• on marzo 8, 2021

Papa in Iraq. Leader sciita Sayyed Jawad Al-Khoei (Najaf): “Presto ci recheremo in Vaticano. Il dialogo deve continuare”

L’incontro tra Papa Francesco e il Grande Ayatollah al-Sistani è stato preparato da “molti anni di scambi tra Najaf e Vaticano”. E se al momento, all’orizzonte, non c’è la firma o la redazione di un documento comune, c’è però una promessa: “Presto ci recheremo in Vaticano per assicurarci che questo dialogo continui, si sviluppi e non si fermi qui”. A parlare è Sayyed Jawad Mohammed Taqi Al-Khoei, segretario generale dell’Istituto Al-Khoei di Najaf. È uno degli esponenti di spicco del mondo sciita iracheno: nato nel dicembre del 1980 a Najaf, fa parte della famiglia dell’ayatollah Imam Sayyed Abul-Qasim Al-Khoei. E’ co-fondatore del Consiglio iracheno per il dialogo interreligioso e dirige l’Istituto Al-Khoei che fa parte dell’Hawza di Najaf, un seminario religioso fondato 1.000 anni fa per gli studiosi musulmani sciiti che combina gli studi islamici classici, con particolare attenzione alla giurisprudenza, al dialogo interreligioso e a progetti di pace. Abbiamo chiesto a lui un bilancio ed una prospettiva alla storica visita di Papa Francesco in Iraq.

Ci può dire, dal vostro punto di vista, il significato dell’incontro di papa Francesco con il Grande Ayatollah al-Sistani?

Sebbene questo sia il primo incontro nella storia tra il capo dell’establishment islamico sciita e il capo della Chiesa cattolica, questa visita è il frutto di molti anni di scambi tra Najaf e Vaticano e rafforzerà senza dubbio le nostre relazioni interreligiose. È stato un momento storico anche per l’Iraq.

Un comunicato del vostro ufficio ha detto che il Papa e il Grande Ayotollah hanno affrontato le sfide più importanti che l’umanità sta affrontando. Cosa sta a cuore oggi ad Al-Sistani? Come considera la collaborazione tra persone di fedi diverse?

L’Ayatollah Sistani crede che i leader religiosi debbano fare di più per promuovere la coesione sociale nelle società di tutto il mondo e rifiutare il linguaggio della guerra. Lavorando insieme a persone di fedi diverse, inviamo, come capi religiosi,  anche un messaggio forte alle nostre comunità sull’importanza della tolleranza e del dialogo.

Come possono andare avanti ora i rapporti tra il Papa e il Grande Ayatollah, e tra Najaf e il Vaticano?

Dobbiamo continuare a rafforzare le nostre relazioni come istituzioni e individui. Presto ci recheremo in Vaticano per assicurarci che questo dialogo continui, si sviluppi e non si fermi qui. Il mondo deve affrontare sfide comuni e queste sfide non possono essere risolte da nessuno Stato, istituzione o persona, da soli, senza il coordinamento e la collaborazione di tutti e in tutto il mondo.

Lei ritiene possibile arrivare a un documento comune, come il testo firmato due anni fa ad Abu Dhabi?

Non credo che ci potrà essere la firma di alcun documento, ma il messaggio dell’Ayatollah Sistani è molto in linea con lo spirito e l’etica della fraternità umana che è al centro di questa iniziativa interreligiosa.

Quale messaggio lascia Papa Francesco alla terra irachena e all’intera regione del Medio Oriente?

Se qualche anno fa avessi detto a qualcuno che il Papa avrebbe visitato l’Iraq e sarebbe andato in sei città diverse dal Nord al Sud del Paese, mi avrebbero deriso. La sua visita è stata importante per tutti noi, non solo per i cristiani. Il messaggio che Papa Francesco lascia all’Iraq è l’importanza di continuare a lavorare insieme, mano nella mano, per respingere la violenza e l’odio e abbracciarci come esseri umani.