• on agosto 25, 2020

Ordinanza Musumeci. Paruzzo (Caritas Sicilia): “Non creare un clima pericoloso, lo sforzo deve essere comune”

All’inizio ha pensato fosse una battuta, una provocazione per riaccendere l’attenzione sulle condizioni dei centri di accoglienza. Poi quando le parole si sono tradotte nero su bianco, al disagio si è aggiunta la preoccupazione. Per il direttore della Caritas siciliana, Giuseppe Paruzzo, l’ordinanza firmata dal presidente Musumeci di trasferimento fuori dall’isola dei migranti ora negli hot spot è un totale abbaglio. “Secondo l’atto – dice Paruzzo – tutti gli immigrati devono essere trasferiti per garantire il rispetto delle misure sanitarie. Ma la causa dell’emergenza sanitaria non è attribuibile ai migranti. Si sa che il virus circola se le persone non seguono le regole. Nessuno infatti si sogna di dire che sono i turisti sull’isola a provocare il problema sanitario. Parlare solo dei migranti significa colpire la categoria più debole. Sarebbe facile distinguere: il povero contagia, il ricco invece no. Mi sembra un discorso non corretto. Di fronte alla malattia siamo tutti uguali. E in effetti negli ultimi due mesi sulle coste siciliane sono sbarcati oltre 10mila migranti (7.000 a luglio, oltre 3.000 nelle prime due settimane di agosto secondo le cifre rilasciate dal governatore). “La situazione è difficile – afferma il direttore della Caritas regionale –. Nel centro di Lampedusa la capienza sarebbe di 200 persone mentre ora ce ne sono mille. Ma la soluzione non è creare un clima pericoloso perché lo sforzo deve essere comune.

Ben venga il richiamo allo Stato che deve essere più presente ma dividersi non è la strada migliore. A darsi una mano devono essere anche le associazioni di volontariato”.

Anche se il Viminale ha risposto che l’ordinanza non verrà applicata dai prefetti dell’isola, la polemica ha continuato a incendiare il clima: il governatore ha ribattutto che è Roma a volere i centri di accoglienza come “campi di concentramento”. “Neanche a noi piacciono così come sono oggi – commenta Paruzzo – centinaia di persone in un hot spot non vanno bene”. Per il direttore, in risposta all’afflusso di rifugiati “servirebbe la mini accoglienza attraverso le comunità”, vale a dire un modo differente di accogliere così come la Caritas ha fatto attraverso il progetto chiamato “Apri” che coinvolge parrocchie e famiglie che si aggiunge agli altri messi in cantiere negli anni per l’alfabetizzazione scolastica di bambini e adulti.

Con la mente ai mesi del lockdown, Paruzzo paragona la pandemia allo choc provocato da una bomba d’acqua: “Da un giorno all’altro abbiamo ricevuto un assalto dei nostri empori alimentari. I numeri si sono triplicati. Tantissimi erano migranti a noi sconosciuti. Pensavamo di avere un quadro della situazione degli stranieri nell’isola eppure sono arrivate persone mai viste prima. In tanti erano impiegati nelle campagne o come badanti. Il problema inoltre è che non potendo inviare denaro alle famiglie la condizione nei Paesi d’origine si è resa ancor più drammatica. Chissà che non avremo un’emigrazione superiore al previsto per questi fattori. Da maggio la presa si è allentata grazie al lavoro in comune con gli enti locali e agli interventi statali.

Ora ci aspettiamo un settembre difficilissimo perché molte aziende non apriranno, i risparmi stanno finendo, ci saranno le bollette e i mutui sospesi che andranno pagati.

Parliamo con i comuni e tutti sappiamo che settembre sarà un banco di prova. Ci siamo già attrezzati per gli acquisti di libri e quaderni vista l’apertura delle scuole. Noi ci siamo siamo in prima linea. Non siamo soli perché l’epidemia ha fatto nascere un senso di collaborazione con le altre associazioni con cui ci siamo sentiti un’unica famiglia. Per questo dico che solo insieme si può dare una risposta all’emergenza sanitaria. Il richiamo ad una presenza più forte da parte dello Stato va bene, ma solo insieme riusciamo a dare un futuro a tutti”.