• on luglio 23, 2020

Pastorale, è tempo di esperienze nuove

Stanno suscitando un certo interesse alcuni aspetti del documento, uscito proprio in questi giorni, della Congregazione per il clero, l’organismo pontificio che si occupa della vita dei preti e dei diaconi e della formazione dei seminari, presieduto dal card. Beniamino Stella, nostro conterraneo. Tale interesse è già di per sé una notizia, perché molto spesso questo genere di pubblicazioni passa sotto silenzio e non provoca alcuna reazione nell’opinione pubblica. Il titolo dell’Istruzione – questo il termine tecnico in “ecclesialese” – è piuttosto lungo: “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”. I punti focali del documento vertono sulla parrocchia, sulla missione e sulla necessità di convertire la pastorale, vale a dire rinnovarla, trasformarla, adeguarla alle esigenze attuali. È proprio questo il dato “macroscopico” che si coglie immediatamente da una lettura spassionata dell’Istruzione: un forte invito al cambiamento e alla riforma. Diciamo subito che il documento non introduce nulla di nuovo: anche quanto i mezzi di comunicazione hanno rilanciato quasi si trattasse di una “rivoluzione”, in realtà si tratta semplicemente di possibilità già espresse in passato da altri documenti magisteriali che l’Istruzione ha ribadito e messo in ordine, precisandone – se vogliamo – la terminologia, in una forma più corretta e adeguata. Mi riferisco, ad esempio, al ruolo dei diaconi, dei consacrati (e consacrate) e dei laici, che – a determinate condizioni, come ad esempio la mancanza di sacerdoti – possono assumere, coordinati e guidati da un altro presbitero, il compito della conduzione pastorale di una parrocchia: cose del genere, in missione, avvengono già da tempo e, in alcuni casi, avvengono già e potranno avvenire con più frequenza anche nelle diocesi italiane. Che dire poi delle “tariffe su messe e sacramenti”? Da sempre, sin dagli anni del seminario, si insegna ai giovani che si preparano a diventare preti che quella per la messa è un’offerta per il sostentamento del sacerdote ma che – in quanto offerta – è libera e non obbligatoria.
E lo stesso vale per le offerte in occasioni della celebrazione dei sacramenti, che sono appunto “libere” e hanno lo scopo di sostenere le attività della parrocchia. Sta all’intelligenza e al cuore dei fedeli comprendere l’utilità e l’urgenza di tali offerte. Come detto, l’aspetto più importante e significativo dell’Istruzione, al di là delle modalità concrete che vengono prospettate nella seconda parte del documento (i capitoli da 7 a 11), sta nel perentorio invito a cambiare: deve cambiare, innanzi tutto, la parrocchia e, insieme, la sua azione pastorale. Che questo invito venga dalla Congregazione per il clero e che sia ribadito alla luce del Diritto canonico, che è una fonte privilegiata cui l’Istruzione si ispira, rivela che tale cambiamento davvero non è più prorogabile! La parrocchia e la sua azione pastorale devono ormai cambiare – dice il documento – perché il mondo cambia rapidamente e, se la Chiesa vuole annunciare anche all’uomo di oggi il vangelo di Cristo, essa deve trovare modalità nuove e più adeguate per farlo, senza chiudersi nostalgicamente in modelli obsoleti e immobilisti. Tra le varie trasformazioni che il documento auspica per la parrocchia, riveste un particolare valore il riferimento al “territorio esistenziale”: la parrocchia è stata per secoli delimitata da confini di carattere geografico, ora è chiamata a diventare un “luogo esistenziale” di fraternità, di prossimità, di relazioni interpersonali che possono travalicare gli angusti confini spaziali. Il documento inoltre intravede delle analogie tra la parrocchia e il “santuario”, quale luogo aperto a tutti e meta desiderata della ricerca spirituale dell’uomo d’oggi. L’Istruzione afferma pure che sono necessari “un cambiamento di mentalità e un rinnovamento interiore, soprattutto di quanti sono chiamati alla responsabilità della guida pastorale”: ogni trasformazione strutturale della parrocchia (e della Chiesa) potrà avere successo solo se preceduta e accompagnata da un modo nuovo di pensare e di vedere le cose. Facile a dirsi, certo, più difficile a farsi. Cosa vuol dire “cambiare mentalità”? Forse significa semplicemente darsi la possibilità (e il diritto) di sperimentare esperienze nuove, sul campo concreto della pastorale delle nostre comunità parrocchiali. Farlo certamente con gradualità, con flessibilità, con intelligenza. Tuttavia è urgente mettersi alla prova, anche partendo da esperienze semplici. In ogni caso provare, cercare, confrontarsi, coinvolgere… Restare fermi e ripetere (stancamente) quanto si è già fatto non è affatto la strada giusta: nemmeno per l’Istruzione della Congregazione del clero.​

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)