• on agosto 31, 2020

Padre Rupnik: due nuove opere d’arte per la chiesa di Corviale

Padre Marko Rupnik, con il Centro Aletti, torna a Corviale, a Roma, per completare con l’Ultima Cena e la Pentecoste, il lavoro iniziato nella chiesa di San Paolo della Croce con la grande Crocifissione.

Quello che più colpisce nelle pitture del teologo e artista gesuita, sono i colori, che vanno dal bianco al rosso, scelti da Rupnik perché rappresentano i colori più profondi della coscienza e dell’esistenza umana:

“Quando noi siamo nella prima gravidanza l’unica luce che fisicamente riusciamo a percepire, con i nervi che si stanno sviluppando, ha un colore giallo ocra, rossiccio, arancione, perché è il colore del tessuto della madre e nell’esistenza della nostra seconda gravidanza, la vita terrena prima della nascita definitiva, nella rinascita battesimale abbiamo un presentimento dei colori della luce; fino al Rinascimento la Chiesa dipingeva la Gerusalemme Celeste e tutti i grandi eventi della storia della Salvezza, con queste tonalità, perché è proprio l’anticipazione di quello stato definitivo dell’uomo che è in qualche modo già messo come embrione nella prima gravidanza. È molto bello stare dentro questi colori della prima e definitiva nascita. Ci accompagna questo sguardo perché Dio è fedele ai suoi inizi, tutta la Bibbia dimostra che Dio è fedele alla prima cosa che ha detto. L’uomo scorda, fa quello che vuole, ma alla fine Dio torna su quello che ha messo all’inizio nel cuore dell’uomo”.

I tratti dei suoi disegni richiamano alla semplicità stilistica del primo millennio dell’età cristiana, a sottolineare l’aspetto liturgico dell’arte sacra:

(Foto SIR/Mauro Monti)

“L’arte nella chiesa – sottolinea Rupnik – non può essere di altra “natura” se non liturgica; la chiesa come edificio, fino al barocco, era immagine del popolo di Dio, del corpo di Cristo, perché le pareti registravano ciò che succedeva nella liturgia, e nella liturgia nessuna cosa è compiuta: il pane è compiuto solo quando diventa il corpo di Cristo, l’olio è compiuto quando diventa unzione della santificazione e si compie quando ci ascrive, quando ci mette nella radici della Gerusalemme Celeste; il nostro compito nella liturgia è l’apertura, l’invocazione e poi l’accoglienza; la più grande attività che l’uomo è capace di fare è l’accoglienza, ma è anche la più difficile e per questo tutti si rifiutano di accogliere. Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine, l’unico contenuto della vita umana è Dio e infatti Cristo è questo: l’umanità che si unisce definitivamente alla divinità, accogliendo. L’umanità in Cristo accoglie la divinità perché è la divinità che accoglie l’umanità. Allora noi siamo in un atteggiamento di accoglienza, e l’azione di Dio porta a compimento la nostra vera esistenza: il pane diventa corpo di Cristo, il vino diventa sangue e allora l’arte non deve avere un linguaggio che occupa l’occhio con la superficie compiuta perché questo vuol dire chiudere e non reagire più. Noi non abbiamo la visione della perfezione, ce l’ha solo Cristo il divino-umano; la nostra offerta è un abbozzo, la discesa dello Spirito Santo lo trasforma in opera d’arte, in un capolavoro; allo stesso modo la nostra arte è un abbozzo, è l’essenziale perché è un rispetto rigoroso e onesto della realtà, del Creato; noi non possiamo violare niente di ciò che c’è, dobbiamo rispettare tutto e accogliere tutto ma per vedere queste cose secondo lo stato definitivo di questa realtà, dobbiamo guardarli nel corpo di Cristo e allora la nostra arte cerca di far vedere come dall’abbozzo tutto è predisposto per l’opera di Dio”.

Assistere alla creazione di un’opera d’arte del Centro Aletti, guidato da padre Rupnik, è come immergersi nell’atmosfera della bottega di un grande pittore del passato, con gli allievi che osservano, ascoltano e mettono in pratica gli insegnamenti e le indicazioni del maestro.

