• on ottobre 8, 2021

Parlamento Ue, maquillage istituzionale. “Il Covid ci ha aperto gli occhi”

Parole d’ordine: cambiare, snellire, vivacizzare, rendere più efficace. Nei corridoi dell’Europarlamento tira aria di riforma: piccola riforma, più che altro “interna” all’Assemblea Ue e ai suoi organismi, eppure resa necessaria (o almeno accelerata) dalla pandemia. L’istituzione eletta ogni lustro dai cittadini dell’Unione europea ha accresciuto i suoi compiti e poteri negli ultimi anni, in campo legislativo, di bilancio, di controllo democratico. Ma resta pur sempre un parlamento “zoppo”, non disponendo del potere di iniziativa legislativa (che i Trattati assegnano alla Commissione) e dovendo trattare, in posizione debole, le cifre del budget comunitario con il potente Consiglio Ue, dove siedono i rappresentanti dei 27 Stati membri, sempre poco propensi ad allargare i cordoni della borsa.

Il gap cittadini-palazzo. Nei palazzi parlamentari (sede ufficiale a Strasburgo, sede di lavoro Bruxelles, segreteria a Lussemburgo) ci si rende anche conto che permane una notevole distanza tra cittadini e istituzione: gli europei faticano a ritenere l’Assemblea come la loro “casa”, benché ogni sondaggio d’opinione condotto da Eurobarometro assegni al Parlamento europeo una dose di fiducia in genere superiore a quella riservata alle istituzioni nazionali. C’è, non di meno, la questione del funzionamento della “macchina parlamentare”: plenaria, commissioni, gruppi politici, Conferenza dei presidenti, bureau, questori… Funzionamento che nei mesi più acuti della pandemia è stato in parte garantito dal lavoro a distanza, cui sarà difficile ora rinunciare. Perché, come noto, i deputati arrivano da 27 Stati diversi, lontani anche parecchie ore di viaggio dalle sedi istituzionali.

Cinque gruppi di lavoro. Insomma, da tempo si invoca una “riforma” e in tal senso hanno operato, su impulso del presidente David Sassoli, cinque gruppi di lavoro. La sessione plenaria del 4-7 ottobre doveva già segnare una prima “svolta”, ma il tutto sembra rimandato almeno alla seconda plenaria di ottobre (18-21) che dovrebbe tra l’altro segnare lo stop alla forma “ibrida”, con alcuni deputati in presenza nell’emiciclo e altri che dibattono e votano dal proprio domicilio. È tempo – sostengono in molti – di tornare tutti in presenza.
Dibattiti più snelli in emiciclo. Una prima mini-riforma potrebbe riguardare i lavori della plenaria, con dibattiti più snelli e confronti serrati, sui temi-chiave, con i rappresentanti della Commissione. I gruppi parlamentari (ossia i partiti che siedono in emiciclo) hanno presentato qualche proposta di modifica, alcune più gettonate, altre contrastate: ad esempio, si vorrebbero collocare i dibattiti politici maggiormente rilevanti il martedì e mercoledì mattina della plenaria a Strasburgo e il voto sui testi legislativi il giovedì mattina; oppure si tratterebbe  di rivedere i tempi di parola in emiciclo; ma questi sono elementi tutti interni ai ritmi dell’aula, che non toccherebbero l’interesse dei cittadini.

La Conferenza dei presidenti dei gruppi dovrebbe assumere delle decisioni a novembre, ma non è ancora chiaro in quale direzione si procederà, se occorrerà rivedere il regolamento del Parlamento o addirittura se si arriverà a progetti tali da rendere necessaria una revisione dei Trattati (ipotesi contrastata dai più e che potrebbe avere poche chances di andare in porto).

Telelavoro, “potere d’inchiesta”. Sul telelavoro degli euroeletti emergono posizioni differenti: i Verdi sembrano i più convinti della sua bontà ed efficacia, meno propensi appaiono altri partiti. Circolano ulteriori proposte volte a ottenere – finalmente – il potere di iniziativa legislativa oppure sulle mozioni di censura a singoli Commissari: inutile dire che i gruppi politici si collocano su versanti differenti. Uguali divisioni appaiono sul tema del “potere d’inchiesta” (scettici Popolari e sovranisti) da parte del Parlamento europeo, come accade nei parlamenti nazionali. Per queste ragioni la stessa Conferenza dei presidenti ha assegnato ai servizi giuridici interni il compito di riassumere tutte le idee finora emerse, così che si possa giungere a qualche risultato in tempi accettabili.

Comunicazione e “diplomazia”. Altri temi affrontati riguardano i lavori dell’ufficio stampa e dei social media istituzionali (comunicazione “troppo” ufficiale?), la cosiddetta “diplomazia parlamentare” (politica estera; missioni parlamentari…), la riforma del registro delle lobby accreditate. Cosa potrà effettivamente cambiare fra Strasburgo e Bruxelles non è ancora chiaro: ma il fatto stesso che emergano interrogativi e tentativi di innovare la democrazia parlamentare Ue sembra un segnale da non sottovalutare in chiave di contrasto ai populismi e ai nazionalismi che attraversano il vecchio continente.

“Il Covid ci ha aperto gli occhi”. “Il nostro obiettivo è rafforzare la centralità del Parlamento nel contesto istituzionale e nel rapporto coi cittadini”. Lo ha affermato David Sassoli a proposito del processo in corso per rivedere le modalità di lavoro dell’Assemblea comunitaria. “Il Covid ci ha aperto gli occhi e ha cambiato il nostro modo di lavorare come Parlamento”. “Abbiamo esaminato nel dettaglio le proposte di riforma dei metodi di lavoro delle sessioni plenarie, di potenziamento delle prerogative legislative e di controllo del Parlamento, di rafforzamento del ruolo della diplomazia parlamentare, di rilancio della comunicazione istituzionale rivolta ai cittadini. Il ritorno a un esercizio dell’attività parlamentare in presenza e la possibilità di un utilizzo selettivo delle nuove modalità di lavoro in remoto, utilizzate nel corso della pandemia, sono state questioni al centro delle discussioni.

Cambiamenti in via sperimentale. È stato lo stesso Sassoli a confermare che i presidenti dei gruppi parlamentari “hanno deciso che già dalle prossime plenarie il Parlamento europeo attuerà in via sperimentale il ritorno in presenza con  alcune proposte di modifica dei lavori, come l’introduzione di un numero limitato di dibattiti chiave in prime time, uno slot dedicato e selettivo per i dibattiti di politica estera in presenza dell’Alto rappresentante, l’utilizzo del catch the eye e della carta blu nei dibattiti con la Commissione e il Consiglio, la possibilità per i deputati di parlare dal podio centrale e di sedere nelle prime file nel corso dei dibattiti che li riguardano”. Il presidente ha aggiunto: “tutti i gruppi hanno espresso un grande apprezzamento per il lavoro svolto dai focus group e la volontà di procedere velocemente sul cammino delle riforme necessarie”.