• on marzo 4, 2021

Papa Francesco nel mondo sciita. Mons. Coda (Sophia): “Una strategia di pace che non scarta nessuno”

Il primo viaggio di un Papa in Iraq e il primo in un Paese a maggioranza sciita. Si tratta di una tappa importante perché “apre un canale di dialogo con la seconda confessione per quantità e anche per respiro mondiale presente nel mondo islamico dopo la più grande componente sunnita, di cui è espressione qualificata l’autorità morale dell’imam al-Tayyeb dell’università al-Azhar del Cairo”. Mons. Piero Coda, coordinatore del Dipartimento di Teologia, Filosofia e Scienze Umane dell’Istituto universitario Sophia di Loppiano, membro della Commissione Teologica Internazionale, spiega le ragioni che spingono Papa Francesco ad aprire questa pagina nuova di dialogo con l’islam. Nel 2016 a Loppiano ha preso avvio un progetto di dialogo tra giovani studenti cristiani e musulmani della corrente sciita, pilotato da Coda e dal dott. Muhammad Shomali del Risalat Institut di Qom, che gli stessi protagonisti hanno voluto chiamare “Wings of Unity”. “L’islam sciita – spiega il teologo – getta le sue radici nell’identità più originaria dell’Islam ed ha come punto di riferimento la città di Najaf dove è sepolto Alì, considerato dalla tradizione sciita il primo imam e colui che ha preservato fedelmente l’eredità del Profeta. La visita di Papa Francesco alla città di Najaf e l’incontro previsto con il Grande Ayatollah al-Sistani costituiscono certamente l’inizio di un altro ponte di dialogo privilegiato con il mondo islamico”.

Non è facile aggirarsi in questi mondi grandi per dimensioni geografiche ma anche molto divisi al loro interno. Aprendo queste porte, quale strategia persegue Papa Francesco?

Segue una ispirazione precisa che getta le sue radici nel Vaticano II e che ha registrato un evento particolarmente significativo nel 1986 col grande incontro di preghiera delle religioni per la pace ad Assisi voluto da Giovanni Paolo II. Stiamo ora entrando in una fase nuova che implica un rapporto di riconoscimento reciproco e di collaborazione concreta nella logica della fraternità, della giustizia e della pace. Il papa segue una ispirazione che ha due qualità principali: la prima è la strategia della pace attraverso l’apertura gratuita e disarmata verso tutti. È la strategia di San Francesco nel suo incontro con il sultano in Terra Santa, che non ha di mira un tornaconto immediato, ma la testimonianza costruttiva del messaggio di fraternità che viene dal Vangelo. La seconda qualità è che questa strategia non scarta nessuno, apre tutte le porte, va incontro a tutti e quindi invita ad una riconciliazione anche tra le diverse anime che in questo caso attraversano il mondo islamico. È vero che anche all’interno del mondo sciita ci sono sensibilità diverse. Se però tutte sono raggiunte dal messaggio di pace del Papa, tutte possono concretamente aprirsi a scenari di incontro e di costruzione di un mondo plasmato dalla fraternità universale.

Questo viaggio si svolge nel cuore del Medio Oriente e in una terra bagnata dal sangue. Quanto Francesco e i suoi incontri con i grandi leader religiosi possono influire nello scenario geopolitico della Regione?

Sono un segnale forte che dice a chiare lettere che la speranza e l’impegno per la fraternità e la pace sono l’unica strategia vincente. È dal basso, dalla coscienza dei popoli, che deve nascere un moto spirituale in grado di ricostruire il tessuto di società che sono state martoriate dalla guerra e dall’odio. Credo anche che i gesti di dialogo e incontro messi in atto dal Papa possano essere un monito chiaro per chi gestisce i destini delle Nazioni affinché ci si renda conto che non è più possibile, è antistorico oltrechè disumano, cedere o addirittura promuovere la logica della guerra e dell’inimicizia, in fondo dettata da interessi di potere e di egemonia economica. Un monito a mettere da parte le armi, dunque, e ad armarsi di strumenti effettivi e lungimiranti di pace, di giustizia, di fraternità. È una vera e propria conversione quella a cui il Papa invita con il linguaggio di fraternità e prossimità che si fa parola nel suo viaggio. 

In questo contesto geopolitico, quanto sarà importante l’incontro delle religioni a Ur?

Ur dei Caldei è ricordata nel primo Libro della Bibbia come la terra d’origine di Abramo, da cui egli esce per andare nella terra di Canaan. Abramo si avventura in questo esodo perché ascolta la voce di Dio, puntando tutta la sua speranza e il suo impegno su quanto Dio gli promette: “si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”. L’Iraq è patria di civiltà e Abramo è riconosciuto come padre nella fede dalle religioni che vengono appunto chiamate abramitiche: ebraismo, cristianesimo e islam. Tre fedi che riconoscono la loro prima radice nella fede di Abramo, quella di un’umanità che ascolta la voce di Dio e si mette in cammino.

Quindi, quale significato ha oggi ricordare a Ur la figura di Abramo?

Dio chiama ad uscire, e promette la nascita di un popolo segno e strumento di pace per tutti. Come alle origini della nostra storia, così anche oggi abbiamo bisogno di uomini e donne che sappiano ascoltare la voce di Dio che parla alla loro coscienza anche attraverso le tradizioni spirituali e religiose che vivono, e li invita a diventare costruttori di pace. Risalire all’indietro il corso della storia, andando a Ur, è un gesto profetico che guarda avanti e dice all’umanità di oggi: mettiamoci in ascolto insieme della chiamata di Dio alla fraternità e alla pace.