(Foto SIR/Mauro Monti)

L’ambiente che si respira è quello di una famiglia dove regna l’armonia e l’unione, con la preghiera e il canto ad accompagnare la realizzazione dell’opera d’arte.

(Foto SIR/Mauro Monti)

A sinistra del presbiterio c’è ora l’Ultima cena, che padre Rupnik descrive così:

“L’ultima cena è una realtà molto complessa teologicamente, noi abbiamo messo in rilievo il racconto di Giovanni, dove Cristo si veste liturgicamente con il grembiule, cioè c’è una dimensione della liturgia che è veramente la mensa del fratello, cioè il servizio. La liturgia è un’azione che Dio svolge su di noi, noi l’accogliamo in grande apertura e aderiamo a questa azione che ci redime e ci trasfigura. L’effetto della liturgia si vede nella liturgia dopo la liturgia, cioè dopo la liturgia il cristiano con il suo vissuto, con la sua umanità comincia a trasmettere ciò che ha accolto come azione di Dio su sé stesso. Ci siamo permessi un’altra sottolineatura: non abbiamo dipinto nessuna mano degli apostoli, vediamo solo la mano di Pietro che si stupisce e chiede a Gesù di lavargli anche la testa (Gv 13, 9), e le mani di Giuda che in qualche modo è come se fosse arrestato da ciò che tiene nelle mani; abbiamo nascosto tutte le altre mani proprio per far vedere che prima noi accogliamo ciò che Dio fa in noi e su di noi; la liturgia, la vita cristiana non parte dal cristiano ma dalla redenzione che accoglie cioè da Cristo, dallo Spirito Santo che lo comunica, questo mi sembra importantissimo, questa assenza delle mani; e poi ci siamo permessi di proporre un piccolo scherzetto, che non svelerò”.

(Foto SIR/Mauro Monti)

Nella rappresentazione spiccano alcuni elementi decorativi che esulano dal contesto liturgico ma sono allo stesso modo importanti:

“Tutta l’arte liturgica – spiega Rupnik – è composta da due elementi: dalla figurazione che è il racconto del dogma, del contenuto della fede, e da una parte che possiamo chiamare decorativa, non nel senso di vuoto, falso, cosmetico, ma con forme, linee, colori, movimenti, che attirano l’occhio e attraverso l’occhio fanno penetrare nell’uomo un certo benessere, un effetto di bellezza che pacifica dentro, che ti fa sentire a casa, a tuo agio; questi elementi sono molto importanti ed estremamente difficili da realizzare perché bisogna riuscire a trovare un grande equilibrio; una persona ti può dare la miglior cosa del mondo, ti può dire la più bella parola del mondo, ma se tu stai male dentro, non te ne accorgi, non la apprezzi, non la vedi, e così anche nella liturgia: sta succedendo una cosa grossa ma se tu dentro sei spezzato e stai male e non c’è niente nello spazio che ti può far calare nel cuore un po’ di pace, un po’ di gioia, di serenità, allora le cose ti passano sopra la testa e non le vedi neanche. Perciò questi elementi sono fatti con questo scopo: aiutano attraverso l’occhio a cogliere ciò che classicamente chiamiamo armonia, una situazione in cui non c’è conflittualità; ci deve essere una giusta tensione: se è troppo forte è uno strappo, poco è una monotonia”.

La seconda opera ultimata dal Centro Aletti, a destra del presbiterio e della grande crocifissione, è la Pentecoste:

(Foto SIR/Mauro Monti)

