di questa strategia è stata la campagna contro l’unità della Chiesa, con il rischio concreto di spaccare la Chiesa stessa, internamente. In questo momento, per i cittadini militanti, prima viene il capo-partito, e poi il Papa, i vescovi, i sacerdoti, in un clima di grande faziosità. Esiste una forte connotazione ideologica anche nel Pt, il partito di Lula, pensiamo alla mancata condanna del regime del Nicaragua. Ora, il punto di domanda è: chi educa, nella Chiesa, alla vita politica? Come riuscire a farlo?”.

La seconda constatazione offerta da Borba riguarda gli equilibri politici: “Il Paese è spaccato, ci sono anche molti cittadini confusi. I veri vincitori rischiano di essere i lobbisti”.

Ritrovato ruolo internazionale. Su un fronte, tuttavia, il ritorno di Lula appare importante, quello degli equilibri geopolitici e continentali. Ne è convinto Alfredo Luis Somoza, giornalista e analista di politica internazionale, docente all’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), che spiega al Sir: “Bolsonaro, in questi anni, si è limitato a flirtare con Trump e a mantenere i rapporti con la Russia di Putin. Nei decenni scorsi, con il primo Lula, il Brasile era stato il pilastro dell’integrazione del Continente, di organismi come Mercosur e Unasur. Negli ultimi quattro anni è scomparso dalla scena. Ma l’America Latina ha bisogno del Brasile! Non dimentichiamo, poi, che il Paese era stato protagonista della politica globale, con la creazione dei Paesi Brics, aveva anche avviato una politica verso l’Africa, soprattutto verso il Paesi di lingua portoghese, e con il Medio Oriente”. Contrariamente al parere di altri analisti, per Somoza, “Bolsonaro non ha inciso in profondità, se non per aspetti quasi delinquenziali, dalla gestione della pandemia a quella degli incendi in Amazzonia”. Ci sono, quindi le premesse per un ritorno del Brasile al posto che gli spetta”.

L’altro fattore continentale di notevole importanza è che, con la vittoria di Lula, quasi tutto il Sudamerica torna a essere guidato dalla sinistra, come una decina di anni fa. “Il ritorno di Lula potrebbe dare stabilità ai due nomi davvero nuovi del Continente, Boric in Cile e Petro in Colombia. Bisogna anche dire, però, che le situazioni sono molto diverse tra Paese e Paese. Ciò accadeva anche dieci anni fa, ma c’era un ‘collante’ che ora non vedo, c’era un’aspirazione comune a integrare la politica sudamericana, con un processo simile a quello europeo. Oggi non c’è un’agenda comune, e la sinistra deve affrontare non più un centrodestra liberale, ma una destra radicale”.

(*) giornalista de “La vita del popolo”