“La Pentecoste – sottolinea Rupnik – è fondamentale nel disegno cristiano perché il dono di Dio Padre nel suo Figlio all’umanità non viene compreso e accolto se non nello Spirito Santo che è il Signore della comunione, il Signore che ci dà questa vita di Dio che è capace di accogliere e comprendere attraverso l’amore, attraverso la relazione, altrimenti la Pasqua di Cristo sarebbe un fallimento; è lo Spirito Santo che ci apre come trionfo, come la vittoria di Dio sul male, come il Messia non onnipotente nel senso del mondo ma onnipotente nel dono di sé. La Pentecoste è fondamentale perché nel Battesimo noi partecipiamo ad una Pentecoste personale che ci inserisce nel corpo di Cristo: tutte e due le scene sono composte in questa specie di arco costituito dalle persone, dalla comunione delle persone, e per la liturgia è tanto più fondamentale perché senza la Pentecoste, senza la discesa dello Spirito, le nostre offerte rimangono semplicemente il pane e il vino, non succede niente, e allora noi possiamo pregare quanto vogliamo, possiamo stare in ginocchio sei ore, ma non succederà niente se non scende lo Spirito Santo. E’ solo con la discesa dello Spirito Santo che il nostro lavoro e il frutto della terra diventa ciò che è il suo senso vero, cioè manifestazione del Corpo di Cristo, dell’umanità di Cristo, dell’umanità vissuta da Dio a modo divino. E infatti viene detto che lo Spirito Santo rende nuove tutte le cose, la traduzione ‘che fa nuove tutte le cose’ è un po’ pericolosa perché può far pensare che cancella le cose precedenti e fa nuove tutte le cose, Lui in realtà ‘rende’ nuove tutte le cose e le cose diventano nuove quando non sono mute, quando non solo dicono se stessi, ma attraverso sé dicono l’altro, comunicano un mondo nuovo. Nell’Eucaristia, nella liturgia, le cose di questo mondo cominciano a manifestare Cristo, la sua salvezza. Nel cuore della scena abbiamo inserito questa porta della prigione dalla quale esce il re Cosmo, con le catene spezzate che viene liberato perché come dice San Paolo: il Creato geme e soffre in attesa della manifestazione e della rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19-23) e noi ci manifestiamo figli di Dio solo quando riceviamo lo Spirito Santo nei sacramenti della iniziazione cristiana. Allora in questo mistero della discesa dello Spirito, attraverso l’uomo, il suo lavoro, viene liberato il Cosmo, e perciò abbiamo messo accanto a questa personificazione del cosmo alcuni elementi del Creato, per aiutare una lettura sacramentale: abbiamo l’agnello e i pesci che diventano i simboli personificati di Cristo Salvatore, del Figlio di Dio, abbiamo l’ulivo, il grano; dalle olive l’olio, dal grano il pane; abbiamo un Apostolo che tiene il vaso dell’olio per i sacramenti dell’unzione, sopra abbiamo un Apostolo che tiene il pane, abbiamo l’uva per il vino, e il calice, uno con l’acqua e la conchiglia per sottolineare il Battesimo attraverso il quale noi cominciamo a far parte di questa realtà. Qui si apre una comprensione della terra, qui c’è la vera radice dell’ecologia, della cura del Creato, come anche Papa Francesco insiste tanto: noi non siamo proprietari ma amministratori (LS, 116) perché il Creato serve affinché noi comprendiamo chi si manifesta e chi si manifesta ci guarisce, ci salva, ci trasfigura”.

Un particolare che salta all’occhio sono le mani della Madonna, particolarmente grandi.

“Le mani della Madonna – spiega padre Rupnik – sono importanti perché da un lato è orante, la destra, ma potrebbe indicare anche il Figlio perché la Pentecoste è legata ad un altro mistero teologico importante: quello dell’Ascensione, tanto è vero che all’inizio erano considerate sempre insieme; il Figlio ascende e manda lo Spirito Santo affinché la comunità cristiana continui a vivere questa umanità da figli. L’altra mano indica giù, verso la terra, verso il cosmo, però è una mano molto grande, perché le mani grandi nell’iconografia indicano la generosità; a differenza dell’Ultima cena dove abbiamo nascosto le mani per far vedere che noi dobbiamo prima avvertire l’azione di Dio su di noi, la nostra conoscenza di Dio è sulla Sua azione e non sull’astrattismo dei filosofi – solo quando uno sperimenta l’azione di Dio, lo conosce – nella rappresentazione della Pentecoste abbiamo mostrato le mani di tutti gli Apostoli”.

Terminata una parete, il parroco di San Paolo della Croce, don Roberto Cassano pensa già alle altre, e dà appuntamento a padre Rupnik e al Centro Aletti all’anno prossimo per continuare ad arricchire di bellezza e colore la chiesa di Corviale.